In occasione dell’inaugurazione della Stagione 2026 di Opera Carolina, a Charlotte, negli Stati Uniti, abbiamo intervistato Claudio Ferri, direttore artistico e vicedirettore generale della compagnia. E’ stata l’occasione per scoprire di più sul mondo dell’opera in America, il suo pubblico, il suo funzionamento odierno, dal punto di vista di un italiano chiamato a guidare una realtà giovane ma in rapida evoluzione. Ecco cosa ci ha raccontato:
Buongiorno, Claudio. Innanzitutto, come è nata la tua passione per l’opera, come ti sei avvicinato a questo mondo?
Mio fratello è un cantante, studiava canto lirico con Elio Battaglia e quindi io andavo sempre a sentire i concerti, da lì in poi è cresciuta. È nata quindi da una passione famigliare.
Ci racconti brevemente le tappe del percorso che ti ha portato in America a ricoprire questo prestigioso incarico?
Io sono stato un agente dal 1996 al 2022. Ho rappresentato sia giovani cantanti che artisti già affermati. Ho iniziato con un mezzosoprano americano, Alice Baker, che interpretava Carmen al fianco di Josè Carreras a Roma, la famosa “Carmen senza coro” e poi lei mi portò Janet Perry, soprano che incise Nannetta (Falstaff) e Sophie (Der Rosenkavalier) con Karajan. Iniziai con loro e mi feci le ossa. Sul finire di carriera ho avuto Daniela Dessì, Marcello Giordani, Claudio Scimone.
Sono arrivato ad Opera Carolina perché ero anche il manager dell’ex direttore generale artistico di questa realtà, James Meena, direttore d’orchestra che nel 2022 mi ha chiesto di entrare nello staff dell’opera. Ovviamente ci ho pensato, perché fare l’agente mi piaceva però ho anche pensato che questa cosa potesse essere vista anche come una evoluzione del mio percorso e ho accettato quindi di buon grado, entrando come Director of Development. Nel 2023 mi hanno promosso a Senior Director for Institutional Advancement, nel 2024 il nuovo direttore generale mi ha nominato vicedirettore generale e poi nel febbraio 2025 anche direttore artistico. Oggi ricopro questi due incarichi.
Com’è gestire un teatro in America, quali sono le differenze nel modo di lavorare qui rispetto all’Italia?
Sicuramente la differenza più evidente è come viene pagata la stagione. In Italia vi sono aiuti governativi, il Ministero, il FUS, qualche sponsor, qui abbiamo solamente donatori privati, fondazioni e sponsor; la parte pubblica è quasi inesistente, tra il 3 e il 5%. Se facciamo bene o se falliamo è responsabilità della squadra che guida il development dell’Opera.
Queste modalità vi lasciano più o meno libertà nelle scelte che operate?
La scelta è sempre legata alla propria visione artistica. Ovviamente io sono italiano, nato e cresciuto a Roma, dove ho trascorso la maggior parte della mia vita. Quello che posso dire sicuramente è che il sistema americano è migliore dal punto di vista culturale, non per fare paragoni tra la cultura in America e in Italia ma ciò che voglio dire è che qui se un donatore ti finanzia può scaricare le tasse. Se io devo pagare un certo ammontare di dollari di tasse, do i soldi ad un’organizzazione, aiutandola ma questi soldi mi vengono comunque considerati come se avessi pagato le tasse. Ciò aiuta sicuramente la parte artistica, il cinema e l’arte in generale.
Dal punto di vista delle scelte, se arriva un donatore con 1 milione di dollari che chiede che venga eseguita Traviata sicuramente ci pensi a farla, perché può aiutare.
Com’è il pubblico americano, sia a livello anagrafico che di preferenze, gusti, sensibilità? Avete avuto modo di capirlo?
Bella domanda. In generale il pubblico in America è molto più aperto perché non avendo una cultura autoctona all’opera, se gli si propone Tosca o Silent Night di Puts a meno che non vengano da una famiglia che conosce l’opera, per loro è tutto nuovo, tant’è vero che molte nuove opere, anche italiane, vengono lanciate negli Stati Uniti. In Italia siamo più abituati a sentire tutto il nostro meraviglioso repertorio operistico quindi abbiamo più diffidenza verso il nuovo. L’America non è omogenea come pubblico. Charlotte in particolare è una città che sta crescendo molto, arrivano circa nuove 200 persone giovani ogni giorno, da diversi luoghi del Paese e del mondo, con diverse culture e approcci con la musica. In una città in evoluzione come questa non si può realmente definire come sia il pubblico. Sicuramente abbiamo un’audience mista, di tante culture differenti. Vengono tantissimi amici dalla Corea, dall’India, dall’Italia, dal Pakistan, c’è molto pubblico estero. È incredibile, siamo tanti, Charlotte io dico che è una piccola New York pulita. Sfortunatamente non possiamo pregiarci di avere l’educazione all’opera che ha New York perché il Metropolitan è una istituzione che è lì da tanti anni e che ha una base di donatori incredibile, la quale porta altre persone ad amare l’opera. Qui essendo tutto più ristretto è difficile che i donatori precedenti insegnino ai loro figli e nipoti. Però ci stiamo lavorando.
Quali sono i tratti distintivi di Opera Carolina sotto la tua e la vostra direzione? Quali strade perseguite e che obiettivi vi prefiggete?
Questa è una nuova amministrazione, dal 2024 c’è una nuova meravigliosa Direttrice generale, Shanté Williams. Era una mia board member la quale nel 2023 mi ha sponsorizzato completamente uno spettacolo che volevo portare dal Kennedy Center, protagonista Denyce Graves, The Passion of Mary Cardwell Dawson. Una storia stupenda e tristissima sulla prima Negro Opera Company degli Stati Uniti. Quando la proposi alla dott.ssa Shanté, eravamo a pranzo, mi chiese quanto costasse e si offrì di farla lei, cosa che poi avvenne. Grazie anche a questo poi il board e l’allora direttore generale l’hanno scelta per diventare la nuova guida della compagnia. Con lei si lavora benissimo. Ha iniziato una carriera come medico, curava i tumori al cervello, ma poi ha deciso di smettere e dedicarsi all’imprenditoria, ha creato un capital found milionario e con lei è nata una nuova era in cui sono stato nominato direttore artistico e vicedirettore generale. Devo dire che le cose sono state fantastiche fino ad ora. Il Maestro Vignati è stato nel frattempo nominato direttore musicale, pur essendo già con noi in staff. Ora questo gruppo di direzione artistica e generale sta portando la compagnia su un livello differente, passando da avere molti cantanti bravissimi regionali ad avere artisti anche internazionali come appunto Massimo Cavalletti, Barbar Frittoli, Nancy Herrera, Marina Costa-Jacskon, Arlene Miatto Albeldas, che hanno calcato palcoscenici come il Metropolitan, la Scala e tanti altri. Devo dire che vengono anche perché conoscendomi per il mio passato da agente, condividono la nostra missione affinché Opera Carolina diventi un piccolo polo operistico importante, un punto di riferimento.
Il teatro ha dei complessi stabili?
No, in America sono pochi i teatri che hanno il proprio teatro, tra cui il Met, San Francisco, Los Angeles, Chicago, Washington. Lo stesso vale per le masse. Noi collaboriamo con una grande orchestra, la Charlotte Symphony, stesso discorso per il coro
Parliamo di questa produzione. Com’è nata, come mai questa scelta?
Amo profondamente il Trittico, non eravamo pronti per eseguirlo interamente, che qui forse è stato eseguito interamente molti anni fa. Nell’epoca in cui viviamo è molto difficile tenere il pubblico a lungo, mi è stato chiesto di rappresentare opere di un’ora/ un’ora e mezza. Mi son detto: “facciamo una cosa, ve ne presento due diverse da un’ora l’una insieme”, ma al di là di ciò la scelta è stata dettata dal fatto che parliamo di due capolavori indiscutibili. Io amo profondamente soprattutto Suor Angelica. Le scenografie che vedrete sono state contepite da un mio carissimo amico, Jay Lessenger per il festival di Chautauqua e mi piaceva questo concetto che lui aveva immaginato, versatile e pratico, ben adattabile sia a Schicchi che a Suor Angelica attraverso piccoli cambi. Una scelta che anche per una questione di costi è stata giusta, intelligente. Jay è un grandissimo regista e ideatore.
Uno sguardo alle prossime stagioni. Quali sono i piani da qui ai prossimi anni come direttore artistico? Hai dei desideri che ti piacerebbe realizzare? Qualche sogno?
Ho programmato tutti i titoli da qui al 2028. Uno dei miei sogni era quello di portare anche opere nuove, perché ho sposato la cultura americana. Sono italiano ma mi sento anche molto vicino ai miei amici americani, io stesso sono anche americano. Ho voluto inaugurare la prossima stagione con l’opera Silent Night, di Kevin Puts, in coproduzione con Florida Grand Opera e Atlanta Opera. È la prima volta che la nostra compagnia collabora con questi teatri così grandi. E una produzione incredibile che ha debuttato il 15 novembre a Miami. Sarà qui a gennaio 2027 dopo essere passata per Atlanta e stiamo lavorando per portarla in Italia e in Europa. Un’altra cosa sulla quale sto lavorando e di cui vado molto fiero è una nuova composizione del Maestro Cristian Carrara, direttore artistico della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, un musicista raffinatissimo, le sue opere sono meravigliose. Sta componendo Dracula, una coproduzione fra Opera Carolina e il Teatro Carlo Felice di Genova e altri teatri su cui stiamo ancora lavorando. Io ho voluto fortemente quest’opera fra i teatri americani, arriverà nel 2028 dopo il debutto in Italia.
Queste sono le due novità importanti ma non manca il grande repertorio che amo. Avremo Falstaff il prossimo anno, Don Giovanni e realizzeremo anche Aida.
Grazie per la disponibilità e per averci raccontato l’attività di Opera Carolina.
Saluto tutti i lettori di Opera Mundus e vi ringrazio per essere qui ad assistere a questa seconda rappresentazione di Gianni Schicchi e Suor Angelica. A presto.