Buonasera Maestro Ceretta, innanzitutto ci tenevo a ringraziarla per la sua disponibilità, immagino che la direzione di Bohème la tenga abbastanza impegnato.
Sì e no, ad ogni modo ci tenevo molto a fare questa intervista, quindi grazie a voi!
Il debutto pucciniano di Diego Ceretta con La Bohème
Visto che questo sarà il suo debutto pucciniano con Bohème al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, quali aspetti ha cercato di mettere in evidenza in questa produzione?
Come può sentire dalla mia tosse, la malattia! Nel senso la malattia di Mimì, che secondo me è l’aspetto più interessante di tutta l’opera. Quindi come viene sviluppata, come fa la sua prima apparizione e come poi rientra più o meno violentemente negli atti e nei quadri successivi. Ma c’è anche un altro aspetto su cui mi sono focalizzato: il gioco delle coppie.
Il titolo di Bohème è costruito sulle coppie, non solo sui singoli personaggi; chiaramente abbiamo Rodolfo e Mimì, Musetta e Marcello ma, all’interno dei quattro ragazzi, ci sono Rodolfo e Marcello, Schaunard e Colline e, Schaunard, in più ha una certa empatia verso Marcello. È tutto costruito in questo senso, anche da un punto di vista formale, perché i quattro quadri si muovono a chiasmo: il primo è a coppia con il quarto, mentre il secondo e il terzo sono comunicanti. Quindi gestire tutto quanto in questo calderone di questo “ballo a due” mi interessava particolarmente.
Tutta una questione di coppie e sicuramente tutti aspetti da mettere in luce. Quanto spazio lascia alla sua interpretazione rispetto a quanto scritto nello spartito?
Beh, la mia personale interpretazione penso che esista ma fino a un certo punto. Questi aspetti derivano e vengono fuori indubbiamente dal mio studio e, sostanzialmente,
“ il mio lavoro sta nel tirare fuori l’anima di quello che è scritto. ”
Questa è sempre stata una cosa che mi ha insegnato il mio primo maestro di direzione d’orchestra: l’analisi di una partitura, di uno spartito, della musica che si va a eseguire serve sempre ed esclusivamente per farne la sintesi. Quindi rimettere tutto insieme e cercare di convogliare quello che si è studiato in un’unica direzione, ma partendo sempre e comunque dal testo. Cercando di limitare il mio pensiero, come ad esempio: “qui mi piace più così, allora lo cambio e lo faccio così” etc. Direi che, più che libera interpretazione, è una ricerca nel sintetizzare uno studio che è stato fatto a favore del rispetto della partitura.
Il lavoro con l’orchestra e il dialogo con i musicisti
Rimanendo su questa linea, quando si trova a dover collaborare con una nuova orchestra, come imposta il lavoro?
Sicuramente non è questo il caso. Il Maggio mi aveva festeggiato tre anni fa all’interno del Festival come nuovo direttore principale dell’Orchestra della Toscana con un concerto sinfonico. Poi, a maggio scorso, abbiamo fatto un’operazione molto interessante, quella di unire le due orchestre, del Maggio e della Toscana, per fare il Requiem di Britten per gli 80 anni della Seconda guerra mondiale. Quindi Bohème è una prosecuzione omogenea di un percorso di conoscenza che abbiamo fatto in questi anni insieme.
In caso contrario, davanti a una nuova orchestra bisogna iniziare a conoscersi musicalmente, umanamente e poi questo diventa uno scambio: io cerco di capire la loro visione dell’opera e quanto quella visione sia intonata con la mia oppure quanto sia divergente e, da lì, cerco di capire come portarli sulla strada che ho pensato.
Indubbiamente è uno scambio reciproco e si crea una bellissima sinergia. Questo tipo di lavoro avviene anche con i cantanti solisti?
Sicuramente orchestra e voce sono due cose diverse, non vanno dirette totalmente in maniera opposta dal punto di vista tecnico, però l’approccio non è lo stesso. La voce è uno strumento organico, perché è all’interno di un corpo ed essendo i corpi tutti diversi, ogni voce ha delle esigenze e un vocabolario differente. Non posso pensare di trattare un cantante come uno strumentista e viceversa. Io tendo a essere poco tecnico con i cantanti, non penso che il mestiere del direttore d’orchestra sia quello di vocal coach. Sicuramente devo sapere come funziona la tecnica vocale, però sono interpreti, sono attori, quindi, per me, è fondamentale lavorare sulle intenzioni. Poi il come tirarle fuori è una cosa che vediamo insieme, in base agli strumenti che ha a disposizione il cantante, etc. però l’aspetto teatrale è quello più importante.
Interessante vedere come cambia il lavoro, come viene impostato e su cosa si focalizza. Ha un’opera o un concerto che ricorda con particolare emozione?
Il concerto più emozionante è stato quello del mio debutto come direttore principale dell’Orchestra della Toscana, che è avvenuto a dicembre di due anni fa. Quello è stato un momento molto intenso da un punto di vista emotivo, perché segnava l’inizio di un percorso molto diverso da quello che avevo fatto fino a quel momento, la direzione come ospite, per
” cominciare a interagire a livello artistico e umano con degli artisti, sviluppare un’identità insieme e scrivere un capitolo del mio percorso. “
Quello è stato il momento e il concerto più emozionante.
Direi che è e sarà un bellissimo capitolo della sua vita, che la metterà davanti a moltissime sfide, che la formeranno sia come persona sia come direttore d’orchestra. Proprio in merito a questo, si sente in qualche modo cambiato, personalmente e come direttore, da quando ha cominciato?
Totalmente! Mi sento cambiato anche solo di due mesi in due mesi. Per fortuna sono ancora in una fase in cui il progresso e la fase di apprendimento sono molto fervidi. Quando mi capita di stare un paio di mesi lontano dall’ORT e poi tornare, fare delle esperienze nuove anche fuori, mi rendo conto di cambiare tanto, costantemente. Ed è proprio questa la bellezza di questa fase; sicuramente rallenta e diventa più dilatata, ma il bello sta proprio nel potersene accorgere, anche perché se non mi accorgessi di tutto questo significherebbe che qualcosa non sta funzionando.
Consapevolezza come elemento chiave per comprendere meglio questo processo.
Sì, il pericolo della nostra professione da solisti, rimanendo spesso da soli, è quello di perdere un po’ l’idea di auto esaminarsi. Invece, per quanto mi riguarda, penso sempre di essere davanti a me stesso, in terza persona, che mi sta giudicando come se fosse un maestro e mi dicesse che quella cosa non la sto facendo nel modo giusto o che quella potrei farla meglio. Perciò cerco sempre di tenermi sotto esame per migliorarmi, sempre, giorno dopo giorno.
Bellissima questa ultima affermazione: la costante ricerca, il vedersi come esterni a sé stessi per capire dove poter migliorare, sicuramente non è da tutti. Tornando al discorso “emozioni”, cosa prova nei primi istanti prima di salire sul podio?
Dipende. Ci sono situazioni in cui sono più teso, altre in cui lo sono meno. In qualsiasi circostanza, il mio ultimo pensiero prima di entrare in buca è quello di divertirmi e di emozionarmi, perché se non lo faccio io non passerà mai al pubblico.
Quindi non ha modi per esorcizzare quello che prova?
Sicuramente cerco di non stancarmi troppo, mi fido molto del mio studio e della mia preparazione. Il fatto di essere più o meno teso non dipende dalla mia preparazione, ma dal contesto. Insisto molto nell’essere più preparato possibile, è una cosa su cui lavoro molto e questo è un punto che mi dà sicurezza, non paura. Devo solo fidarmi e buttarmi completamente nella musica.
Sicuramente il contesto può giocare brutti scherzi, da musicista lo comprendo molto bene. Il ruolo del direttore si basa sull’esecuzione di gesti, ne ha uno che sente particolarmente suo o per cui viene identificato?
Del tipo: “quello è Ceretta?”
Questo è un discorso molto articolato, in realtà. Cerco sempre di non pensare, di non prepararmi i gesti.
” La mia gestualità è il risultato dell’espressione del mio corpo in funzione dell’idea che ho della musica che voglio trasmettere. “
Chiaramente può essere stata influenzata dai miei maestri, da cui ho appreso tanto, però mi è sempre stato insegnato di partire prima dall’immaginazione, da quello che ho in testa, dal suono che mi arriva e poi accompagnarlo fino alle mie braccia e alle mie mani, così da farlo decifrare dai musicisti ma senza averlo preparato prima. Una sferzata di bacchetta può accadere magari in un momento di entusiasmo o perché la situazione lo richiede, ma non ho mai codificato un mio linguaggio.
Quindi non prepara niente, ma è tutto dovuto a quello che sente e alla circostanza che sta vivendo musicalmente parlando.
Esatto, e questo cambia anche in base alla risposta dell’orchestra. Se durante le prove un mio gesto non sta funzionando, cerco altre soluzioni. Poi non è detto che, se un giorno quella cosa funziona, succeda anche il giorno dopo, quindi, diventa un continuo adattarsi alla risposta dei musicisti davanti a noi.
Immagino che, come uno strumentista scelga il suo strumento, anche lei faccia lo stesso con la bacchetta. Che caratteristiche deve avere?
Questo dipende molto da direttore a direttore. Io sono uno di quelli che sta molto attento alla bacchetta e sono molto fanatico, ho una persona qui a Firenze che me le costruisce su misura. Spesso ci mettiamo a valutare insieme in che modo si potrebbe fare, se in un modo piuttosto che in un altro, perché magari mi trovo meglio con una forma che con un’altra, oppure in base al repertorio, alla lunghezza, etc. Sperimento molto. Ne ho diverse che cambio in base a quello che sento e ne ho alcune che mi trasmettono più sicurezza e comodità. La bacchetta è come uno strumento e in base a quella che scelgo per quel tipo di repertorio, mi aiuta a comunicare meglio con il braccio.
Quindi cambia in base alla situazione che deve affrontare. È interessante che ognuna abbia uno scopo comunicativo diverso dalle altre.
Sì, anche se sono un po’ violinista in questo. Infatti, non è così raro che uno strumentista abbia tre o quattro archi diversi che usa in base alle situazioni; per un certo tipo di repertorio ne usa uno perché ha una certa risposta, per altri ne usa un altro. Addirittura, a volte, anche durante lo stesso concerto, cambiano gli archi, io invece difficilmente lo faccio con la bacchetta.
Grazie per la delucidazione, da pianista questo particolare non mi è mai capitato.
No, certo, ci mancherebbe. Anche negli strumenti a fiato succede con le ance, se devono fare un suono acuto o grave, o se devono suonare quattro battute di una sinfonia. La staticità, in questo, credo sia un elemento limitante.
Bisogna sicuramente essere pronti a qualsiasi tipo di situazione.
Infine, pensa che il ruolo del direttore d’orchestra possa evolvere o cambiare in futuro?
Questa è una domanda difficile. Diciamo che il ruolo del direttore d’orchestra sta già cambiando, è già cambiato e sicuramente continuerà a cambiare. Non voglio essere banale, ma se prendiamo i classicissimi video di Toscanini durante le prove, quel tipo di figura non funziona più, ovviamente non da un punto di vista puramente di marketing o caratteriale, ma perché la società è diversa. Noi siamo uomini e donne, siamo persone che hanno a che fare con persone, ci interfacciamo con delle sensibilità. Ai tempi di Toscanini quello era l’atteggiamento che tutti un po’ si aspettavano, anche perché erano cresciuti in contesti politici e sociali in cui c’era una dittatura, una tirannia, una figura di potere. I nostri genitori sono cresciuti in un contesto di mezzo e invece noi, parlando della mia generazione, siamo completamente figli della democrazia e di un certo tipo di sensibilità. Per questo non escludo che nei prossimi vent’anni possa succedere qualcosa per cui si rimoduli ancora tutto questo. E ricordiamoci sempre che l’atteggiamento e la figura del direttore d’orchestra in Italia sono diversi da quelli in Germania, in Cina o in America.
Le sensibilità e le umanità sono diverse, quindi bisogna saper leggere cosa ci stanno chiedendo a livello interpretativo. Ma, banalmente, anche nello stesso Paese la relazione che posso avere con l’orchestra di Firenze non è detto che sia uguale a quella che potrei avere con quella di Milano, Torino, Napoli o Palermo. Sono tutte piccole realtà che chiaramente subiscono anche l’influenza del luogo, di come funziona quella città, etc. Nonostante la globalizzazione, il fatto che l’orchestra possa essere multietnica o internazionale, l’ambiente in cui si vive è molto condizionante.
Un saluto ai lettori di Opera Mundus
Questa cosa condiziona non solo la musica ma anche tutto il resto.
Ce lo dedica un saluto a tutti noi di Opera Mundus?
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