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Intervista a Erika Grimaldi: “Vissi d’arte …”

Erika Grimaldi - soprano

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Manon, Tosca e Mimi: Tre ruoli, tre eroine, tre sfide.

Buongiorno e benvenuta Erika, partiamo subito con le domande impegnative!

La stagione 2023/2024 ti ha visto impegnata in debutti in due delle più grandi opere del repertorio pucciniano, Manon Lescaut e Tosca.

Com’è stato debuttare in due opere così importanti per il panorama operistico, in due ruoli che forse un po’ si distinguono dai tuoi ruoli classici, fatta ovviamente eccezione per il ruolo di Mimì in La bohème? Cosa pensi possa contraddistinguere a livello caratteriale le tre protagoniste che hai interpretato?

Dunque, sono stati due debutti molto importanti, mi sono buttata a capofitto nello studio con estremo piacere. Manon e Tosca sono due eroine caratterialmente differenti tra di loro e dalla Mimì che avevo già interpretato. La scrittura musicale è invece quella classica pucciniana, che ovviamente è in grado di offrire spunti differenti, rimanendo però la caratteristica predominante che permane in tutte e tre le opere.

La Manon, è un ruolo mastodontico, lungo e molto complesso che porta ad approfondire l’aspetto psicologico del personaggio che è scritto in modo frammentario: Manon è una ragazza che cambia idea spesso, che prova sentimenti diversi, e le situazioni differenti che vive si ripercuotono anche sull’aspetto vocale. Nella scrittura vocale infatti Puccini ha previsto parti molto complesse, impegnative. Si parte da un inizio d’opera leggero, che descrive la sua gioventù, ma che porta ad un certo punto al dramma totale. Nell’opera ci troviamo davanti ad una donna che è dovuta crescere in fretta  e maturare precocemente, nel giro di pochissimo tempo. La caratteristica principale di Manon è di provare dei sentimenti potenti in cui lei ci si butta a capofitto.

Tosca, seppur eroina di carattere molto forte, è psicologicamente più stabile. Tosca lo è dalla prima nota fino all’ultima, non ha variazioni d’umore. Lei in quanto donna vive una relazione che ogni tanto la fa ingelosire, ma come è normale che sia. Viene portata all’eccesso solo nel momento in cui Scarpia, fa il giochetto del contraccambio e lei lì non ci sta! … Insomma, per lei è una salvezza prendere il coltello e decidere di salvare l’amato, ma è una donna pura, non lo avrebbe mai fatto se non fosse stata portata a quelle condizioni. Forte, coraggiosa, affettuosa e dolce, capace di amare, devota alla Madonna, tanti aspetti nel suo personaggio risultano essere più stabili.

Mimì è più ingenua, vive una storia d’amore ma in maniera più fresca, è una ragazzina che forse non ha ancora vissuto un certo tipo di dramma dovuto alla maturità. Vive un grande amore e i sogni che può avere una ragazza; psicologicamente è più semplice, e di conseguenza lo è anche vocalmente. La bohème è un’opera un po’ più giovanile a confronto con le altre due, che sono opere di maturità.

“… l’effetto della “bellezza” dev’esserci.”

Tra l’altro, a proposito del tuo debutto nei due nuovi ruoli, siamo tutti al corrente della sostituzione che sei stata chiamata a fare in Tosca, andata in scena al Teatro Regio di Parma, arrivata a solo due mesi dal tuo debutto nel ruolo.

Com’è arrivata la chiamata a prendere parte come protagonista al Regio di Parma? Come l’hai vissuta?

Mi è successo altre volte di fare sostituzioni dell’ultimo momento e ti danno sempre una grande adrenalina, una grande emozione e anche un pochino di tensione. Soprattutto in questo caso io non avevo mai lavorato con il Maestro, non conoscevo la regia, mi è stata solo raccontata facendo riferimento ad un’ipotetica geografia del palco. In questo caso ci sono tante difficoltà che entrano in gioco, c’è un margine in cui l’artista deve per forza mettere qualcosa di suo, anche se in quel momento non fa parte dello spettacolo. Io ero sicuramente molto felice, molto emozionata, consapevole del fatto che il ruolo è un debutto fresco. È stata la mia seconda Tosca, e devo dire che me la sono molto gustata, me la ricordavo molto bene e mi sentivo anche più sciolta a fare venire fuori tutti quegli aspetti che avevo tanto studiato nei mesi precedenti.

Infatti la prossima domanda riguarda come hai affrontato la costruzione registica. Come citavo in precedenza il tuo debutto nel ruolo di Tosca è avvenuto all’Ópera de Las Palmas il 20 febbraio; immagino che possa essere stato difficile confrontarsi con due registi, quali Daniele Piscopo e Joseph Franconi Lee con visioni differenti sull’opera, nel giro di due mesi.

Come hai affrontato entrambi i processi interpretativi? Che difficoltà hai incontrato nel cambio di regia da una Tosca all’altra?

Fortunatamente non ho incontrato difficoltà. Erano due regie molto tradizionali e questo ha aiutato molto, entrambe rispettose delle indicazioni del Maestro inserite nel libretto. L’unica difficoltà l’ho trovata quando sono arrivata a Parma e c’era un’enorme gradinata che mi spaventava, dovendola percorrere con gli abiti lunghi. Quando il cantante si trova sul palco deve prendersi degli spazi dove può sentirsi al sicuro; io mi sono presa i miei ritmi per non compromettere la resa del personaggio e quella vocale, che è la cosa principale in quel momento. In questo senso il fatto di avere una regia tradizionale in cui l’ambientazione era già quella prevista dal libretto mi ha aiutato molto, perché non c’erano colpi di scena particolari o indicazioni specifiche da ricordare.

Una domanda che si discosta un po’ dall’argomento debutti… In una intervista dichiari di essere un’amante dell’arte, nello specifico di Caravaggio, che hai definito a tratti “teatrale”.

Ti capita spesso di trovare nel teatro, dei riferimenti alla sua opera, o nell’opera di altri artisti? Che collegamento pensi che ci possa essere tra l’arte visiva e quella scenica?

Un grande collegamento. E secondo me è anche importante che ci sia sempre. Tutto ciò che riguarda l’aspetto visivo, dalla scenografia ma anche semplicemente all’abito, al personaggio, è in qualche modo collegato. Una cosa importante è l’uso delle luci. Mi è successo di vedere scenografie che durante le prove sul palcoscenico fossero apparentemente un po’ scarne, e poi invece facevano un gioco meraviglioso. Per noi che siamo sul palco è relativo perché non ce ne rendiamo conto, nel momento in cui sta avvenendo la costruzione dell’opera, ma per chi vede “da giù”, l’effetto della “bellezza” dev’esserci. In teatro si va per ascoltare bella musica, per vedere dei personaggi, abiti, ma non deve essere trascurato l’effetto di bellezza abbinato al significato dell’opera che si sta mettendo in scena.

“ Quando il cantante si trova sul palco deve prendersi degli spazi dove può sentirsi al sicuro… ”

Un’altra domanda; sappiamo che il tuo debutto è avvenuto da molto giovane, all’età di diciotto anni, con il ruolo di Serpina nella Serva padrona di Pergolesi.

Quali qualità pensi di aver maturato, negli anni che separano il tuo primo debutto dal debutto avvenuto al tempio della lirica, il Teatro alla Scala, nel ruolo di Giovanna nell’opera Giovanna d’Arco di Verdi?

Sono passati in mezzo tanti anni; diciamo che ricordo questo primo debutto della Serva padrona perché quando debuttai ero una ragazzina che probabilmente non sapeva bene neanche cosa volesse dire cantare l’opera, e mi trovai affianco il personaggio di Uberto che invece all’epoca era un uomo, maturo, che aveva una grande esperienza. Quando l’ho sentito cantare, sono rimasta estasiata e questo mi ha proprio fatto innamorare dell’opera, perché ho capito come bisognava affrontarla, come bisognava cantare e come bisognava stare sul palcoscenico. Mi sono resa conto di quanto lui fosse capace e di quanto io fossi ancora immatura. Questo divario è giusto, è bello che uno lo riconosca e poi si guardi intorno per capire che cosa manca. Da quel primo debutto, io considero l’inizio ufficiale della mia carriera esattamente dieci anni dopo, perché nel frattempo, ho svolto tanti ruoli giovanili in ambienti più protetti dall’esposizione mediatica. Fino poi ad arrivare nel 2008 in cui io ho debuttato in Mimì al Teatro Regio di Torino. Prima di quel momento ho fatto tutto un percorso da studentessa, dai diciotto ai ventotto anni, e da professionista da lì in avanti; quando entri nella macchina del teatro hai a che fare con colleghi vicino a te che hanno molta più esperienza e bisogna sempre guardarsi intorno per capire le cose buone che si possono prendere; questo fa parte un po’ dell’essere oggettivi con se stessi e vedere quello che manca e che bisogna ancora conquistare. Direi che sono stati anni molto intensi e molto costruttivi.

Ho letto, nella tua biografia, che parlando della tua formazione fai riferimento ai tuoi sedici anni, quando ti sei avvicinata al canto.

Se potessi tornare indietro nel tempo, che consiglio daresti alla Erika sedicenne? C’è qualcosa che cambieresti nel tuo percorso?

No, o meglio, sono stata fortunata e tante cose non le ho decise, sono un po’ arrivate. Sono stata fortunata perché determinate situazioni sono arrivate nel momento giusto, e sono stata consigliata dalla mia insegnante su tutto il percorso da fare, senza correre, senza prendere scelte azzardate. Il fatto che io all’interno della materia operistica non conoscessi tantissimo, per me è stato un grande vantaggio, perché mi sono completamente affidata alla persona che mi stava guidando e che tuttora lo sta facendo. È come una mamma che ha fatto tutto quello che era meglio per me, questo ha fatto sì che il percorso non sia stato molto lungo e che sia stato molto ben dosato.

Questo consiglio allora possiamo darlo ai giovani, che si approcciano per la prima volta a questo mondo: bisogna seguire le occasioni che arrivano, cercando sempre e comunque il parere di un esperto che ci possa indicare la strada.

Quello è molto importante, affidarsi. È difficile trovare le persone giuste a cui affidarsi perché i punti di vista sono tanti e diversi, io sono stata fortunata, bisogna metterci anche un po’ di buon senso, conoscere la propria persona e capire se quel ruolo veramente è il momento di affrontarlo oppure no.

Ti ringrazio per questo consiglio!

Ora faremo un gioco, io ti farò delle domande e tu potrai rispondere solo con una risposta secca, di una parola… sei pronta?

Partiamo!

Puccini, Verdi o Rossini?

Rossini no, Puccini…Verdi, in ordine.

Mai avuto una “crush” sul lavoro?

No.

Personaggio lirico più sexy?

Violetta.

Personaggio lirico più antipatico?

Elisetta nel Il matrimonio segreto.

Manon Lescaut, Tosca o Bohème?

Tosca.

Teatro più bello in cui tu abbia mai cantato?

Teatro alla Scala.

Se dovessi descrivere in una parola cos’è la musica per te, quale sarebbe?

La mia vita.

“ La macchina teatrale deve essere completa altrimenti manca qualcosa; ci troviamo d’accordo ”

Maria Anzivino

Classe 99', dopo anni di studi musicali, ottiene con lode una laurea magistrale in musicologia e beni musicali, presso l'Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. La sua tesi di laurea, un progetto di studio incentrato su una regia di La bohème di Giacomo Puccini, che arriva come conclusione di un periodo di tirocinio svolto presso il Teatro Alighieri di Ravenna, è solo l'inizio di un percorso volto alla crescita professionale nell'ambito della musica e del teatro. Da sempre appassionata al mondo della musica classica e dell'opera lirica, sin dal liceo musicale cerca di buttarsi in più esperienze possibili nell'ambiente artistico e culturale.