Andrea Vincenti è un tenore che si sta facendo notare nel panorama lirico contemporaneo. La sua recente partecipazione al concorso Vox Futuri di Opera Mundus ha rappresentato un momento significativo del suo percorso artistico, culminato con l’assegnazione del Premio Intervista Mundus.
Andrea, c’è stato un momento preciso in cui hai capito che il canto avrebbe fatto parte della tua vita?
Più che un momento preciso, è stato un processo naturale, quasi inevitabile. La musica è entrata nella mia vita quando ero piccolissimo, avevo circa tre anni: ricordo ancora il pianoforte di mia nonna, quei suoni che mi incuriosivano e mi affascinavano senza che io capissi davvero perché. Da lì è iniziato tutto. Non era ancora canto, era proprio un’attrazione viscerale per la musica in generale. Il canto è arrivato poco dopo, quasi per gioco, ma è diventato subito qualcosa di più. Intorno agli otto anni, durante un’estate, mio padre comprò una pianola con i “floppy disk” e iniziammo a fare karaoke. Ricordo perfettamente quando cantai Margherita di Cocciante, da quel momento non ho più smesso. Era come un’ossessione, ma una di quelle sane, che ti definiscono. Tornato a casa, a Palermo, cantavo continuamente, al punto che i vicini ormai mi riconoscevano per quello. Ma la cosa più importante è che il canto non è stato solo una passione, è stato un mezzo. Da bambino ero molto introverso, parlavo poco, facevo fatica ad aprirmi agli altri. La musica, e in particolare il canto, mi ha dato una voce, non solo in senso tecnico ma umano. È diventato un ponte tra me e il mondo. Ecco perché posso dire che, anche se non sapevo ancora che sarebbe diventato un lavoro, avevo già capito che sarebbe stato parte integrante della mia vita.
Quando qualcosa non funziona come vorresti, come reagisci?
La mia natura è quella di insistere. Ho sempre avuto una grande tenacia, ed è proprio questa che mi ha permesso di fare piccoli ma costanti passi avanti. Quando incontro una difficoltà, il primo istinto è quello di affrontarla, di provarci ancora e ancora, finché non trovo una strada. Detto questo, ho imparato anche a riconoscere i limiti del momento. Non tutte le giornate sono uguali: ci sono giorni in cui sei carico, lucido, pronto a combattere, e altri in cui semplicemente non sei nella condizione giusta. In quei casi, accanirsi è controproducente. Allora mi fermo, accetto che “oggi non è giornata” e rimando. È un equilibrio sottile tra determinazione e ascolto di sé. Non bisogna arrendersi, ma nemmeno farsi schiacciare dall’ossessione del risultato. Crescere significa anche imparare quando spingere e quando lasciare andare.
C’è una parte del tuo lavoro che ami meno ma che ritieni fondamentale?
Più che una parte che amo meno, direi che ci sono elementi fondamentali che devono convivere: la curiosità e lo studio. Per me sono inseparabili. La curiosità è ciò che accende tutto, è il motore che ti spinge a scoprire, a fare domande, a voler capire sempre di più. Ma senza lo studio, quella curiosità rimane sterile. Allo stesso modo, uno studio privo di curiosità diventa meccanico, vuoto. Io non sono una persona che riesce a stare ore ferma su un unico metodo tradizionale. Ho bisogno di muovermi, di sperimentare, di confrontarmi. Il mio modo di studiare è dinamico, nasce proprio dalla curiosità. E forse è questo che rende il mio lavoro così vivo, il fatto che non smetto mai di cercare.
Hai un mantra, una frase che senti tua?
Sì, una frase che per molto tempo mi sono ripetuto è:
“Chi vive senza follie, non è così saggio come crede.”
È stata anche una sorta di giustificazione alle mie scelte più audaci, a quelle follie che ho fatto soprattutto da giovane. Ma credo davvero che una certa dose di follia sia necessaria, soprattutto nell’arte. È quella che ti permette di buttarti, di rischiare, di fare cose che razionalmente forse non faresti mai. E senza quel coraggio un po’ incosciente, probabilmente non sarei dove sono oggi.
Qual è la scoperta più sorprendente che il canto ti ha fatto fare su te stesso?
La scoperta più grande è stata capire che il canto è la mia voce interiore. Non solo nel senso tecnico, ma emotivo, umano. Attraverso il canto ho imparato a esprimermi, a comunicare, a entrare in relazione con gli altri. È stato uno strumento di crescita personale prima ancora che artistica. Mi ha permesso di uscire da me stesso e allo stesso tempo di conoscermi più a fondo. Se dovessi definirlo, direi che il canto è un ponte: collega quello che sono dentro con quello che riesco a mostrare fuori. E questo, per me, è qualcosa di potentissimo.
Vivi il canto come uno spazio libero o come qualcosa che richiede di essere all’altezza di uno standard?
In realtà entrambe le cose. Da un lato sento che esiste un livello a cui aspirare, una sorta di ideale verso cui tendere. Questo non limita il mio spazio, ma lo definisce. È come una direzione, una linea guida. Dall’altro lato, però, quel percorso è sconfinato. Dentro quello spazio posso costruire, sperimentare, evolvermi continuamente. È un processo infinito, fatto di scoperta e trasformazione. Io sono una persona molto curiosa, e credo che questa curiosità non si esaurirà mai. Ogni volta che raggiungi qualcosa, si apre un nuovo livello. È come un gioco senza fine, ed è proprio questo che lo rende così affascinante.
Se qualcuno ti vedesse durante il riscaldamento vocale senza sapere chi sei, cosa penserebbe?
Probabilmente che sono pazzo! Mi capita spesso di vocalizzare mentre vado in bicicletta verso il teatro, soprattutto nei giorni di recita. La gente si gira, mi guarda, alcuni sorridono, altri restano perplessi. È una scena abbastanza surreale. Ma a me diverte. C’è una parte di quella follia che mi piace, che sento mia. E a volte succedono anche cose belle: persone che mi fermano o che condividono la stessa passione. In fondo è anche un modo per entrare in contatto con gli altri, in maniera spontanea e autentica.
Guardando al futuro, qual è un sogno che vorresti realizzare?
Mi piacerebbe debuttare La Bohème nel ruolo di Rodolfo, in un teatro gremito di persone. Non tanto per il teatro in sé, quanto per l’energia del pubblico, per la condivisione di quel momento. Se poi devo dirne uno più intimo, direi cantare nel teatro della mia città. Quello avrebbe un valore speciale, emotivo. Sono un sognatore, lo sono sempre stato. E credo che i sogni siano fondamentali, perché sono quelli che ti fanno andare avanti.
Che esperienza è stata partecipare al concorso lirico Vox Futuri?
È stata un’esperienza estremamente positiva, sia dal punto di vista artistico che umano. Dopo un periodo in cui mi ero concentrato molto sul lavoro in teatro, tornare a mettermi in gioco in un concorso è stato importante. Mi sono sentito più consapevole rispetto al passato, ma anche carico di quella stessa adrenalina che non ti abbandona mai. Quello che mi ha colpito di più è stata l’umanità, ho trovato colleghi preparati ma anche disponibili, con cui si è creata una bella sintonia. Non è scontato in un contesto competitivo. Anche l’organizzazione è stata curata nei dettagli, e questo fa la differenza per chi vive un momento così delicato. È stata, davvero, una bella esperienza.
Se tra dieci anni rileggessi questa intervista, cosa speri sia cambiato e cosa no?
Spero che sia cambiato tutto, nel senso migliore possibile. Vorrei aver fatto un grande salto in avanti, aver evoluto il mio modo di cantare e di vivere la musica. Mi piace pensare alla crescita come a uno smontare e rimontare continuamente se stessi: solo così puoi creare qualcosa di nuovo, più forte, più consapevole. Certo, c’è sempre il rischio di sbagliare, ma è un rischio necessario. Quello che non vorrei mai perdere, invece, è il mio lato fanciullo. Quella parte leggera, curiosa, un po’ folle, che mi accompagna da sempre. È ciò che mi permette di vivere con entusiasmo, di creare ricordi, di non perdere il senso del gioco. Perché alla fine, anche nella serietà e nella disciplina, credo che sia proprio quel “fanciullino” a tenere vivo il sogno.