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Intervista: Lidia Fridman sul palco e fuori dal palco

Intervista Lidia Fridman sul palco e fuori dal palco - Opera Mundus
Intervista Lidia Fridman sul palco e fuori dal palco - Opera Mundus

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Ho avuto il piacere di incontrare Lidia Fridman a Cuneo, dove si trovava in quanto componente della giuria al Concorso Internazionale di Canto Lirico Enzo Sordello”. Dopo la finale, ci siamo spostate al Phi Hotel Principe, in una deliziosa saletta gentilmente messa a disposizione dallhotel, dove abbiamo chiacchierato di ricordi, emozioni, sogni…insomma, di Musica!

 

– Chi è Lidia Fridman sul palco?

 

Sul palco, sono una guerriera, una killer! (ride) Salgo sul palco, con massima concentrazione, per dare il mio meglio al servizio della musica: per entrare nel personaggio, per creare dei momenti di magia, momenti autentici che possono arrivare dritti al cuore del pubblico.

 

– E fuori dal palco?

 

Diciamo che “vivo la mia vita al meglio”!

Mi piace passare il tempo con la mia famiglia, nonostante la lontananza; per fortuna adesso con la tecnologia, grazie alle videochiamate, si può stare sempre in contatto.

Mi piace fare passeggiate; vado a cavallo, e da poco ho scoperto il surfing… è divertentissimo, uno sport particolare!

Mi piace leggere libri di psicologia e di medicina, sono cresciuta in una famiglia di medici e volevo studiare medicina. Anzi, ancora ci penso, a volte! Quando ero piccola, spesso sentivo i miei genitori parlare dei casi dei pazienti, mi spiegavano come funziona l’anatomia, mi appassionava.

“ Sul palco, sono una guerriera, una killer! … E fuori … vivo la mia vita al meglio!”

Un inizio come pianista e cantante pop”, poi la svolta, grazie al consiglio di uninsegnante che ti ha avvicinata alle arie barocche, e quindi il debutto nella Statira” di Albinoni.

 

Quanto è stato importante il percorso precedente, e quanto c’è ancora, oggi, nel soprano che sei diventata, della ragazzina che cantava pop?

 

Mi ritengo molto fortunata di aver avuto la possibilità di cominciare a studiare musica da giovane. Quando avevo sei anni, ho iniziato con il pianoforte, il solfeggio, la teoria musicale, la storia della musica, una preparazione a trecentosessanta gradi; poi sono passata anche nella classe di canto. E lì, ovviamente (avevo nove anni) cantavo le canzoni pop o canzoni popolari… verso i 12/13 anni ho avuto il cambio vocale; e allora la mia insegnante mi ha detto “Sai che sei adatta più all’impostazione lirica?” Da lì abbiamo cominciato con le arie barocche, poi pian piano abbiamo allargato il repertorio. Il mio debutto con la Statira è avvenuto a Venezia, nella collaborazione del Conservatorio di Venezia con il Teatro La Fenice; è stata una bellissima esperienza. Puoi studiare canto, frequentare il Conservatorio, ma il punto è che poi devi salire sul palcoscenico.

Già da bambina mi esibivo davanti allo specchio per provare l’inchino, gli abiti, le scarpe, la pettinatura…

Eri già in teatro, insomma!

Sì, penso spesso a quella bambina che sognava a occhi aperti!

E quindi, a questo punto, parliamo del tuo repertorio… che spazia tantissimo, dal Barocco al Belcanto, da Mozart a Strauss, passando – ovviamente – per Verdi e Puccini.

 

In ciascuno di essi c’è qualcosa dell’altro o sono mondi totalmente differenti?

 

Sono dei mondi completamente diversi, ma uno non potrebbe esistere senza l’altro. Uno non può cantare la musica barocca come canta Strauss, o cantare Verdi come canta Rossini. Ovviamente, bisogna tener conto dello stile e “reimpostare” i parametri tecnici per adattarli allo stile del compositore che stai eseguendo; ad esempio, canterò il mio primo Puccini, debutterò un’opera e farò anche un concerto. Per me è stata una sfida, perché io mi sono specializzata sul belcanto e per Puccini ho dovuto trovare non soltanto un tipo di fraseggio, ma anche un rapporto tra la musica e la parola molto diverso.

Tuffandomi in questo mondo pucciniano, mi rendo conto che potrò trovare nuovi colori nel belcanto, e ciò mi aiuta a fare un lavoro di ricerca ancora più profondo.

Quindi la risposta è… sì e no. Bisogna trovare sempre il fil rouge.

– Come scegli i ruoli che interpreti? E come ti approcci allo studio di una nuova parte? Anche se ogni volta è un “viaggio” diverso ed unico, c’è qualche “rituale” nella tua preparazione?

” Scegliere il proprio repertorio è una delle cose più importanti per un cantante, soprattutto per un cantante moderno. “

Io ho cominciato giovanissima, sono arrivata in Italia a diciannove anni. Occorre trovare quella via di mezzo in cui ci si può presentare con le cose adatte alla propria vocalità anche da giovane, in modo poi da ricevere delle opportunità lavorative. La questione è difficile, soprattutto per le voci drammatiche, a causa del pregiudizio sull’età. La voce drammatica deve maturare, è vero, richiede più tempo; richiede molta più “testa”, più intelligenza, nel cantare – non nell’urlare! – e nel trovare i modi giusti per affrontare i ruoli lunghi, che richiedono anche tanta energia fisica, non soltanto quella vocale. Bisogna essere pronti ad affrontare quei ruoli.

Riconoscere i propri punti di forza e i difetti è fondamentale; è chiaro che bisogna lavorare sui difetti, ma alcuni cosiddetti “difetti” possono diventare caratteristiche che ci contraddistinguono, e qui abbiamo l’esempio di grandissimi cantanti del passato.

È importante puntare sui propri punti di forza, sia vocali, che – specialmente oggigiorno –  interpretativi. È importante anche tenere conto del temperamento scenico, e di conseguenza scegliere i ruoli seguendo la propria natura. Ai concorsi, perché dovrebbero prendere te e non un altro cantante? Devi essere il migliore in quello che presenti.

Invece un “rito” di preparazione: quello che mi piace fare, prima ancora di ascoltare unopera, un ruolo, è prendere lo spartito e suonarmelo. Mi piace leggere lo spartito e scoprire da sola cosa succede. Io avrei voluto diventare una pianista accompagnatrice! Ho avuto la fortuna di accompagnare alcuni concerti e masterclass!

 

Un personaggio che hai amato particolarmente interpretare ed uno che, invece, non era/non è nelle tue corde (se ce n’è uno!).

 

Devo sicuramente nominare Lady Macbeth, puoi fare cose che probabilmente (anzi sicuramente, o almeno… me lo auguro!!!) non farai mai nella vita! (ride). Ed è bello, ti dà la possibilità di “giocare”. Poi sicuramente Salome. È un’opera talmente bella, poi è grandioso tutto quello che riesci a sperimentare in quel ruolo…per l’intera durata dell’opera sei sempre sul palcoscenico e fai qualcosa di speciale. Anche Abigaille, una vera guerriera.

Invece il personaggio che per il momento non vorrei interpretare è Suor Angelica. La storia è talmente struggente che penso che non riuscirei a domare l’emozione.

Parliamo di Amelia, il ruolo in cui ti ho ascoltata per la prima volta dal vivo al Teatro Regio di Torino, nel Ballo in maschera diretto da Muti. Ho adorato la tua Amelia, un capolavoro di drammaticità, tenerezza, delicatezza e terrore, oltre che tecnicamente perfetta.

 

Raccontaci com’è lavorare con il Maestro che più di tutti sa riportare Verdi allo splendore…

 

Lavorare con il Maestro è sempre una bella esperienza, ho debuttato con lui anche Abigaille.

Durante la prima prova che abbiamo fatto con il Maestro al pianoforte, mi sono seduta accanto a lui e lui mi ha detto: “Non cantare, perché so che canti benissimo. Lavoriamo.”

E io ho pensato: Wow”! Sono stati dei giorni di studio meravigliosi. Abbiamo lavorato diverse ore per trovare degli accenti e colori giusti.  Io non dormivo di notte al pensiero di debuttare Abigaille con il Maestro Muti! E invece il Maestro mi trasmetteva tanta tranquillità, e per la mia esperienza non è da molti.

Poi abbiamo fatto Un Ballo in maschera. Le prove musicali con il Maestro!… sarebbero prove da filmare. Lui ha sempre qualcosa da darti, consigliarti. È un direttore che ascolta chi ha davanti:  fa emergere le tue caratteristiche. Lui ti sfida, ma nello stesso tempo ti valorizza.

Mi sento onorata di poter lavorare con lui. Abbiamo fatto anche un concerto su Spontini, faremo un concerto a Lucca: quindi lui mi “battezza” in tante prime volte, in tanti ruoli, adesso anche nel mio primo Puccini…

La lirica, oggi, sembra aver intrapreso un nuovo percorso: biglietti a prezzi abbordabili per i giovani, content creators che avvicinano il grande pubblico al mondo dellopera con uno storytelling fresco ed accattivante, i social come mezzo di divulgazione musicale, cantanti non più divi irraggiungibili ma influencers” che ci portano nelle loro giornate mostrandone il glamour ma anche la quotidianità.

 

Com’è Lidia Fridman in questo “nuovo” mondo? Che cosa diresti a chi si avvicina all’opera per la prima volta?

 

Non ci vedo nulla di male nel fatto che adesso la lirica sia approdata su Instagram;  secondo me è un momento storico tale per cui c’è questo sviluppo dei social media, e va bene che sia così. Ognuno è libero di scegliere se condividere alcuni momenti lavorativi o della propria vita privata. È uno degli strumenti in più per arrivare alle nuove generazioni. Ad esempio, so che in Italia ci sono molti progetti per i bambini all’Opera: invitano i bambini piccoli o i ragazzi delle scuole ad interagire  con i personaggi della performance… è un bel modo per far scoprire ai bambini il mondo della lirica. Quindi va benissimo che ci siano dei progetti, delle iniziative per i giovani, o come mi dicevi tu prima, gli influencer dell’Opera”.

L’immagine dell’Opera è cambiata, quindi. Poi sono importantissime le guide all’ascolto, come dicevamo prima…

Eccomi!!! [Sono musicologa e le guide allascolto sono una parte importantissima del mio lavoro, ndr]. Capire serve per entrare in quel mondo…

Ma certo, è utilissimo.

” Perché non leggere un attimo la storia, capire che dietro c’è un racconto? “

– Sai cosa dico, tante volte, quando faccio le guide all’ascolto?

Che lopera era quello che oggi è Netflix, era come andare al cinema! Ci si emozionava, si piangeva, si rideva… proprio come facciamo adesso quando guardiamo un film.

Esatto. Non è soltanto il canto, la musica. È uno spettacolo, dove tu vivi una storia, ci sono dei personaggi, uno sviluppo.

E sai cosa diceva Puccini?

Che era molto meglio un cantante magari non perfetto tecnicamente ma molto bravo ad interpretare anziché uno ”super” dal punto di vista tecnico ma impacciato nel recitare!

Certamente! L’opera è teatro, è recitazione, saper stare sul palcoscenico, saper interagire con i colleghi, è importantissimo.

Io ti ringrazio veramente tantissimo, Lidia, è stato davvero bello conoscerti di persona e parlare con te. Salutiamo anche i nostri lettori:

 

ti chiediamo un “in bocca al lupo” per questo nostro portale che è appena nato, Opera Mundus!

 

Assolutamente! Un saluto a tutti quelli che ci leggeranno ed un grandissimo “in bocca al lupo” ad Opera Mundus e ad Askàr; posso solo immaginare quanto possa essere difficile far nascere e seguire un nuovo portale… ma è in buonissime mani!

– Abbiamo tanta passione dalla nostra parte! Grazie, Lidia!

Grazie a te, Ilaria!

Ringraziamo di cuore iCharm PR Agency e Phi Hotel Principe di Cuneo

La vostra disponibilità e assistenza sono state fondamentali per la realizzazione di questa intervista. Grazie di cuore!

Ilaria Castellazzi

Pianista, musicologa laureata con lode sotto la guida di Michele Girardi, si occupa con passione di divulgazione musicale, con una particolare attenzione al mondo del teatro d’opera; amante dell’arte in tutte le sue forme, scrive recensioni, testi teatrali, guide all’ascolto, articoli e saggi, ed è direttore artistico di una piccola Stagione lirica indipendente intitolata “Appuntamento all’Opera”.