Nonostante il fortunale che si è abbattuto sull’Arena di Verona danneggiando seriamente gli imponenti allestimenti pronti per l’anteprima con il cast al completo, l’alacre lavoro senza sosta notte e giorno dei tecnici e delle maestranze, ha recuperato e messo in sicurezza quanto si era salvato e nei laboratori artigianali ricostruito in tempo record la messa in scena per l’attesa première della Traviata di Giuseppe Verdi, opera d’apertura della stagione all’anfiteatro scaligero.
Senza prova generale, quindi, e davanti ad un pubblico di migliaia di persone, ricco di personaggi dello spettacolo, campioni sportivi e rappresentanze istituzionali, il Moulin Rouge apre i battenti offrendo luci, colori, storiche pale rutilanti e roteanti del suo mulino e non manca l’imponente iconico pachiderma dell’Esposizione Universale di Parigi trasformato a suo tempo dal locale in alcova arabeggiante per incontri clandestini, promiscui e molto altro.
Lo storico locale di Pigalle, con gli echi delle sue storie, dei suoi amori, vizi e decadenze, è l’ambientazione scelta dal regista scozzese Paul Curran per raccontare la “sua” Traviata e ne affida la riuscita realizzazione scenografica a Juan Guillermo Nova, le sapienti luci a Fabio Barettin, le belle coreografie a Kyle Lang ed i molteplici e sfarzosi costumi a Stefano Ciammitti, i quali riescono perfettamente a creare quella credibile ambientazione fin de siècle francese che finirà, come sappiamo, diventare consumato e trito stereotipo per turisti.
E’ la parigina vita mondana di Montmartre, con il suo can-can, lo champagne che scorre a fiumi, le feste di spinta spensieratezza amorale che ormai coinvolgono non solo la nobiltà delle corti e le sue cortigiane, ma risucchiano nel loro vortice anche la ricca borghesia, benpensante fuori e corrotta dentro, la quale è convinta che il denaro possa comprare tutto, dall’effimero e fruibile godimento derivante da giovani fanciulle e giovani uomini meretrici entrambi di piacere, allo stordimento dell’assenzio o il fumo dell’oppio.
Aleggia il convincimento che il titolo di Traviata dato all’opera di Verdi, nella sua trilogia con Rigoletto e Trovatore, su libretto di Francesco Maria Piave, non sia riferito solo alla storia di Violetta Valery tratta dal racconto del 1848 di Alexandre Dumas figlio, Dame aux camélias (egli stesso ispirato alla vera e triste storia di Marie Duplessis), ma che abbia più relazione la denuncia di un’ipocrisia sociale che si diffondeva travolgendo umane fragilità senza difese.
E’ una prostituta d’alto bordo, la giovane Violetta (sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia, vo’ che scorra il viver mio pei sentieri del piacer), ricca perché ricercata da tutti per le sue disponibili grazie, inafferrabile sensualità, sicura indipendenza e contagiosa Joie de vivre (Tra voi saprò dividere il tempo mio giocondo; tutto è follia nel mondo ciò che non è piacer…) Ma è minata dalla tisi e questo la rende insicura su un destino che lei stessa presagisce in solitudine (È strano! E’ strano! . . . in core scolpiti ho quegli accenti! . . . Saria per me sventura un serio amore? . . . Che risolvi, o turbata anima mia? Null’uomo ancora t’accendeva. O gioia ch’io non conobbi, esser amata amando!). Questa vulnerabilità sarà la causa del bisogno di affetto e di avere accanto un sentimento di conforto e vicinanza che possa sanare una fame d’amore da sempre rifuggita da ancestrali timori sul mancato rispetto avuto dagli uomini in passato. In questo gracile equilibrio si inserisce Alfredo Germont, immaturo e impulsivo protagonista maschile della storia che dapprima di lei si invaghirà (di quell’amor ch’è palpito, dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor), accecato dalla gelosia poi umilierà (o grido dell’onore; m’avrai securo vindice; quest’onta laverò. Oh mio rossor! oh infamia! ah sì quest’onta laverò) e nell’epilogo drammatico della storia tenterà tardivamente di farsi perdonare. Giorgio Germont, padre di Alfredo, è il vero deus della vicenda; forte della sua autorevolezza, nel secondo atto impone scelte, indirizza decisioni, battezza accordi affinché la relazione tra i due giovani venga interrotta temendo lo scandalo in famiglia (Piangi, o misera . . . Supremo, il veggo, è il sacrifizio ch’ora ti chieggo . . .Sento nell’anima già le tue pene . . .coraggio, e il nobil tuo cor vincerà!). Nel II quadro del secondo atto condanna il comportamento di Alfredo (Di sprezzo degno sé stesso rende chi pur nell’ira la donna offende . . . Dov’è mio figlio? . . . più non lo vedo; in te più Alfredo trovar non so), svela la verità e riscatta la stima spettante a Violetta, nel terzo atto verga la lettera di scuse alla giovane (Teneste la promessa…) annunciando l’arrivo del suo disperato amore e ridona un ultimo ma tardivo afflato di vita alla Valery che sul letto esalerà l’ultimo respiro tra le braccia di Alfredo.
Forse sarà per la forte tematica e non accettata denuncia sui costumi sociali che la prima rappresentazione al Teatro La Fenice di Venezia del melodramma del Cigno di Busseto, il 6 marzo 1853, subirà un conclamato insuccesso, ma a partire dall’anno successivo l’eco della storia si espanse e a tutt’oggi l’opera risulta la più rappresentata al mondo.
Il giovane soprano Martina Russomanno possiede una voce interessante con bel fraseggio , al suo debutto nell’anfiteatro di Verona, presta la voce a Violetta Valery e sembra non sentire la pressione dell’attesa nel suo ruolo alla première. La sua voce è sicura e gode di un pregevole legato. Gli acuti sono sostenuti, limpidi, i colori governati con padronanza ed intense le espressioni drammatiche richieste dalla partitura. Se la serata particolarmente ventosa non giova al cesello dei pianissimi, niente intacca il sostegno vocale sfoggiato negli impegnativi duetti con le mature voci dei cantanti compagni d’opera.
Yusif Eyvazov interpreta Alfredo Germont: la voce è apprezzata per il piglio robusto e saldo. La dizione è ottimamente scandita, la tecnica degli acuti è solida, senza fatica e la presenza scenica trova buona espressione nell’ampio palcoscenico dell’Arena se pur sono statici i ripetuti posizionamenti piantati a gambe larghe. L’energia spavalda della indiscutibile prestanza vocale del tenore ha un suo limite di mancato sentimento interpretativo.
In Giorgio Germont si fa apprezzare Amartuvshin Enkhbat. La sua voce conferma il bel timbro brunito e vellutato che la caratterizza; è ricca di intensi armonici con sfumature di tecnica impeccabile. Sulla scena è un Germont che si trasforma da statura autorevole a padre amorevole vibrando con calore e intensità le morbidezze timbriche.
Bene nella parte Francesca Maionchi, che dosa i colori vocali all’intenso e commosso ruolo di Annina e così si può dire del mezzosoprano Anna Werle, la voce dell’amica Flora Bervoix, vivace e squillante ha ruolo centrato per piglio. Un intenso Dottore Grenvil è Mariano Buccino, Nicolò Ceriani è un puntuale e insistente Barone Douphol. Buoni i ruoli di Myshketa Gëzim nel Marchese d’Obigny e Carlo Bosi nel Visconte di Letorières. Completano il cast le voci di Carlo Bombieri (Commissionario e domestico di Flora) e Francesco Pittari (Giuseppe).
L’esecuzione orchestrale della Fondazione Teatro dell’Arena subisce suo malgrado la bacchetta di Michele Spotti, il quale non incide particolare intensità esecutiva alla partitura e risulta, soprattutto nel primo atto, lenta, dilatata nei gesti e non sempre in colloquio musicale sincrono con i cantanti.
Pregevole la prestazione, sia vocale che scenica, del Coro della Fondazione, preparato da Roberto Gabbiani e di grande effetto tutte le coreografie del corpo di ballo coordinate dal Maestro Gaetano Petrosino che incantano il pubblico nella sua fantasmagoria.
Successo e prolungati scroscianti applausi a questa produzione, parte dei quali meritatamente, sono stati rivolti a quei “caschi gialli” che mai si sono fermati a riceverli, durante il loro andirivieni di montaggi e smontaggi di pannelli scenografici che sappiamo “traviati” dal maltempo e da preparare per la prossima data in programma.