L’Arena di Verona accoglie ancora una volta la fragile parabola di Violetta Valéry, inscritta in un maestoso allestimento in grado di trasformare la vastità dell’anfiteatro in uno scrigno di passioni private. Come di consueto nelle serate estive areniane, l’atmosfera è quella di un rito collettivo dove il respiro della città e delle pietre antiche sembra fondersi con quello della partitura verdiana, con il pubblico che lentamente si lascia avvolgere in una dimensione rarefatta, dove il tempo si piega al dramma di una sola donna.
In questa edizione 2025 dell’Arena Opera Festival si ripropone la vincente regia di Hugo De Ana, che firma anche scene, costumi e luci. Il suo allestimento, nato nel 2011 e più volte ripreso, conserva intatto il fascino di uno spettacolo evocativo e potente. Non si limita a illustrare la vicenda, ma scava nelle pieghe psicologiche e sociali della Traviata, raccontando con raffinata eleganza il mondo delle cortigiane ottocentesche: un universo sospeso tra seduzione e ipocrisia, dove bastano un gesto impercettibile, un accessorio, il taglio di un abito o il volgersi di uno sguardo per svelare la verità nascosta dietro una facciata luccicante e dorata.
La società parigina prende vita come un tableau vivant letteralmente racchiuso in quadri, nel quale Violetta risplende al centro, ma la sua presenza è fragile e destinata a svanire non appena vediamo incrinarsi l’equilibrio delle convenzioni. Cornici spezzate e tele inclinate troneggiano sulla scena come segni tangibili di precarietà: sembrano sul punto di scivolare via, denunciando un ordine mondano apparente e destinato a sgretolarsi. È un percorso visivo che accompagna la progressiva emancipazione interiore della protagonista: dal luccichio dei salotti e delle feste mondane – che paiono già anticipare le atmosfere fumose della Belle Époque, con vibrazioni proprie di Toulouse-Lautrec in una leggera trasposizione cronologica nel futuro – all’essenzialità cruda della sottoveste bianca del terzo atto, emblema insieme di malattia e di purificazione. In questo contesto, ogni apparizione di Violetta è un passo verso la verità di sé e il destino inesorabile, fino al distacco definitivo dal mondo e dagli affetti.
Costumi e luci sono parte integrante del racconto. Gli abiti, soprattutto quelli della protagonista, non sono mero ornamento ma tracciano il suo itinerario interiore: dallo splendore decorativo iniziale all’essenzialità spoglia nel finale. Le luci alternano bagliori caldi e dorati a tagli freddi e asettici, quasi emersi da un dipinto ad olio. In chiusura d’opera, quando la stanza di Violetta si restringe in un bagliore livido, l’intero anfiteatro respira con lei, sospinto tra la grandiosità architettonica del luogo e l’intimità del momento. È qui che De Ana riesce nella sua impresa più complessa in un simile contesto: rendere uno spazio smisurato un luogo di solitudine poetica, dove la tragedia si consuma e diventa intimamente universale.
Sul piano musicale, la concertazione di Francesco Ommassini lascia invece una sensazione di incompiutezza. La sua direzione non riesce a scaldare il cuore e manca di quella ricerca timbrico-dinamica capace di accendere la partitura verdiana e sostenerne la tensione emotiva. I tempi oscillano tra dilatazioni eccessive – che rischiano di smarrire il respiro teatrale – e improvvisi scatti concitati, spesso più segnali di frenesia che reale espressività. Il risultato è una lettura appannata, corretta sul piano tecnico ma incapace di trasformare la musica in linfa drammatica.
Il cuore della serata non pulsa purtroppo in buca, ma si accende altrove, sul palcoscenico. Ed è qui che nasce la vera magia, grazie a un cast vocale di prim’ordine.
Rosa Feola è semplicemente immensa: una Violetta di straordinaria compiutezza, capace di fondere brillantezza vocale e struggente spinta tragica. Gli acuti sono lucenti, l’emissione omogenea, il fraseggio scolpito con cura minuziosa. Ma è altresì il trasporto interpretativo a lasciare il segno, trasformando ogni frase in un atto di verità emotiva. Il suo “Amami, Alfredo” è un vertice assoluto: un urlo dell’anima da pelle d’oca (pur nell’assoluto controllo vocale), di intensità tale da lasciare stupiti per l’assenza di un più che dovuto applauso scrosciante a scena aperta in un’Arena che – di norma – si infiamma per molto meno, che sia un vero cavallo in scena o l’apertura di sipario su un trono dorato. Altrettanto struggente l’“Addio del passato”, come anche un “Sempre libera” eseguito magistralmente pur in posizioni funamboliche – certo poco comode per il sostegno del fiato – abbandonata su cornici sospese a diversi metri d’altezza.
Dmitry Korchak interpreta Alfredo con un approccio istintivo, a tratti sfrontato. La sua linea di canto si accende di slanci generosi ma tende a sacrificare morbidezza e rifinitura, con sbavature importanti e un’esagitazione crescente che compromette intonazione e proiezione, sfociando in qualche eccesso nello squillo non sempre calibrato al meglio. Ne risulta il ritratto di un giovane amante più impulsivo che introspettivo, comunque coerente con l’acerbità del personaggio anche se non sempre convincente sul piano musicale.
Di tutt’altra levatura il Germont di Amartuvshin Enkhbat, che si conferma baritono verdiano di razza. La voce, ampia e di pasta sontuosa, corre nell’Arena senza sforzo, regalando al personaggio un peso paterno intriso di autorevolezza e al contempo umanità. La sua grande aria, “Di Provenza il mar, il suol”, scolpita con portamenti morbidi e accenti dolenti, si fa momento di sospensione pura, in cui la cura del dettaglio e la nobiltà del fraseggio catturano il senso più intimo del dramma domestico di Germont.
Tra le parti di fianco, spicca la Flora di Sofia Koberidze, arguta e leggera, in vivace duello amoroso con un Marchese d’Obigny elegante e ben caratterizzato da Jan Antem. Matteo Macchioni porta in scena un Gastone dalla proiezione squillante e luminosa. Completano degnamente il cast Nicolò Ceriani (Barone Douphol), Gabriele Sagona (Dottor Grenvil) e Francesca Maionchi (Annina). Chiudono il quadro le presenze ben calibrate di Hidenori Inoue (Commissionario e domestico di Flora) e Francesco Cuccia (Giuseppe).
Il Coro della Fondazione Arena, preparato da Roberto Gabbiani, si conferma compatto e musicalmente impeccabile, capace di animare con energia gli spensierati momenti d’insieme e di imprimere solennità e colore scenico agli snodi drammatici. Il corpo di ballo, impegnato nella ripresa della coreografia originale di Leda Lojodice, contribuisce con eleganza alla vivacità della festa di Flora, aggiungendo movimento e brillantezza visiva all’impianto scenico di De Ana.
Al calare della luce fredda sull’ultimo respiro di Violetta, l’Arena resta in bilico un istante prima di esplodere in ovazioni calorose, tributando l’ennesima e validissima celebrazione areniana del capolavoro di Verdi.