Dal discusso debutto dello scorso anno all’Arena di Verona, si replica il supershow tecnologico del Nabucco di Stefano Poda: una produzione d’indubbia monumentalità con proditorie bordate visive che sembrano rispecchiare tutta la distopica visionarietà tra la sci-fi alla Star Wars e il fantasy alla Krull. Del resto, prendere o lasciare: l’opera all’Arena non può prescindere dal gigantismo d’uno spazio immenso tra boccascena e imponenti quinte-gradinata d’anfiteatro, se ne facciano una ragione i cultori della Veremonda, l’amazzone di Aragona di Francesco Cavalli goduta in uno dei novantanove posti del Teatro della Concordia a Monte Castello di Vibio. Certo, c’è da fare l’elenco ingrato dei limiti areniani: la torpedonesca e scomposta moltitudine pop digiuna d’ogni possibile aria-duetto-concertato (a parte l’unica e doverosa consuetudine col Va’ pensiero), l’alquanto difficoltoso ritorno acustico della musica verso il pubblico, l’umidità in progressiva salita e gli sbalzi di temperatura che danneggiano l’accordatura degli strumenti ad arco e affaticano le corde vocali dei cantanti, ecc. Comunque, una regia/scene/costumi/luci d’imponente ingombro all-Poda, geometricamente regolata per nostra fortuna attraverso posture e spostamenti che scattano a congegno d’orologeria: cosa che finisce per rendere in qualche modo visivamente apprezzabili tutte le innumerevoli persone che s’agitano sul palcoscenico tra cantanti, coro, ballerini, figuranti… Cancellato ogni riferimento storico e temporale, lo spazio risulta infatti essenziale e abitato da una gigantesca clessidra centrale con sopra tanto d’etichetta VANITAS (vanitatum) qual prevedibile memento mori; poi, una stretta e lunghissima scalinata che scende verso il palco dove – come in un’ostica rimembranza di latino liceale – scorre l’assertiva locuzione virgiliana FORSAN ET HAEC OLIM MEMINISSE IUVABIT; ancora, un incombente paio d’emisferi speculari al neon che fanno tanto gigantesca insegna-réclame di pneumatici a Las Vegas… In tanto rigore scenografico, qualche scivolata nel kitsch in stile Cirque du Soleil de noantri quando all’inizio della parte terza le moltitudini in palcoscenico accendono di botto i costumi cuciti con tubi fluorescenti e serpentini, oppure all’inizio del Va’ pensiero, nell’accenno “Eighties dance” che fa tanto pavimento a scacchiera da discoteca alla Saturday Night Fever. Comunque, a questi rigorosi spostamenti coreografici d’agitate moltitudini non si possono negare alcuni momenti ben riusciti, come nell’affollata danza spadaccina dei mimi; nei cubi-prigione degli Ebrei in simmetrie impeccabili; nelle figurazioni protagonistiche di Nabucco, come nel concertato alla fine della parte prima quando si posiziona al centro d’un imponente triangolo umano di figuranti con al vertice la figlia Fenena, eccellente figurazione simbolica dell’idea di potere.
Nel giudizio critico, di certo è un peccato d’imparziale scorrettezza fare la tara a un titolo operistico in base ad uno stesso titolo appena ascoltato in altri teatri… Ma – c’è poco da fare – il Nabucco di due mesi fa diretto da Riccardo Chailly alla Scala con una poderosa Anna Netrebko rimane fino ad ora lo zenit assoluto fra tutte le produzioni ascoltate nei teatri italiani in questa stagione 2025 – 2026. E qui all’Arena di Verona finisce per risuonare forte in testa, soprattutto nel ricordo delle felici scolpiture sonore dell’orchestra, nel canto dei protagonisti, nei passi corali d’assoluta rilevanza protagonistica. Chailly era riuscito a rendere flagrante tutto il sublime musicale dei nuovissimi orizzonti che il giovane Verdi aveva così felicemente aperto in questa sua terza composizione operistica: dalle forme chiuse del tradizionale dettato drammaturgico finalmente veniva esclusa la sovrabbondanza musicale in una precipua essenzialità, affinché ogni frase potesse raggiungere il suo sapore massimo, raggiante approdo che Verdi avrebbe voluto con la sua affermazione: «Una parola cantata deve mettere in scena, scolpire la situazione». Per contro, in questa serata all’Arena di Verona, il direttore Michele Spotti ha provato a mettercela tutta, nonostante sia l’innaturale cassa acustica dell’anfiteatro, sia il tronfio gigantismo spettacolare della messinscena ponessero evidenti limitazioni ad ogni possibile volo della musica, ad ogni sottigliezza orchestrale. Che poi sia – nell’ultima generazione italiana di direttori/direttrici d’orchestra – uno dei più valenti si sente subito, e che le opere di Giuseppe Verdi possano in più diventare un suo personale territorio di ricerca musicale l’ha potuto recentemente dimostrare con il Falstaff al Regio di Parma e alla Deutsche Oper di Berlino (dove peraltro è stato designato Direttore ospite principale a partire dalla prossima stagione). Questa sua esecuzione areniana ci è però sembrata piuttosto routinière, come in prudente sottrazione d’un talento sempre dimostrato nei veri teatri, e non in uno spazio nato per la lotta fra gladiatori. Ci saremmo aspettati una sinfonia che ricalcasse meno il modello di quelle rossiniane di cui giocoforza il compositore nei suoi “anni di galera” doveva tener conto, magari dando rilievo a quella tensione musicale già così squisitamente verdiana: meno propensa al trascinamento brioso, ma sintetica e pensosamente terrigna. Per fortuna, s’è potuto avvalere dell’inappuntabile presenza del coro veronese – ben istruito da Roberto Gabbiani – che, dall’apertura con Gli arredi festivi a uno stupendo Va’ pensiero, è anima imprescindibile d’ogni occorrenza drammaturgica del Nabucco. Insomma, sia sa che il cantabile d’Abigaille Anch’io dischiuso un giorno è tutta soavità belliniana e la seguente cabaletta Salgo già del trono aurato, è una citazione dell’Esci, fuggi, il furor che mi accende della Lucia di Lammermoor, oppure che il modello di quest’opera è l’appartenenza al genere del Sacro Dramma del Mosè rossiniano, ma – neanche tanto nascosti fra i righi della partitura – i segni delle prorompenti novità verdiane non ci sono pervenuti.
Youngjun Park era un Nabucco molto poco nobilitato dall’estrema sua legnosità recitativa anche se la voce potente s’è ben sentita, e da subito: dal suo ingresso con il perentorio Di Dio che parli? rivolto a Zaccaria e preceduto dall’immancabile banda che annuncia con una marcia l’arrivo del re assiro a capo dell’esercito vincitore; poi, nel S’appressan gl’istanti nella seconda parte o nel grido Non son più re, son Dio!, subito prima d’essere colpito dal fulmine divino che ne punisce la tracotanza. Un timbro caldo e belle mezzevoci espressive nella grande scena che inizia col recitativo Son pur queste mie membra!, frutto della sua mente offuscata, e nell’aria seguente Dio di Giuda, un largo dove Verdi finisce sempre per stupirci per la semplicità nobile d’un cantabile dove si concentra tutta l’umanità di Nabucco che rinuncia alla gloria terrena per piegarsi al volere di Dio.
Maria José Siri era Abigaille, sempre garanzia di un’adeguata presenza professionale bonne à tout faire. Come bonne appare dimessa e paciosa, per nulla virago fin dalla sua entrata: con una frusta chilometrica dà qui e là grandi scudisciate che non impaurirebbero neanche un manipolo di boy-scout. Riesce a portare comunque a fine opera il personaggio senza intoppi, visto che la parte è una delle più difficili dell’intero repertorio per soprano drammatico: richiede un’estensione dal Sol3 al Do6 (circa due ottave e una quarta) con considerevoli salti d’ottava, emissione scoperta a voce piena o in ppp, potenza straordinaria, agilità di stampo belcantistico, voce flessibile, continui contrasti dinamici, grande resistenza visto che è coinvolta nei momenti più intensi dell’opera. Carisma alquanto deficitario dal punto di vista sia vocale che scenico, quello della Siri, e non certo memorabile la temibilissima quanto attesa scena che inizia col recitativo Ben io t’invenni, o fatal scritto! tutto meno che furioso desiderio di vendetta, seguito dall’aria Anch’io dischiuso un giorno dove qualche bella mezzavoce s’è potuta ascoltare e conclusa dalla cabaletta senza nerbo Salgo già del trono aurato.
Alexander Vinogradov era il Gran Pontefice degli Ebrei Zaccaria, un ruolo debitore dell’imponenza vocale del Mosé di Rossini, sia del Mosè in Egitto del 1818, sia della sua versione francese Moïse et Pharaon del 1827. E il basso russo ce lo ricorda fin dal primo potente ingresso con la cavatina Sperate, o figli! (…) D’Egitto là sui lidi e poi nell’aria solenne e severa Vieni, o Levita (…) Tu sul labbro de’ veggenti nella parte seconda: una voce scurissima, da vero basso russo, omogenea in tutto il registro e dal ragguardevole volume senza mai essere tonitruante, capace d’efficaci mezzevoci. Con un difetto che da sempre si porta avanti: una dizione dai molti accenti russofoni, talvolta marcati in modo fastidioso. Eppure calca con successo i più importanti palcoscenici in molti ruoli del repertorio italiano, in fondo basterebbe farsi affiancarsi da un italico coach di pronuncia e declamato!
Su Francesco Meli, Ismaele di gran lusso, non posso che replicare quanto scritto due mesi fa per il Nabucco scaligero di Chailly: questo ruolo tenorile non ha arie solistiche vere e proprie, ma è molto presente in recitativi, duetti e concertati. Meli possiede una bellissima voce di tenore lirico e, nella sua lunga carriera, ha saputo raccontarci le storie di tanti giovani uomini del repertorio verdiano. In questo senso, il suo Ismaele è stato tutto ardore di passione, un trasporto amoroso che lo dilania perché vissuto come colpa, una sorta Romeo israelita preso da un sentimento proibito che unisce due mondi nemici. Il canto di Meli riesce sempre a risolversi in un nitido fraseggio espressivo: appassionato ma anche disperato nei momenti in cui viene ripudiato dal suo popolo. S’è però notata una salita in acuto piuttosto appannata rispetto alla sua performance scaligera di due mesi fa nello stesso ruolo (Meli canta molto perché richiestissimo: forse troppa stanchezza, oppure il caldo insostenibile di questi giorni?).
Il mezzosoprano Annalisa Stroppa era Fenena: fa un certo effetto averla ascoltata recentissimamente alla Fenice nella messinscena veneziana della Carmen di Calixto Bieito, tutta prorompente e sensuale passionalità, e ora per contro in versione mite agnus dei sacrificale: bel timbro brunito e un legato straordinario che bene hanno espresso la fervente spiritualità, l’amore disinteressato e la clemenza, ma anche un contrapporsi non del tutto acquiescente ai furori della sorellastra Abigaille, con tanto di sfida a colpi di fioretto.
Un’interpretazione rimarchevole quella di Gabriele Sagona nel ruolo del Grande Sacerdote di Belo: personaggio negativo che incarna l’ortodossia e speculare in fanatismo religioso a quello di Zaccaria. È il primo istigatore dell’odio contro gli Ebrei guidando il coro E di Belo la vendetta con la tua saprà tuonar insieme ad Abigaille, alla quale consegna la corona, come nella seconda parte nel Gloria ad Abigaille! Morte agli Ebrei! mentre guida la fazione babilonese.
Efficaci presenze dei comprimari, sia dal punto di vista vocale che scenico: l’Abdallo di Riccardo Rados e l’Anna di Elisabetta Zizzio.