Come ogni estate, tornare all’Arena è un po’ come tornare a casa: quell’attesa che cresce all’imbrunire, il cielo che si tinge di blu, le prime luci che si accendono e il brusio internazionale del pubblico che si placa al calar del sipario naturale delle stelle. Quest’anno, per la 102ª edizione dell’Opera Festival, è stato il turno di Rigoletto e l’emozione è stata doppia, non solo perché è uno dei titoli verdiani più amati, ma anche perché mancava da otto anni.
La storia la conosciamo bene, il buffone, la figlia, il Duca, la vendetta, l’amore e l’inganno, il tutto racchiuso nei tre atti, su libretto di Francesco Maria Piave. Come ogni volta, Verdi riesce a sorprenderci: quelle note non invecchiano mai, e la tragedia di Rigoletto continua a parlarci di fragilità umane che riconosciamo fin troppo bene.
In Arena, poi, tutto prende un respiro diverso. Gli artisti devono misurarsi con uno spazio immenso e un’acustica capricciosa, e non tutti ci riescono alla perfezione. Ma quando questo accade, la magia è totale tra applausi a scena aperta e brividi che corrono lungo le gradinate.
Tra i protagonisti, Ludovic Tézier ha dato vita ad un Rigoletto struggente, capace di alternare rabbia e tenerezza con un’intensità che ha commosso profondamente, soprattutto nei recitativi come “Cortigiani, vil razza dannata”. Lisette Oropesa, subentrata all’ultimo momento al posto di Erin Morley, nel ruolo di Gilda incantando con una voce limpida, acuti luminosi e una presenza scenica raffinata. Tocca l’apice con l’aria “Caro nome” tenendo il pubblico sospeso in un silenzio quasi religioso, esploso poi in ovazioni liberatorie, un segno inconfondibile che quelle gradinate custodivano un pubblico consapevole di chi stava ascoltando. Più acerbo ma promettente il debutto areniano di Pene Pati, che con il suo “La donna è mobile” ha comunque riscosso un grande successo, confermando l’efficacia di un’aria che non perde mai il suo posto nell’opera. Notevoli anche le interpretazioni di Gianluca Buratto e Martina Belli, perfetti nei panni di Sparafucile e Maddalena, incisivi e disarmanti nel quartetto finale.
Il tutto è stato accompagnato dal Coro maschile e dall’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, istituzione simbolo della città, diretti dal giovane Maestro Michele Spotti. Sotto la sua bacchetta, l’orchestra ha saputo imprimere energia e freschezza al dramma verdiano, restituendo con nitidezza sia la delicatezza dei momenti lirici sia la forza travolgente delle scene più drammatiche. Qualche squilibrio iniziale tra le sezioni orchestrali è stato rapidamente superato nel terzo atto, dove il lavoro del Maestro ha trovato il suo apice: un’orchestrazione compatta e brillante ha sostenuto le voci soliste con equilibrio e precisione, culminando in un “Bella figlia dell’amore” di rara intensità. La fusione tra strumenti e coro ha generato un suono avvolgente, capace di restituire la grandezza dell’opera verdiana e di coinvolgere il pubblico in ogni dettaglio. Ogni accento e ogni variazione dinamica hanno fatto emergere le tensioni e le sfumature psicologiche dei personaggi, trasformando l’esecuzione in un’esperienza potente e intimamente connessa all’atmosfera dell’Arena.
La regia di Ivo Guerra ha mantenuto il respiro classico dell’allestimento del 1928, ma con tocchi sorprendenti: una messa in scena fedele alla partitura verdiana, arricchita da una scenografia visivamente potente di Ettore Fagioli che rievocava la Mantova dei Gonzaga con cambi di scena complessi ma efficaci. Personaggi come i tritoni e le sirene di Carla Galleri hanno portato in scena invece un simbolismo nuovo, audace, che ha reso lo scenario meno “storico” e più evocativo, soprattutto se inseriti al posto dei nobili di corte nella scena del rapimento di Gilda o per evidenziare la seduzione trasgressiva del Duca, in contrasto con la purezza della figlia.
I costumi nei toni del verde acqua per i personaggi fantastici e bianco-azzurro per Gilda, hanno amplificato questo dualismo. Rispetto ad altre produzioni viste in Arena negli anni passati, questa scelta si è sicuramente distinta per originalità, riuscendo comunque a coniugare tradizione e innovazione.
Infine, originale e riuscita anche l’idea del “gong” a scandire i cambi scena, un dettaglio che ha fatto sorridere e, incredibilmente, ha strappato perfino una standing ovation. In teatro solitamente è l’abbassarsi delle luci ma, in questa circostanza, questa invenzione calzava in modo perfetto.
Ecco perché il Rigoletto di quest’anno non è stato soltanto un’opera ben eseguita ma un’esperienza condivisa, vibrante, di quelle che ti ricordi anche per i dettagli inattesi.
L’Arena, ancora una volta, ha dimostrato di non essere solo un luogo dove si fa musica, ma un posto dove la musica diventa realtà.