Un Don Carlo d’eccellenza ritorna al Petruzzelli dopo cinquant’anni
Nel giorno del compleanno di Giuseppe Verdi, a 212 anni dalla sua nascita, il Teatro Petruzzelli mette in scena Don Carlo: opera monumentale, imponente e forse la più temibile dell’intera produzione verdiana, tratta dall’omonima tragedia di Friedrich Schiller, alla quale andò il merito di essere di ispirazione al maestro di Busseto. Verdi infatti fu conquistato dal personaggio di Carlo, ritratto come un eroe, ma che disgraziatamente si discostava del tutto dalla figura storica, assai sfortunata. La versione scelta è quella in quattro atti in italiano, ossia priva dell’atto che si svolge nella foresta di Fontainebleau.
L’allestimento proviene dal Teatro Comunale di Modena, la regia è firmata da Joseph Franconi Lee, e le scene e i costumi da Alessandro Ciammarughi. Le scenografie sono sontuose, i costumi fastosi, con pizzi e velluti pregiati, nel pieno rispetto della drammaturgia verdiana che narra della cupa e draconiana Spagna cinquecentesca di Filippo II e dei sentimenti quali la fraterna amicizia tra l’infante Carlo e il marchese di Posa Rodrigo. Interessante la visione dello scenografo Ciammarughi, che rispetta l’ambientazione storica, dove sullo sfondo vi sono degli spalti pronti per l’Autodafé e le vicende sono sotto il controllo del Grande Inquisitore. La scenografia segue lo schema del Grand-Opéra, con dei quadri rappresentativi dei luoghi in cui la vicenda si snoda. Lo scenografo ricorre a fondali dipinti in un linguaggio sperimentale, pur rimanendo fedele alle intenzioni dell’autore. Il dramma comprende l’intera gamma dei sentimenti umani: Carlo ama una principessa francese, da lei ricambiato, ma questo amore è avversato dalla ragion di Stato; il re Filippo II non riesce né a dare né a ricevere amore; Rodrigo ama fraternamente il principe suo amico e si fa portavoce delle istanze di libertà dei popoli oppressi dal dominio spagnolo e da quello del Santo Uffizio. L’amore, l’incomunicabilità, l’anelito alla libertà e l’oppressione sono tematiche che imprigionano i personaggi, oggi estremamente attuali.
Il giovane maestro Diego Matheuz si dimostra eccellente alla guida dei complessi del teatro barese, mantenendo un perfetto dialogo con i cantanti. La cupa tinta della partitura è già ben udibile dalla breve introduzione che precede il coro dell’atto primo. La sontuosità e la maestà del tessuto musicale verdiano sotto la sua bacchetta procedono regali, stemperate dall’espressione dei più intimi sentimenti in forme di leitmotiv, quali quello della fraterna amicizia che lega l’infante di Spagna e il marchese di Posa, o il doloroso tema dell’amore impossibile tra Elisabetta e Carlo. Ogni sezione orchestrale trova la sua giusta espressione e respiro, i tempi sono sempre ragionati; il maestro compie con la sua direzione una dicotomia tra la solennità, in momenti come il glorioso Autodafé, e sentimenti quali l’amore, indissolubile eppure impossibile, tra i due giovani protagonisti, un tempo sposi promessi. La poderosa orchestra del Massimo barese è magnifica nel dipingere ogni complessa sfumatura prevista dalla partitura. Il risultato è da antologia.
Il tenore Pavel Černoch incarna un Carlo più che convincente, interprete coinvolto e appassionato: il suo è un principe dolorosamente consapevole dell’amore perduto, indomito e ribelle contro il padre; un eroe romantico al quale l’artista sa conferire accenti appassionati. Il timbro è pastoso, di buon volume e con dizione sempre chiara.
Al suo fianco una Chiara Isotton in grazia. Il soprano, gloria bellunese, è un’Elisabetta di Valois regale e vibrante, tutt’altro che fragile come si potrebbe pensare. Privata del suo Carlo, affronta con coraggio il temuto consorte, re di Spagna, denunciando la privazione del suo scrigno di gioielli. Il soprano ci regala una lezione di canto sulla parola e in pianissimo nell’aria Non pianger, mia compagna. Con regale nobiltà non cede al sentimento amoroso che pure l’addolora. La Isotton è dotata di bel timbro scuro, brunito e rotondo; la sua voce si espande con facilità, presente e sonora, vigorosa nei centri, squillante in acuto, così come nel registro grave. Il fraseggio è calibrato, intelligente e misurato; l’artista sfoggia filati ricchi di suono e canta a fior di labbra la difficile aria Tu che le vanità. Perfettamente musicale l’impervia cadenza conclusiva, eseguita con naturale morbidezza e dolcezza di emissione.
Il marchese di Posa di Vladimir Stoyanov non è da meno per importanza e bellezza dello strumento vocale in possesso di questo bravissimo artista, che ha fatto del canto verdiano la sua cifra stilistica. La voce svetta per volume e squillo, omogenea per morbidezza, con un mirabile canto sul fiato e un’inappuntabile tecnica che lo pongono nell’alveo dei migliori baritoni verdiani oggi esistenti. Il fraseggio è appassionato e l’artista coglie ogni dettaglio del suo personaggio, rattristato dinanzi al fugace sospetto di Carlo nei suoi riguardi e sempre coinvolto fino allo stremo nel leale e autentico sentimento d’amicizia, a costo della vita. L’aria Per me giunto è il dì supremo è resa con pathos drammatico e vale a Stoyanov un generoso applauso.
Simon Lim è un Filippo II autorevole. Già da tempo il basso coreano aveva destato piacevole stupore per la sua ottima pronuncia, tanto da far pensare fosse italiano. Il fraseggio è intelligente e accurato, lo strumento teatrale, ampio e pregevole, importante per volume e bel colore. Egli è un sovrano autorevole nel grande duetto con l’Inquisitore, che pure lo vede soccombente al potere della Chiesa. Il basso si fa dolente nella sua grande aria Ella giammai m’amò, un canto a mezzavoce, intimamente pensato e triste. La maestà regale è nulla di fronte al fallimento provato dall’uomo non riamato. A lui non resta altro che il sonno eterno sotto la volta nera dell’Escorial. Simon Lim si fa perfetto interprete di questi tristi sentimenti, evidenziando nella commovente aria che Verdi gli affida la caducità di un effimero potere, causa per Filippo di infelicità.
Molto bene anche Alexandra Ionis come principessa d’Eboli. Il bel timbro vellutato è al servizio di una validissima interprete, una principessa furente nella sua vendetta ma capace di un espressivo fraseggio di donna innamorata e pentita per le sue azioni. La Ionis è drammatica e coinvolgente nella sua aria O don fatale; l’artista possiede voce timbrata, corposa e presente tanto nel registro grave quanto in quello acuto. Particolarmente d’effetto il registro grave, corposo e avvolgente, senza mai tralasciare il sapiente uso del suono immascherato. La voce del mezzosoprano corre in sala sontuosa e potente; spiace solo per le variazioni semplificanti nelle sestine in agilità della sua aria d’entrata, la Canzone del velo.
Vazgen Gazaryan è il Grande Inquisitore, minaccioso e imponente quanto basta per incarnare un uomo a capo dello spietato Santo Uffizio. Se all’interprete difetta la dizione, non del tutto irreprensibile, tuttavia i suoi mezzi vocali impressionano per volume e possanza di un suono torrenziale.
Argentea la voce dal cielo di Sara Rossini, a cui si potrebbe raccomandare maggior dolcezza e uso del piano a fini interpretativi: il suo ruolo richiede una voce eterea e, appunto per questo, una maggior dolcezza nel porgere il suono le conferirebbe più effetto a un timbro già luminoso.
Bravissimi i deputati fiamminghi, nell’ordine Mario Falvella, Giuseppe Matteo Serreli, Zheng Wang, David Paccara, Edoardo Ialacci, Gianpiero Delle Grazie, per l’ottimo amalgama vocale di ragguardevole spessore.
Bene anche Massimiliano Chiarolla come Conte di Lerma e l’araldo reale Nicola Domenico Cuocci.
Di voce importante anche il frate di Boapeng Wang.
Il coro, guidato da Marco Medved, trova in quest’opera la sua massima espressione: squillante e maestoso nell’Autodafé, lodevole per la costante ricerca nella cura e compattezza di un suono smaltato e potente, ammantato di mistero all’inizio dell’atto primo.
Applausi meritati per un Don Carlo memorabile, in scena fino al 16 ottobre.