Le stelle del
barocco brillano nel cielo barese. Il 19 settembre è andata in scena la premiere del
Giulio Cesare, capolavoro di Georg Friedrich Hendel, per la prima volta a
Bari. La produzione va in scena con doppio cast fino al
25 settembre. Un grande cast ha dato vita alla splendida quanto insidiosa opera con eleganza e gusto, nelle arie come nei recitativi ed è stato guidato dalla bacchetta del maestro
Stefano Montanari che ha offerto una lettura sobria, pacata, accarezzando le gentili armonie barocche, con i giusti tempi senza mai cedere alla frenesia che spesso si ascolta in produzioni del catalogo haendeliano e di altri compositori come
Antonio Vivaldi. La direzione del maestro è stata in perfetta sintonia col palcoscenico, eccetto qualche taglio di poco conto e per la verità irrilevante ai fini della considerevole mole della partitura, la sua è stata una direzione tendente a collocare questo Giulio Cesare in una prospettiva storica, ogni sezione orchestrale ha trovato il giusto risalto tra i colori della partitura.
A dar vita al ruolo del dittatore romano Giulio Cesare Raffaele Pe, controtenore di conclamata fama e consuetudine nel repertorio barocco, in splendida forma. Lo strumento di cui è in possesso ha brillato per lucente splendore e morbida emissione. La sua vocalità è omogenea, la dizione sempre perfetta e la sua voce è teatrale. A Raffaele Pe va un elogio per la sua musicalità. Gli irti virtuosismi delle arie affidate alla sua vocalità dal compositore tedesco sono stati affrontati con piglio e disinvoltura, perfettamente appoggiati e scanditi. Molto riuscita l’aria di fine primo atto Va tacito e nascosto con la cadenza in duetto col corno.
Non gli è stata da meno la Cleopatra di
Sandrine Piau dal timbro seducente e argenteo, anche per lei l’encomio per la straordinaria bravura nell’interpretare una regina smaliziata, scaltra e contestualmente dolente, mirabile l’esecuzione di
Piangerò la sorte mia, aria nella quale il
soprano ha dato prova di possedere un perfetto controllo di lunghi fiati in pianissimo delineando un’ambiziosa regina che, vinta dal fratello Tolomeo, vedeva i suoi sogni di gloria spegnersi. La celeberrima aria
Da tempeste il legno infranto, poco più avanti, è stata risolta con perfetta bravura nel difficile
canto di agilità.
Una dolente Cornelia è stata impersonata dalla magnifica
Sara Mingardo, di timbro bronzeo, caldo, di intenso velluto. La sua Cornelia piange la morte del consorte Pompeo, ma mai rinuncia ad un’elegante dignità nei confronti di chi la brama sessualmente, pronta a difendersi ora contro il re egizio Tolomeo, ora contro il perverso Achilla. L’artista, in possesso di voce ampia e teatrale, offre al pubblico un sapiente canto sul fiato, sulla parola, con accenti di patetismo drammatico mostrati nell’aria di sortita priva son d’ogni conforto.
Filippo Mineccia, Tolomeo, è controtenore di ottima scuola, sebbene con un registro grave a tratti meno sonoro di quello medio alto. Anche a lui va riconosciuta una ragguardevole tecnica.
Giuseppina Bridelli ha impersonato il giovane Sesto Pompeo, ruolo en travesti. Il soprano lirico leggero ha affrontato con totale disinvoltura e bravura una parte non priva di piglio eroico, un giovane uomo figlio del più temibile avversario di Cesare e, come tale, desideroso di imitarne le gesta. Egli non teme di battersi col tiranno Tolomeo pur di salvare la madre al pari di lui coraggiosa. Tale lettura impetuosa viene offerta dall’ottimo soprano fin dalla sua aria d’entrata Svegliatevi nel core.
Il basso Davide Giangregorio ha incarnato un ottimo Achilla. Giangregorio è un basso brillante, sorretto da un suono ampio e voluminoso, perfettamente a suo agio nel rapporto col palcoscenico e col ruolo dell’infido generale egizio.
In parte e di ottimo livello anche il Curio di Domenico Apollonio e il Nireno di Angelo Giordano.
L’allestimento scenico per questa produzione è quello del Teatro dell’Opera di Roma, in coproduzione con Théatre des Champs-Elisees, Oper Leipzig, Opera orchestre National de Montpellier Occitanie, Capitole de Toulouse. La regia è firmata da
Damiano Michieletto, le scene di
Paolo Fantin, i costumi di
Agostino Cavalca, il disegno luci di
Alessandro Carletti e le coreografie di
Thomas Wilhelm.
L’estetica del regista Michieletto non prevede una regia e costumi come il 48 a.C avrebbe richiesto, Giulio Cesare è in giacca e cravatta, poco conta evidentemente la drammaturgia narrata nel libretto di Nicola Francesco Haym e il contesto storico dal quale il dramma prende le mosse. Fumi, petardi, rumori disturbanti dominano la serata. Stando al disegno registico, un neofita potrebbe pensare che Haendel sia un compositore contemporaneo; gioverebbe forse ricordare che la prima assoluta del Giulio Cesare risale al 1724. Il significato dei simboli utilizzati per la sua regia in rappresentanza dell’animo umano e dei suoi sentimenti fa riflettere e desta interesse; per contro indispone la chiara volontà di affiancare a ciò le palesi intenzioni provocatorie e attualizzanti del dramma. Cleopatra ha un caschetto di paillettes. Afferma Michieletto che la sfida di un regista è creare, inventare laddove un vero slancio narrativo manca, nonostante la musica permetta di scavare nell’animo umano per l’intenso potere spirituale insito in essa. Musicalmente tuttavia l’opera presenta un’aria dietro l’altra, la fabula narrativa è poco realistica, come d’altronde per altre opere barocche. Di qui, secondo Michieletto, la libertà assoluta del regista, consapevole che il dramma non sia verosimile. Le parche del destino, tre bravissime danzatrici, con i loro fili rossi avvolgono il protagonista. Giulio Cesare è spettatore degli eventi, quasi passivo. Si innamora di Lidia, creduta serva di Cleopatra. Per contrasto, è sesto che decide di vendicare la morte del padre gloriosamente; Cesare della gloria sembra farne a meno. Quattro anni dopo il dittatore sarà ucciso dai congiurati che credeva amici, proprio sotto la statua del suo acerrimo rivale Pompeo. Quale tiranno, Cesare va incontro al suo destino, quello di essere ucciso.
Tolomeo è un giovanissimo re, viziato e capriccioso, interpreta il ruolo di un faraone, dal quale è ben lontano e ha un rapporto privo di equilibrio con sua sorella che odia.
Cleopatra alterna momenti di esaltazione per la sfida col fratello a grande tristezza, presaga del destino che l’attende.
La regia di Damiano Michieletto è simbolica, un intreccio di fili rossi formano una ragnatela moltiplicata da un gioco d specchi. Essa è nella mente di Cesare e rappresenta il potere, talvolta insidioso. Lo spettacolo si apre col doppio di Cesare legato da fili che sembrano volerlo risucchiare nell’oscurità. Il regista pone particolare attenzione alle dinamiche familiari. Cornelia, nell’elaborare il lutto, vede il fantasma del defunto consorte Pompeo; in realtà esso non è altri che Tolomeo.
La serata è stata salutata da convinti ed entusiastici applausi per tutti.