La nuova stagione del teatro Petruzzelli si apre all’insegna di Niccolò Piccinni e del suo capolavoro La Cecchina, ossia la buona figliuola, su libretto di Polisseno Fegeio, pseudonimo di Carlo Goldoni. L’opera andò in scena il 6 febbraio del 1760 al teatro delle Dame di Roma e oggi a Bari vede un nuovo allestimento, in coproduzione col Teatro Massimo di Palermo, ed è inserita nell’ambito delle celebrazioni per il trecentesimo anniversario dalla nascita del compositore barese che culmineranno nel 2028.
Fino ad allora la sua Bari gli rende omaggio per tre anni con una sua opera in apertura di stagione: quest’anno la scelta è caduta su La Cecchina, per il prossimo sarà Zenobia e per il 2028 sarà Atys. Nei tre anni a venire ci si augura di riaprire la casa natale dell’operista, già aperta in passato per un breve periodo. Il capoluogo pugliese inoltre sarà animato da interessanti eventi, come mostre o importanti convegni musicologici, volti a valorizzare l’opus picciniano.
La regia è affidata a Daniele Luchetti, le scene ad Alessandro Camera, i costumi a Massimo Cantini Parrini e le luci a Marco Filibeck.
Daniele Luchetti immagina per La Cecchina un’ambientazione di villeggiatura, sospesa tra Piccinni e Goldoni, tra nord e sud, in un meridione ideale e luminoso, perennemente immerso in un’atmosfera vacanziera. Un sud immaginario fatto di lunghe passeggiate sulla spiaggia, interminabili partite a tennis, festini mondani e notti d’amore.
Con questa scelta registica Luchetti tenta di avvicinare un’opera settecentesca, figlia dell’Europa illuminista, alla sensibilità odierna. Emblematica, in tal senso, è la comparsa in scena di un monopattino guidato dal Marchese della Conchiglia: un segno volutamente anacronistico che invita lo spettatore a interrogarsi sull’attualità dei giochi di potere raccontati in La Cecchina, sulla distanza o sulla sorprendente prossimità tra la morale dei personaggi goldoniani e quella del nostro tempo, su quanto quel mondo possa ancora parlarci oggi.
Seguendo la regia di Luchetti il pubblico è chiamato a riflettere non solo sulla trama, ma anche sulla persistenza di dinamiche sociali e sentimentali che attraversano i secoli. Quanto siamo cambiati, davvero, rispetto ai protagonisti delineati da Goldoni e messi in musica da Piccinni?
A questo interrogativo risponde, in forma visiva, la scenografia di Alessandro Camera, che sceglie di mantenere un saldo legame con il Settecento, in coerenza con la collocazione storica del compositore barese e del suo librettista. Il riferimento è quello di un classicismo illuminato, ma Camera compie un’operazione profondamente introspettiva: immagina come Piccinni potrebbe oggi raccontare quel mondo, restituendo un diciottesimo secolo vivo, teatrale, ma attraversato da una sottile inquietudine.
L’ambientazione, essenziale e leggera, mette in risalto la centralità della musica e della parola goldoniana, mentre la scenografia assume un valore simbolico, riflettendo il carattere dei protagonisti. Creata appositamente per La Cecchina, essa non si presta a essere replicata per altri titoli, tanto è intimamente legata alla drammaturgia dell’opera.
Pur trattandosi del secolo delle crinoline e degli sfarzi, la scelta è quella di una sobrietà consapevole. Il mondo rappresentato appare spento, dominato da un benessere stanco, privo di autentico slancio vitale. Il palcoscenico, ricoperto di sabbia, diventa metafora di una trasandatezza morale, di una natura che ha ormai preso il sopravvento sull’ordine umano.
Le colonne in prospettiva rendono omaggio alla grande tradizione scenografica del Bibiena: un tempo eleganti e luminose, ora appaiono scolorite, consumate dal tempo. Il fondale, leggermente inclinato, suggerisce un senso diffuso di affaticamento, quasi un mondo che fatica a reggersi su se stesso.
I personaggi che lo abitano sembrano vivere in uno stato di perenne torpore, annoiati, assonnati, come reduci da notti di eccessi che hanno lasciato solo stanchezza e vuoto. In questo contesto si inseriscono i costumi di Massimo Cantini Parrini che delineano un Settecento sospeso, attraversato dalla quotidianità più che da un intento celebrativo.
I tessuti, leggeri e rarefatti, di organza trasparente e impalpabile, fanno pensare a figure che riemergono da un acquerello settecentesco. Le cromie, oscillanti tra tonalità polverose e improvvise accensioni di colore, cercano l’emozione più che la decorazione.
Scene e costumi, pur fedeli alla drammaturgia originale, restituiscono una costante dicotomia emotiva: quella vissuta da Cecchina e quella imposta dalla società che la circonda. Nell’opera di Piccinni, Luchetti e Camera costruiscono così un Settecento morale prima ancora che storico, un mondo in cui la bontà, fragile e irreprensibile, trova infine la propria forma visibile in un abito da indossare.
Sul versante musicale l’opera trova una guida di assoluta affidabilità nella bacchetta di Stefano Montanari, direttore dalla lunga e consolidata familiarità con il repertorio barocco. La sua lettura della partitura picciniana si distingue per vitalità, freschezza e per una sapiente valorizzazione dell’intera tavolozza timbrica dell’orchestra, chiamata a restituire quella caratteristica brillantezza che permea l’opera.
Montanari sa modellare il suono con intelligenza teatrale, esaltando i contrasti, le sfumature e il gioco dei colori, mantenendo sempre un felice equilibrio tra buca e palcoscenico. Non secondario, il fatto che il direttore segga egli stesso al cembalo, elemento che contribuisce a una concertazione ancora più organica e partecipe.
L’intesa con i cantanti appare frutto di un lavoro accurato e minuzioso, volto alla ricerca di autentici preziosismi musicali: ogni dettaglio, ogni inflessione, ogni accento sembra finalizzato a una lettura cesellata, mai generica, sempre attenta alla parola e al gesto sonoro.
Nel ruolo eponimo di Cecchina, il soprano Francesca Aspromonte offre una prova di grande solidità e consapevolezza. Il timbro, pienamente lirico e gradevolmente caldo, si accompagna a suoni rotondi e ben rifiniti; la padronanza del fiato e una tecnica più che affidabile le consentono di affrontare con sicurezza le asperità di una scrittura tutt’altro che semplice.
L’interpretazione si distingue per partecipazione sincera e irreprensibile misura etica: dolente e composta di fronte alle continue vessazioni subite, l’artista giunge al lieto fine con una gioia trattenuta, nobile, mai sopra le righe, restituendo una Cecchina che, pur riscoprendosi baronessa, rimane profondamente umile.
Di grande efficacia anche la Marchesa Lucinda di Ana Maria Labin, brillante nel canto di agilità e forte di un mezzo vocale presente, sonoro e ben proiettato. Il timbro, chiaro e seducente, si unisce a un canto sempre nitido sulla parola, rendendo ogni frase perfettamente intellegibile. L’interprete è centrata nel personaggio: scaltra, vivace, dispettosa quanto richiesto dagli stilemi dell’opera buffa, senza mai scadere nella caricatura.
Non le è da meno Francesca Benitez nei panni del Cavalier Armidoro. Il soprano affronta con sicurezza l’ardua aria di sortita Della sposa il bel sembiante, mettendo in luce una timbrica omogenea, acuti luminosi e una linea di canto elegante e musicale. La scrittura vocale, impervia per salti e agilità, viene risolta con disinvoltura grazie a un legato sempre sostenuto sul fiato e a un controllo tecnico evidente.
All’interno dell’eccellente reparto femminile, spicca per particolare lucentezza e brio Michela Antenucci nel ruolo di Sandrina. La voce argentea si proietta con naturalezza, creando quel raro effetto di “galleggiamento del suono” che sembra distaccarsi dal corpo per librarsi nello spazio teatrale.
Perfetta la sintonia con il mezzosoprano Paola Gardina, Paoluccia, sodale di Sandrina e, come lei, animata da un’invidia malcelata nei confronti di Cecchina. La Gardina mette in campo una voce espressiva, dal bel velluto, capace di restituire con finezza le sfumature del personaggio.
Il Marchese della Conchiglia trova in Krystian Adam un interprete di notevole spessore. Il tenore sfoggia un timbro caldo e pastoso, un volume adeguato e una linea di canto morbida e ben legata, solida in tutta l’estensione. Il fraseggio, curato e partecipe, disegna un Marchese dai colori intensi, languidamente innamorato e credibile nella sua malinconica nobiltà.
Ottima anche la prova di Christian Senn nei panni del contadino Mengotto: baritono dal brillante squillo, l’artista dimostra una notevole varietà cromatica, risultando vivace e appassionato nelle sue profferte amorose, sempre sostenute da una vocalità franca e ben proiettata.
Infine, Pietro Spagnoli regala al pubblico un Tagliaferro esilarante e finemente cesellato. Il suo è un perfetto scavo interpretativo, costruito con intelligenza teatrale e irresistibile senso del tempo comico, impreziosito da un gustoso accento tedesco che contribuisce a un coinvolgimento costante di un pubblico divertito e partecipe.
Nel complesso, una serata di grande equilibrio e qualità, in cui l’attenzione al dettaglio musicale e la cura interpretativa restituiscono pienamente lo spirito e il fascino della partitura di Piccinni.
Novità assoluta, durante gli applausi, un elegante omaggio floreale viene offerto alle artiste del cast e alle maestranze femminili del teatro da parte del neo eletto sovrintendente Nazareno Carusi.