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Bergamo, Donizetti Opera Festival 2025: Il furioso nell’isola di San Domingo

  • Bergamo, Donizetti Opera Festival 2025 Il furioso nell'isola di San Domingo - ph Gianfranco Rota - recensione Opera Mundus

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ORIGINALE

  • Stando a quanto lasciano intendere le recensioni circolate finora, la premiere di Il furioso nell’isola di San Domingo in questa nuova edizione del Donizetti Opera Festival di Bergamo dev’essere stata un successo incontrovertibile. Peccato che la seconda recita, quella qui recensita, non abbia avuto la stessa sorte: una serata accidentata, costellata da piccoli inciampi qua e là che, sommati l’uno all’altro, sono culminati nel secondo atto con il funesto episodio che potremmo battezzare come Baritono in fuga. Un vero peccato, perché l’opera merita ben altra fortuna.

    Il furioso è un titolo che, musicalmente, non ha nulla da invidiare alle grandi opere buffe o semiserie di Donizetti, e ben superiore a quanto la sua rarità in scena potrebbe far supporre. La nuova edizione critica di Eleonora Di Cintio per Casa Ricordi, che restituisce la partitura alla forma più vicina allo stato originario e corregge errori armonici e decisioni editoriali palesemente errate, facilmente rintracciabili nelle incisioni storiche del XX secolo – si ripristina inoltre il titolo autentico dell’opera, sicché Il furioso ALL’isola di San Domingo torna a essere Il furioso NELL’isola di San Domingo – permette di riscoprire nuovi passaggi. Tra i recuperi più significativi, al già noto e drammatico preludio iniziale si aggiunge un archetipo Allegro in re maggiore da sinfonia belcantista: poco ispirato e impersonale, verosimilmente espunto da Donizetti stesso dall’autografo e dunque assente nella versione romana del 1833, ma reimpiegato successivamente in una ripresa milanese; una curiosità più stimolante dal punto di vista musicologico che all’ascolto, ma comunque gradita.

    D’altro canto, il libretto di Jacopo Ferretti (già autore della celebre Cenerentola rossiniana), basato su un episodio cervantino del Don Chisciotte, affronta la follia maschile – tema insolito nel melodramma italiano del tempo – con un’impostazione a priori moderna e promettente. Il primo atto funziona, e molto bene: la presentazione del folle, il naufragio, l’interazione con Kaidamà… tutto respira ingegno e un’aria quasi di esperimento teatrale. Il problema arriva nel secondo atto, dove il libretto precipita verso l’inverosimile e il ridicolo: un Cardenio che oscilla tra lucidità momentanea e ricaduta, tra amore e odio con rapidità episodica (ti amo, non ti amo, ti perdono, non ti perdono, ti uccido, anzi uccidiamoci insieme… anzi no, viviamo), suscitando più risatine involontarie che commozione. Con una drammaturgia così, sorprende ancora di più la solidità della partitura.

    Manuel Renga firma una produzione che dialoga apertamente con quella della Caterina Cornaro del giorno sucesivo, soprattutto nella dicotomia passato/presente: un Cardenio anziano che rivive il proprio io giovane mentre l’asettico ospizio-sanatorio mentale in cui è ricoverato si trasfigura nell’isola esotica, colorata e immaginifica di un tempo, creata dallo scenografo Aurelio Colombo e ispirata – come si legge nelle note di sala – alle decorazioni interne e alle illustrazioni ornitologiche del pittore bergamasco Quirino Salvatoni (1787-1871). Pur senza ambire allo spettacolare o al memorabile, l’insieme risulta teatrale, funzionale e chiaro nella sua narrazione.

    Dal podio, Alessandro Palumbo ha offerto una lettura molto notevole, con contrasti dinamici ben ponderati, fraseggio intelligente ed espressivo, ed equilibrio tra la scintilla – per esempio nella riscoperta ouverture o, soprattutto, nella lanciata stretta del finale primo, prova vertiginosa di precisione non altrettanto centrata sul palcoscenico quanto nella buca dell’orchestra – e il lirismo patetico perfettamente congeniale allo stile donizettiano. L’Orchestra Donizetti Opera, con Massimo Spadano (già mitico konzertmeister dell’Orquesta Sinfónica de Galicia) alla guida dei violini, non ha vissuto la sua serata più felice: qualche svista evidente nei legni, archi talvolta un po’ slegati e poco sonori… Ciononostante, l’insieme ha operato con professionalità, regalando momenti distinti come la violenta tempesta del primo atto o il toccante preludio con solo di clarinetto che precede il duetto Cardenio-Kaidamà (“Tutto è velen per me – Taceva e mi guardava”). Il Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, preparato da Salvo Sgrò e presente in questa recita unicamente nella sezione maschile, non è risultato particolarmente compatto o voluminoso, ma competente e musicale.

    Paolo Bordogna è, senza dubbio, un attore straordinario e uno dei buffi rossiniani di riferimento oggi. Ma questo Cardenio, parte baritonale impegnativa come poche nel corpus donizettiano, è lontana dal suo territorio naturale. Bordogna, dotato di un timbro ingrato e gutturale, emissione irregolare e gravi poveri, sembra deciso ad ampliare il repertorio verso ruoli di carattere di grande respiro come quello in questione, che però gli calzano oggettivamente larghi e gli stanno presentando il conto. Dopo un primo atto scenicamente valido ma già vocalmente in affanno, il monologo della follia e il successivo duetto con Eleonora hanno iniziato a mostrare crepe allarmanti. E poi, l’imprevedibile: quasi al termine del numero, Bordogna ha avuto un conato, un gesto di smarrimento, ed è fuggito dal palco, lasciando una Nino Machaidze visibilmente interdetta. Dopo interminabili secondi di silenzio gelido, ci veniva comunicato che non si poteva garantire la prosecuzione della serata. Per fortuna, dopo circa un quarto d’ora di incertezza, un Bordogna emozionatissimo è tornato per portare a compimento la recita, inizialmente molto provato, stonato e quasi a mezza voce, ma riuscendo comunque a concluderla con la dignità di chi si aggrappa al personaggio fino all’ultimo. Il pubblico, comprensivo e consapevole dello sforzo, gli ha tributato un’accoglienza calorosa ai saluti. Non resta che augurargli una pronta e completa ripresa vocale, affinché possa affrontare la terza recita nelle stesse condizioni ottimali della sua riuscitissima serata inaugurale.

    Secondo l’aplausometro, la trionfatrice indiscussa della notte è stata Nino Machaidze. Il suo personaggio, Eleonora, è tanto lezioso e instabile – come si suol dire, Dio li fa e poi li accoppia – quanto snervante, ma il soprano georgiano gli ha conferito dignità, intenzione ed eleganza vocale. Pur con qualche acuto un po’ aspro e un smalto non sempre omogeneo, ha mostrato stile, musicalità, intenzione espressiva e autentica classe. Il rondò finale “Che dalla gioia oppresso” ha chiuso la serata nel migliore dei modi.

    Santiago Ballerini, alle prese con il ruolo ingrato di Fernando, fratello “risorto” di Cardenio che compare soltanto per cantare due arie micidiali – una per atto – e poi sparire, ha offerto una voce fresca, luminosa e un registro acuto relativamente agevole, come dimostrato nella prima aria, molto applaudita. La tecnica, però, rimane assai precaria: acuti lanciati allo sbaraglio, respirazioni improvvisate e tendenza a perdere il tempo; dopo una cadenza non proprio felice, Palumbo ha faticato non poco a rimetterlo in carreggiata nella cabaletta del secondo atto “Affrettati, vola, momento beato”.

    Bruno Taddia, baritono dal timbro non particolarmente seducente, ha invece cesellato con perizia la vis comica dello schiavo moro Kaidamà, trasformato da Renga in una sorta di mimo sospeso tra la commedia dell’arte e Mary Poppins (trent’anni fa lo avremmo probabilmente visto imbrattato di catrame alla maniera del Re Baldassarre nella recita scolastica dell’Epifania). Il suo duetto con Bordogna nel secondo atto è risultato offuscato da qualche frase ingoiata e una precisione non impeccabile, comprensibilmente condizionato da quanto appena accaduto. Ciononostante, vanno riconosciute la sua naturalezza scenica e l’istinto comico con cui ha dato forma ai movimenti stereotipati imposti dalla regia.

    Tra i comprimari, molto convincente Valerio Morelli come Bartolomeo, voce sana e presenza scenica solida, ben affiancato dalla corretta Marcella di Giulia Mazzola.

    Il retrogusto agrodolce di una serata disorientante e segnata dagli incidenti ha impedito a chi scrive di godere quanto avrebbe desiderato di questa partitura inconsueta, ricchissima musicalmente, colorata e contrastante, irregolare e al tempo stesso originale, in cui Donizetti esplora sentieri poco battuti e lascia pagine di grande ispirazione. Che questa seconda recita non offuschi il reale valore dell’opera, e che la terza, ormai senza intoppi, possa dimostrare che possiede tutte le carte in regola, come molti altri belcanti dimenticati, per tornare a pieno titolo nel repertorio.

  • Por lo que parecen indicar las críticas, el estreno de Il furioso nell’isola di San Domingo en esta nueva edición del Donizetti Opera Festival de Bérgamo debió de ser un éxito incontestable. Lástima que la segunda función, la que nos ocupa, no corriese la misma suerte: una velada accidentada, salpicada de pequeños fallos aquí y allí que, sumados unos a otros, terminaron por desbaratarse en el segundo acto con el funesto episodio que podríamos bautizar como Barítono a la fuga. Una lástima, porque la ópera merece mejor fortuna.

    Il furioso es un título que, musicalmente, no tiene nada que envidiar a las grandes óperas bufas o semiserias de Donizetti, y muy superior a lo que su rareza en los escenarios podría insinuar. La nueva edición crítica de Eleonora Di Cintio para Casa Ricordi, que devuelve la partitura a su forma más cercana al estado original y corrige fallos armónicos y decisiones editoriales evidentemente erróneas, fácilmente detectables en las grabaciones históricas del siglo XX –se restituye además el título auténtico de la obra, de modo que Il furioso ALL’isola di San Domingo pasa a conocerse como Il furioso NELL’isola di San Domingo–, permite redescubrir nuevos pasajes. Entre las recuperaciones más significativas, al ya conocido dramático preludio inicial se añade un arquetípico Allegro en re mayor de obertura belcantista, poco inspirado e impersonal, que el bergamasco habría suprimido del autógrafo y, por tanto, de la versión romana de 1833, recuperándolo posteriormente para una reposición en Milán; curiosidad más interesante desde un prisma musicológico que para el oído, pero siempre bienvenida.

    Por otra parte, el libreto de Jacopo Ferretti (también autor del libreto de la célebre Cenerentola rossiniana), basado en un episodio cervantino del Quijote, aborda la locura masculina, temática insólita en el melodrama italiano de la época, y lo hace con un planteamiento a priori moderno y prometedor. El primer acto funciona, y muy bien: la presentación del loco, el naufragio, la interacción con Kaidamà… todo ello destila ingenio y un aire casi de experimento teatral. El problema viene con el segundo acto, donde el libreto se despeña hacia lo inverosímil y lo ridículo, con un Cardenio que oscila entre la lucidez temporal y la recaída, entre el amor y el odio, con una velocidad episódica (te quiero, no te quiero, te perdono, no te perdono, te mato, mejor nos matamos los dos… bueno, vivamos); más que conmover, despierta la risa, y sin querer. Con un texto así, sorprende pues todavía más la solidez de la partitura.

    Manuel Renga firma una producción que dialoga claramente con la de la Caterina Cornaro del día siguiente en cuanto a la dicotomía pasado/presente, con un Cardenio anciano que recuerda a su yo joven mientras el aséptico asilo-sanatorio mental en el que permanece recluido se ve transformado en la isla exótica, colorida e imaginativa de antaño, firmada por el escenógrafo Aurelio Colombo e inspirada, según se advierte en las notas al programa, en las decoraciones interiores e ilustraciones ornitológicas del pintor bergamasco Quirino Salvatoni (1787-1871). Aun sin inscribirse en lo espectacular o memorable, el conjunto resulta teatral, funcional y claro en su narrativa.

    Desde el foso, Alessandro Palumbo nos obsequió con una lectura muy notable, donde destacaron unos contrastes dinámicos bien medidos, un inteligente y expresivo fraseo o un equilibrio entre la chispa –por ejemplo, en la redescubierta obertura o, sobre todo, en la embalada stretta del finale primo, vertiginosa prueba de precisión no tan cuadrada desde el escenario como desde el foso– y el lirismo patético que casa a la perfección con el estilo donizettiano. La Orchestra Donizetti Opera, con Massimo Spadano (otrora mítico concertino de la Orquesta Sinfónica de Galicia) al frente de los violines, no tuvo su mejor noche: alguna pifia evidente en las maderas, cuerdas ocasionalmente algo deslavazadas y poco sonoras… Con todo, el conjunto actuó con profesionalidad y propinó distinguidos momentos, como la violenta tormenta del primer acto o el sobrecogedor preludio con solo de clarinete que precede al dueto Cardenio-Kaidamà “Tutto è velen per me – Taceva e mi guardava”. El Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, a las órdenes de Salvo Sgrò y hoy compareciendo solo en su sección masculina, no sonó especialmente compacto ni voluminoso, si bien competente y musical.

    Paolo Bordogna es, sin duda, un actor extraordinario y uno de los bufos rossinianos de referencia en la actualidad. Pero este Cardenio, parte baritonal exigente como pocas dentro del corpus donizettiano, se encuentra lejos de su territorio natural. Bordogna, dotado de un timbre ingrato y gutural, emisión desigual y graves desguarnecidos, parece empeñado en ampliar repertorio hacia papeles de carácter de gran aliento como el que nos ocupa, que, sencillamente, le vienen demasiado grandes y le están pasando factura. Tras un primer acto solvente actoralmente pero ya vocalmente tenso, el monólogo de la locura y el posterior dueto con Eleonora empezaron a mostrar grietas alarmantes. Y entonces ocurrió lo insólito: casi finalizado el número, Bordogna hizo un amago de arcada, soltó un gesto de angustia y salió del escenario a la carrera, dejando a una desconcertada Nino Machaidze sola en escena. Tras unos eternos segundos de silencio que helaron la sala, se nos anunciaba que no podía asegurarse que la función fuera a continuar. Por fortuna, tras cerca de un cuarto de hora de incertidumbre, un visiblemente emocionado Bordogna regresó para rematar la velada, en un inicio muy mermado, desafinado y prácticamente a media voz, pero logrando concluirla con la dignidad de quien se aferra al personaje hasta el final. El público, comprensivo con la situación y consciente del esfuerzo, le tributó con una cálida recepción en los saludos. Solo cabe desear su pronta y completa recuperación vocal, así como que pueda afrontar la tercera función en condiciones tan idóneas como las de su exitosa noche de estreno.

    Según el aplausómetro, la triunfadora indiscutible de la noche fue Nino Machaidze. Su personaje, Eleonora, es tan cursi e inestable –como se suele decir, Dios los cría y ellos se juntan– como desesperante, pero la soprano georgiana le confirió dignidad, intención y brillo vocal. A pesar de algún agudo algo agrio y un esmalte no siempre homogéneo, demostró estilo, musicalidad, gran intención expresiva y auténtica clase. Su interpretación del rondó final “Che dalla gioia oppresso” resultó un broche que finiquitó la función con su mejor versión.

    Santiago Ballerini, enfrentado al ingrato papel de Fernando, hermano «resucitado» de Cardenio que aparece solo para cantar dos arias infernales –una en cada acto– y volver a desaparecer, ofreció una voz grácil y lozana y una franja aguda relativamente fácil, como demostró en su aplaudida primera intervención. Sin embargo, la técnica es acusadamente precaria: agudos lanzados a las bravas, respiraciones improvisadas y tendencia a perder el tempo; por ejemplo, tras una cadenza no del todo satisfactoria, Palumbo se vio negro para reconducirlo en la cabaletta del segundo acto “Affrettati, vola, momento beato”.

    El barítono Bruno Taddia, sin un timbre especialmente deslumbrante, bordó la vis cómica del esclavo moro Kaidamà, que Renga convierte en una especie de mimo estéticamente a caballo entre la commedia dell’arte y Mary Poppins (treinta años antes lo hubiéramos visto embadurnado en betún cual rey Baltasar en una cabalgata de barrio). Su dueto con Bordogna en el segundo acto se vio empañado por alguna frase comida y menor precisión de la deseada, seguramente afectado por lo que acababa de ocurrir. Con todo, cabe destacar la intuición y la naturalidad con la que articuló cada gesto antinatural y estereotipado impuesto por la regia.

    En cuanto a los secundarios, muy solvente la actuación de Valerio Morelli como Bartolomeo, de voz sana y presencia escénica convincente, bien complementada por la suficiente Marcella de Giulia Mazzola.

    El sabor agridulce de una velada desconcertante y marcada por los incidentes impidió a quien escribe estas líneas disfrutar tanto como hubiera deseado de esta partitura inhabitual, musicalmente riquísima, colorida y contrastante, irregular a la par que original, donde Donizetti explora caminos poco transitados y deja páginas de enorme inspiración. Que esta segunda función no haga sombra al valor real de la ópera, y que la tercera, ya sin infortunios, termine por demostrar que tiene todos los mimbres necesarios para volver con pleno derecho, al igual que muchos otros belcantos olvidados, al repertorio.

21 novembre 2025 – Bergamo, Donizetti Opera Festival: Il furioso nell’isola di San Domingo

Melodramma in due atti di Jacopo Ferretti
Musica di Gaetano Donizetti

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Valle, 2 gennaio 1833

Edizione critica a cura di Eleonora Di Cintio
© Casa Ricordi, Milano
con la collaborazione e il contributo della Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti

CAST

Cardenio Paolo Bordogna
Eleonora Nino Machaidze
Fernando Santiago Ballerini
Bartolomeo Valerio Morelli
Marcella Giulia Mazzola
Kaidamà Bruno Taddia

Direttore Alessandro Palumbo
Regia Manuel Renga
Scene e Costumi Aurelio Colombo
Lighting design Emanuele Agliati
Assistente alla regia Sara Dho
Assistente alle scene e ai costumi Valeria Vago

Orchestra Donizetti Opera
Maestra al fortepiano Hana Lee
Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Maestro del Coro Salvo Sgrò

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A CURA DI

Mario Varela

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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