Grande successo a Bologna, in chiusura di stagione, per la terza ripresa in 6 anni di un sempre fresco allestimento del capolavoro rossiniano Il Barbiere di Siviglia a cura di Federico Grazzini. Ben assortito l’intero cast sotto l’ispirata direzione di Renato Palumbo.
È un Barbiere indubbiamente “di qualità” quello andato in scena nella sala del Comunale “Nouveau” di Bologna in questo dicembre che vede chiudersi una stagione ricca e di successo e di aspettative per un 2026 ricco di novità. Il capoluogo emiliano si appresta infatti a vivere quello che, salvo sorprese, dovrebbe rivelarsi l’ultimo anno di lavori nella storica sala di Piazza Verdi, la cui riapertura è stata annunciata per il febbraio 2027. Si tratta inoltre della prima stagione sotto la guida della nuova sovrintendente Elisabetta Riva, subentrata all’uscente Fulvio Macciardi, ora migrato al San Carlo di Napoli.
Non è mai semplice eseguire opere di tale popolarità e frequenza di esecuzione, in cui sembra vi sia ormai poco di nuovo da scoprire, esprimere, trasmettere. Specialmente se si tratta di allestimenti già visti.
Eppure va detto fin da subito che lo spettacolo firmato da Grazzini regge benissimo gli anni e si adatta bene al diverso spazio della sala del “Nouveau”. Una regia fresca, che dialoga molto e bene con la musica, meritoria di restituire vitalità a ciascuno dei personaggi, liberandoli da ogni stereotipo e macchietta accumulatisi nel tempo e cogliendo appieno i caratteri personali e le relazioni in una resa finale irresistibile. L’ironia leggera, raffinata, giocosa che prevale sembra rimandare di tanto in tanto a Walt Disney ma non si fa mai autoreferenziale e lascia ben trasparire i conflitti di una commedia borghese portati all’estremo, in cui il desiderio e l’amore sono motore inarrestabile di libertà. Le scene di Manuela Gasperoni, semplici, colorate e cartonesche, si compongono e scompongono a vista in principio e alla fine dell’opera, contribuendo a sottolineare quella dimensione di metateatro che è propria del soggetto e ne spiega i tratti talvolta volutamente paradossali. Le luci di Daniele Naldi e i costumi di Stefania Scaraggi ben si inseriscono nel contesto descritto.
Il personaggio di Figaro è un vero factotum. Lo vediamo potare cespugli e pitturare muri, uscire e rientrare dalla dimensione della storia e dei personaggi, come fosse una figura trasversale. In ciò è eccelso Nicola Alaimo, baritono che ben conosciamo per le grandiosi doti attoriali e vocali. Un artista che non smette di stupirci per la versatilità con cui si destreggia tra ruoli e repertori differenti senza mai perdere credibilità. Lo strumento vocale sempre solido e ben sostenuto è costantemente e generosamente messo al servizio dell’interpretazione, con un fraseggio estremamente incisivo e ricco di sfumature.
Molto positiva è però la prova di tutto il cast. Convince la gagliarda Rosina di Aya Wakizono, dotata di una voce calda e corposa, che al netto di qualche sporadico passaggio stilisticamente perfettibile (si pensi al fiato preso nella nota finale di “Una voce poco fa” a spezzare l’arcata sonora) è pienamente padrona della partitura e di un personaggio determinato e mai bambolesco.
Sorprendente per resistenza vocale e sicurezza il Conte di Almaviva del giovane Dave Monaco, autore di una prova maiuscola culminata in un’eccellente esecuzione della temibile “Cessi di più resistere…Ah il più lieto”. Il timbro è gradevole, il canto comunicativo e musicale, la tecnica tale da permettergli di districare con scioltezza le insidie rappresentate da agilità ed estensione richieste. Originali e apprezzabili le variazioni, spavaldo e sicuro di sé il personaggio.
Assai soddisfacente è poi Paolo Bordogna nei panni di Bartolo. La sua è una prova in crescendo, meno esasperata scenicamente di altri suoi colleghi nello stesso ruolo ma non per questo nel efficace. La dizione e i prefetti sillabati sono elemento centrale di una interpretazione vocale che si unisce ad una recitazione vincente.
Di Michele Pertusi non ci stupiamo certo più ma non per questo possiamo evitare di celebrarne la grandezza. Soprattutto se consideriamo che nella sua lunga e ricca carriera siamo stati indotti ad identificarlo maggiormente in ruoli seri ed austeri. Lo ritroviamo invece qui perfettamente in grado di divertirsi e divertire, irriconoscibile con parrucca e costume da vecchio imbroglione, a proprio agio tra le note della celebre Calunnia e anche bravo nel mascherare con l’esperienza teatrale qualche lieve segno degli anni nelle note più acute.
Ottimo il novero dei comprimari: Berta è una Yulia Tkachenko sugli scudi, Nicolò Ceriani ben si destreggia nella parte iniziale di Fiorello, così come Ambrogio, Massimiliano Mastroeni, e un ufficiale, Tommaso Norelli, dal timbro profondo e voluminoso.
Renato Palumbo alla guida dell’orchestra del Comunale si distingue per una lettura personale, volta a valorizzare le singole articolazioni melodiche che si sviluppano all’interno dell’orchestra, spesso propensa a soffermarsi e rallentare ove necessario, mai protesa ad eccessi di volume. In generale, pur con qualche imprecisione qua e là nella sincronia tra le parti, la prova è di grande interesse poiché autentica, mai banale e assai curata della resa espressiva. Perfettamente riuscito il contributo del coro, ottimamente preparato da Gea Garatti Ansini.
Tanti gli applausi di un pubblico divertito e coinvolto, accorso numeroso all’ultima replica fra le rappresentazioni che hanno visto questo cast esibirsi.