Dopo la rarità del dittico Pizzetti-Stravinskij sull’Edipo Re, il Teatro Comunale di Bologna chiude la stagione 2025 con La Bohème e Il barbiere di Siviglia, due tra le dieci opere più eseguite al mondo, stando alle classifiche di Operabase.
In questo freddo novembre è programmato proprio il capolavoro giovanile di Giacomo Puccini, per la cui messa in scena è stato ripreso l’acclamato allestimento del 2018 creato dal compianto regista inglese Graham Vick.
La Bohème di Vick è una di quelle produzioni che, più che dividere il pubblico, lo costringono a schierarsi: o la si ama o la si detesta, senza troppe sfumature intermedie. È una lettura dura, aspra, immersa in una Parigi contemporanea fatta di degrado e precarietà, acclamata dalla critica e premiata con l’Abbiati. Eppure, se lodi se ne sono spese molte, non ci sembra doveroso accodarci in automatico ai peana. Alcuni aspetti, infatti, meritano un po’ di ponderazione.
Il primo: Vick riduce il tutto a due elementi di fondo, droga e sesso, che, sebbene possano riflettere lo spirito parigino giovanile, non rendono giustizia dei temi di fondo dell’opera. La Bohème è l’opera dei sogni, delle illusioni infrante, del “passaggio” all’età adulta, della maturazione personale – pensiamo all’evoluzione psicologica di Musetta da secondo a quarto quadro. Inoltre, la visione della gioventù di Vick pare essere quella di un non più giovane che pensa che la prima età sia fatta solo di vizi assortiti.
Anche dal punto di vista delle soluzioni sceniche qualche dubbio rimane. Il secondo quadro, croce e delizia di qualunque regista (e direttore d’orchestra) per complessità di masse e dinamiche, qui viene liquidato con il coro comodamente seduto ai tavolini del Momus: una scelta che risolve la questione, ma non la racconta.
Il terzo quadro spiazza all’apertura di sipario: la barriera è un ambiente cupo e buio degradato di periferia in cui avvengono scene di sesso orale mimate e una serie di angherie e violenze e nel frattempo passa il coro di lattivendole con fazzoletto in testa che sembrano uscite da La Bohème di Zeffirelli o Patroni Griffi. Non è questione di pudore – non ci scandalizziamo certo per un gesto mimato – ma di coerenza. O periferia contemporanea o tradizione con fazzoletti: il miscuglio lascia perplessi.
Come per la regia, restano riserve anche sul versante musicale. Come spesso avviene nella fondazione felsinea, sono avvenuti cambi di cast senza avvisi o comunicazioni agli spettatori. Karen Gardeazabal, Mimì, dal secondo cast è stata promossa al primo, e, al posto di Davide Luciano, Marcello è stato interpretato da Vittorio Prato.
La Gardeazabal mostra affinità con la parte e trasmette un’interpretazione sentita che va in crescendo di quadro in quadro. Lo strumento è corposo con centri pieni e un registro grave sinuoso molto bello. Bellissima l’interpretazione della frase Vivo sola soletta che viene cantata con timore, quasi mostrando una non completa convinzione iniziale di rivelarsi a Marcello. Ottima l’esecuzione dell’aria del terzo quadro, giustamente salutata con applausi a scena aperta. L’unico dubbio resta sui declamati un po’ forzati, forse dovuti ad una voce più adatta e solita ad un repertorio sette-ottocentesco che ad una vocalità da fine Ottocento. Rimane comunque una buona prova, intensa e vissuta.
Convince meno il Rodolfo Stefan Pop. Nel canto di conversazione, più che declamare parlotta compromettendo spesso l’intelligibilità dei versi, che scorrono via senza convinzione. Nei passaggi lirici e nelle arie, invece spesso è indietro e traspare una voce piuttosto “ingolata” con acuti poco saldi che non vengono tenuti. Inoltre, vi sono problemi di pronuncia italiana (vedasi tutti i “poetta”) e d’intonazione. Emblematica è la frase Dunque è proprio finita! Te ne vai, te ne vai, la mia piccina, claudicante sia per pronuncia che per intonazione.
Giuliana Gianfaldoni, Musetta, canta benissimo Quando men vo sfoggiando una voce chiara e lirica e regalandoci un pianissimo da brividi, per poi chiudere il valzer con un arpeggio di coloratura piuttosto fantasioso. Ci è parso che, come nel caso della Gardeazabal, si tratti di una parte forse non perfettamente calzante. Si vedano i declamati del terzo quadro leggermente urlati a Marcello.
L’interpretazione sentita e vocalmente solidissima di Vittorio Prato, Marcello, il fraseggio di Andrea Piazza, Schaunard, e la voce scura di Davide Giangregorio, Colline, creano un perfetto terzetto vocale e tratteggiano benissimo un amalgamato gruppo di amici.
Nicolò Ceriani, impegnato sia come Benoit che Alcindoro, convince molto di più come padrone di casa, sfoggiando una voce luminosa che riempie la sala. In Alcindoro, invece, a tratti viene coperto e inciampa in errore testuale, riferendosi a Musetta con un Zitto, zitto, anziché Zitta, zitta.
Corretti il venditore di Francesco Amodio, il doganiere di Gianluca Monti e il sergente di Giuseppe Nicodemo. Acerbo il Parpignol di Yongtianyi Yin.
Dal podio Martijn Dendievel opta per una lettura appassionata che trasmette una conoscenza approfondita della partitura. Ciò si manifesta tanto in rubati specie nelle arie di Mimì, quanto nella rapidità e nei tempi scelti delle scene d’assieme. Il direttore, con un gesto chiaro e asciutto, riesce a tenere le fila senza un minimo cedimento, specie nel difficilissimo secondo quadro. Buona la prova dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che asseconda la bacchetta e che mostra un suono compatto, salvo qualche imprecisione qua e là dei legni.
Buone le prove del Coro del Teatro Comunale e del Coro delle Voci Bianche.
In conclusione, ci è parso di aver assistito ad una produzione sbilanciata più sulla regia che sull’esecuzione vocale, dando l’insieme di una serata di routine, come quelle di un teatro di repertorio dell’area austro-tedesca.