Per trovare una chiave di lettura articolata e organica della scelta del Teatro Comunale di Bologna di mettere in scena l’Oedipus Rex di Stravinskij preceduto dai Tre preludi sinfonici per l’Edipo Re di Pizzetti, si potrebbe citare Claude Lévi-Strauss, padre dello strutturalismo francese, e la sua idea di mito come insieme delle sue varianti. Sullo sfondo, infatti, vi è la tragedia greca di Sofocle, e in scena, al Comunale Nouveau di Bologna, se ne offrono le sue diverse declinazioni: Pizzetti, Pasolini, Cocteau e Stravinskij.
Pizzetti e Pasolini, in un incontro inedito e intermediale, poiché la serata è stata introdotta dai Tre preludi sinfonici per l’Edipo Re composti da Ildebrando Pizzetti nel 1904 come musiche da scena per la tragedia greca. Mentre l’Orchestra del Comunale di Bologna, in buca e diretta da Oksana Lyniv, eseguiva le belle e rare musiche di Pizzetti, in scena venivano proposti fotogrammi tratti dall’ Edipo Re di Pier Paolo Pasolini del 1967. La direttrice ha saputo trovare le giuste sonorità e tempi, supportata da un’Orchestra Comunale di Bologna in gran spolvero con un suono sempre preciso e pulito in tutte le sue sezioni, specie legni ed ottoni. L’azzardata scelta di giustapporre le musiche di Pizzetti con le scene pasoliniane è risultata vincente: i frame del film proposti in scena bene si sposavano con la musica di Pizzetti, tanto da sembrarne l’originale colonna sonora. Un lungo applauso ha salutato l’esecuzione.
Dopo un intervallo forse non necessario, è stata la volta di un’altra variante sofoclea: l’Oedipus Rex di Igor Stravinskij su libretto di Jean Cocteau. Il sipario si apre prima dell’attacco orchestrale rivelando un ambiente opprimente e cupo, tutto giocato su una tinta grigio-blu scura. Sul lato sinistro del palcoscenico vi sono file di sedie, dove si accomoda il coro maschile, che, come nella tragedia greca, staticamente commenta la vicenda; sul lato destro vi è invece la facciata grigia di un palazzo, che potrebbe essere tanto la residenza dei reali di Tebe, quanto quella della chiesa di Cavalleria Rusticana. Disposte lungo tutto il palcoscenico, invece, vi sono delle luci da set cinematografico, che tolgono da un lato realismo alla vicenda e la riportano ad una parvenza filmica, richiamando in qualche modo l’Edipo Re di Pasolini, e che si accendono solo alla fine nel momento di svelamento del tragico nefas di Edipo, come a squarciare quel Velo di Maya del protagonista.
Gabriele Lavia, regista e narratore, elegantissimo, entra in scena salutato da un applauso al suo arrivo ed introduce la vicenda: la sua è una narrazione asciutta e distaccata, come lo è lo sguardo degli dèi nei confronti di Edipo. Egli rimane in scena per tutta la durata della rappresentazione ora osservando, ora compartecipando all’azione. Se la recitazione di Lavia è misurata e fredda, lo è anche quella richiesta ai cantanti: i protagonisti si muovono pochissimo, come vinti di fronte alla potenza degli Dei, e mettendo in rilievo la componente oratoriale dell’opera stravinskiana.
Lo stesso palcoscenico del Teatro Comunale Nouveau, così basso e poco profondo, tante altre volte criticato come poco adatto alle rappresentazioni operistiche, in questa occasione pare il luogo ideale per la messa in scena. Durante l’esecuzione di Pizzetti-Pasolini, sembra un vero cinemascope di inizio Novecento, mentre durante l’opera Stravinskij riesce a trasmettere quella sensazione di oppressione che pervade i personaggi dell’opera.
Articolato e leggermente disomogeneo il cast coinvolto. Gianluca Terranova è un Edipo meditato e sentito. Scenicamente rende perfettamente il travaglio del re tebano e vocalmente sfoggia un ottimo timbro tenorile, sebbene a tratti la voce risulti ingolata e poco squillante, specie negli acuti. Atala Schöck è una Giocasta giustamente austera e fredda. L’interpretazione è credibile e le note ci sono tutte, sebbene in più occasioni, complici alcuni fortissimi richiesti dalla Lyniv all’Orchestra, finisca per essere coperta.
Convince nel doppio ruolo di Creonte e del Messaggero Anton Keremidtchiev. Il baritono sfoggia una voce scura ma rotonda al servizio della parola. Ottimo Sorin Coliban nei panni di Tiresia: il basso mette in mostra un registro grave e cavernoso che perfettamente rende la ieraticità e la sacralità dell’arte divinatoria del personaggio. Cameo di lusso quella del tenore Sven Hjörleifsson come Pastore: timbro chiarissimo, voce limpida e squillante.
L’orchestra, così come in Pizzetti, emerge per la pulizia e per il timbro ricercato e compatto in tutte le sue sezioni. Già si è detto di certi fortissimi che hanno coperto le voci in alcuni momenti. Eccellente il Coro maschile del Teatro Comunale di Bologna, vero protagonista dell’opera-oratorio. Gli interventi sono sempre puntuali, precisi e la potenza di suono è notevole.
Al termine applausi per tutti, con ovazioni per coro, Terranova, Lyniv, e Lavia. E, mentre usciamo dal Comunale Nouveau, passeggiando tra le vie di Bologna in un pomeriggio assolato da ottobrata, resta la sensazione che, dopo duemila anni, la potenza e il mistero della catarsi possano ancora toccare lo spettatore contemporaneo.