Correva l’anno 1861 quando Camillo Benso Conte di Cavour, Presidente del Consiglio del neonato Regno d’Italia, affermava quanto l’industria teatrale operistica fosse il settore più importante nonché economicamente rilevante dello Stato, con più di milleduecento teatri in funzione nella Penisola. Ça va sans dire, quell’Italia è ben diversa da quella attuale, tanto nel bene quanto nel male, nella quale tra fondazioni lirico-sinfoniche e teatri di tradizione si arriva, sì e no, ad una cinquantina di teatri d’opera attivi. Bisogna dire, però, che l’Emilia-Romagna è probabilmente il vero baluardo ottocentesco dell’opera in musica con oltre dieci teatri in attività, tra una fondazione lirico-sinfonica, Bologna, sei teatri di tradizione (Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Ferrara e Ravenna), ed altri (Busseto, Fidenza e Rimini).
A questi dieci dobbiamo aggiungerne un altro, ovvero il Teatro Comunale di Carpi, che ha scelto di inaugurare la stagione 2025/26 con la rappresentazione di un’opera lirica. Era dagli anni Ottanta che la buca del teatro emiliano non veniva aperta e non venivano rappresentati melodrammi nella bella sala ottocentesca carpigiana. Merito quindi alla direzione del Teatro Comunale di avere osato e puntato in grande, all’amministrazione cittadina di avere appoggiato tale scelta e all’agenzia IMARTS- International Music and Arts per aver coprodotto uno spettacolo di altissimo valore che porta in scena in piazze secondarie prive solitamente di titoli d’opera nelle rispettive stagioni. Dopo Rho, Aosta e Carpi, Il Barbiere solcherà i palcoscenici di Rimini, Fano, Fermo, Ascoli Piceno, Ancona, Voghera e Mantova.
Dicevamo proprio di uno spettacolo di altissimo valore: ebbene, così è stato. Molto spesso quando si mettono in scena opere in piccoli teatri non soliti a rappresentazioni operistiche, si incappa in solerti maestri di paese o volenterose perpetue della musica con esiti che, seppur volenterosi, rimangono dilettantistici e improvvisati. La rappresentazione de Il Barbiere di Siviglia a Carpi, invece, è stata di grande pregio tanto da un punto di vista musicale quanto scenico, grazie agli artisti e alle maestranze scritturate e coinvolte.
Partiamo dallo spettacolo, ossia lo storico allestimento de Il Barbiere creato da un giovane Damiano Michieletto nell’ormai lontano 2003 per il Maggio Musicale Fiorentino. L’allestimento, in oltre quattro lustri di esistenza, non ha perso quella freschezza e quell’alto spirito teatrale dell’origine, sembrando uno spettacolo creato oggi. Pare quasi superfluo fermarci a descrivere l’allestimento, dato che in questi oltre vent’anni ha girato molti teatri italiani e molti lettori lo avranno sicuramente veduto. In poche parole, il regista, lavora per sottrazione, in un ambiente pressoché privo di scene, salvo una serie di sedie e una scala, utilizzata tanto nella Serenata di Lindoro, quanto come balcone di Rosina che come vera e propria scala durante il finale ultimo. Michieletto, infatti, si concentra totalmente sull’attorialità, tanto sull’introspezione dei singoli personaggi, quanto nel rapporto tra di essi, facendone un vero e proprio capolavoro di lavoro contemporaneo di regia. Fra l’altro, questo allestimento, agile e leggero, è perfetto per la lunga tournée tra ottobre e dicembre, durante la quale lo spettacolo viene rappresentato nel nord e centro Italia, permettendosi di spostare senza camion pieni di scene e controscene.
Per uno spettacolo come questo, non serve solamente un bravo regista che si occupi di riprendere lo storico allestimento – e in questo caso bisogna sottolineare il grande lavoro fatto da Tommaso Franchin per ridare vita allo spettacolo – ma anche una compagnia di canto che sappia recitare. Recitare tanto e soprattutto bene. I cantanti scelti si muovono benissimo, sono sciolti, si divertono sul palco – e si vede – e sono bravi.
Mara Gaudenzi è un piacere tanto alla vista quanto all’udito: il mezzosoprano romagnolo, reduce da poco più di un mese da La Cenerentola alla Scala, oltre che essere spigliata in scena e capace di far divertire e commuovere, convince pienamente sfoggiando centri pieni, un registro grave corposo e non artefatto a cui si giustappongono salite in acuto naturali e salde. Le colorature sono risolte perfettamente con grande senso musicale e ogni parola cantata trova ragion d’essere nella mimica facciale e nella gestualità. Per lei un grande successo meritatissimo.
Vincenzo Nizzardo, nei panni di Figaro, s’impone in scena già dalla celebre cavatina e tra gli uomini è senza dubbio il migliore: la voce è pastosa ma luminosa e squillante, l’interpretazione è curata e davvero divertente.
il Conte d’Almaviva di Pietro Adaini sfoggia una voce tenorile chiara e leggera. Le colorature sono eseguite con intelligenza e gli acuti ci sono tutti, nonostante arrivi nelle strette con il fiato un po’ corto e il volume sia un pò limitato; Graziano Dallavalle, qui Don Basilio, strappa l’applauso a scena aperta dopo La Calunnia e mette in luce una voce grande e piena di basso a cui unisce ottime qualità attoriali; Enrico Mirabelli quale Don Bartolo dà il meglio nei recitativi e nei pezzi d’assieme, ma nell’aria A un dottor della mia sorte in alcuni momenti era a corto di fiato e vi sono stati alcuni piccoli scollamenti con l’orchestra.
Corretta, nonostante alcune forzature in acuto tanto nell’aria quanto nei concertati, la Berta di Francesca Mercuriali. Calato nelle parti prima di Fiorello e poi di Un Ufficiale, Giulio Riccò risulta preciso e appropriato.
Alessandro D’Agostini, chiamato a sostituire all’ultimo l’indisposto Riccardo Bianchi, gestisce benissimo il rapporto tra buca e palcoscenico, mettendosi tanto al servizio del canto quanto dello spartito, dirigendo con ottimo piglio e brio i momenti più concitati quanto con dolcezza e raffinatezza le scene amorose e staccando sempre tempi ottimi. L’Orchestra Filarmonica Italia asseconda pienamente le intenzioni del podio e si distingue con una prestazione eccellente tanto per il suono d’insieme e la cura delle singole sezioni. Averne sempre di corni così.
Corretto il Coro Colsper diretto da Andrea Bianchi, collocato su una pedana sopra la parte destra della buca.
Un ulteriore elemento di pregio è stata l’esecuzione di un Barbiere pressoché integrale, dalla durata di due ore e quaranta di musica, con la sola omissione del da capo della cabaletta del duetto Conte-Figaro e dell’aria finale del Conte, quando ci è capitato di assistere in “teatroni” a messa in scena del capolavoro di Rossini ben più vittime di tagli scriteriati.
Il pubblico, fra cui si contavano tanti bambini e giovani, ha seguito con attenzione – tante le risate e gli applausi a scena aperta – e ha decretato un vivo successo a tutti gli artefici, con punte di entusiasmo per Guadenzi, Nizzardo e Alessandrini.
Gli oltre dieci minuti di applausi e il tutto esaurito sono stati prova tangibile e plastica della fame e del vivo interesse per l’opera lirica che c’è tutt’ora nelle città di provincia italiane. Ci auguriamo che questo evento del Teatro Comunale di Carpi possa diventare un appuntamento fisso, con uno o più titoli operistici in calendario a stagione.
E chi l’avrebbe mai detto che quella di oggi, in un teatro in cui non si faceva opera da quarant’anni, sarebbe stata una delle migliori recite d’opera a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi?