Se approcciandosi all’Andrea Chénier di Umberto Giordano in scena al Teatro Massimo Bellini di Catania, ci si aspetta quella visione cruda e verista del libretto di Luigi Illica tanto richiesto nel 1896 dall’editore Sonzogno, che esasperi la rappresentazione di un vacuo e frivolo ancien régime spazzato via da quella rivoluzione francese che tra speranze e ideali di riscatto, poi intrisa di terrore e violenza degenererà travolgendo i suoi stessi artefici, resterà deluso dalla scialba regia di Giandomenico Vaccari con gli altrettanto scarni quadri che si succedono e invero poverelli allestimenti del teatro stesso e la direzione di Arcangelo Mazza che vengono – nella inevitabile caduta delusoria – un po’ compensati dai bei costumi di Mariana Fracasso.
Niente allestimenti del contesto scenico tradizionale, né minimalisti, né figurativi; né introspettivi, né di coraggio interpretativo; sciapi.
In un angolo del foyer del Massimo è posizionata una ghigliottina illuminata da luci rossastre con due scampoli malconci di bandiere francesi con il trinomio posteriore del motto di rito “Liberté, Égalité, Fraternité” e presidiata da un manichino vestito da Sanculotto dell’Armée révolutionnaire française. Se all’ingresso la scelta iconografica può anche passare con una indifferente alzata sopracciliare, all’uscita la cosa ha del carnascialesco.
Per uno spettatore neofita che dovesse essere iniziato al dramma in quattro quadri del compositore foggiano sulla storia appassionata del poeta francese Chénier con la sua forte idealizzazione lirica e politica, gli eventi di ispirazione tragica che travolgono sentimenti e valori illuministi, in questa produzione catanese avrebbe alcune difficoltà a cogliere la forza teatrale descrittiva e densa di straordinarie sfumature morali e storiche che ne fanno l’opera tra le stabilmente rappresentate al mondo.
Ma è qui che magicamente torna centrale ed avere priorità, dopo alcune tendenze o meglio derive dominanti di alcune discutibili regie e dibattute scenografie, il valore dei cantanti, la loro interpretazione vocale e la proiezione espressiva del senso dell’opera stessa che i grandi compositori scrivevano e per l’appunto, pensando a voci specifiche.
Qui il cast c’è tutto e sarà quello che farà la differenza.
Fabio Sartori, dopo il suo bel debutto nel protagonista a Genova, si presenta a Catania con pieno possesso di un Andrea Chènier che può essere considerato a pieno titolo nel suo già ricco repertorio: la voce è sonoramente sicura, ha slancio nell’acuto, dosa con equilibrio impegnativi passaggi di tenuta e conserva emissione equilibrata di statura e leggerezza come si confà ad un poeta. Già nell’Improvviso “Un dì all’azzurro spazio” il pubblico riconosce il fascino di una voce che per fraseggio e tenuta di linea ha pochi eguali e tiene lo scaturito applauso per alcuni minuti come tenterà nel “Come un bel dì di maggio”.
Devid Cecconi rende in piena espressività il difficile personaggio di Carlo Gérard. Ha voce solida, accenti giusti, timbrata e ricca di espressività. La statuaria presenza scenica e l’imperio di acuti in voce piena sostengono con partecipata credibilità uno Gérard tanto rancoroso nella rivalsa dalla sua condizione servile, quanto amareggiato dalla nefasta rivoluzione nella coscienza di “Son sempre un servo, ho cambiato padrone” e cercare riscatto contribuendo alla salvezza di Chénier e Maddalena che ahimè non andrà a buon fine.
Il timbro nel “Nemico della Patria” esprime con dizione chiara e pathos d’intensità il conflitto che lo tormenta, riuscendo a superare senza intacco una sonorità eccessiva dell’orchestra.
Maddalena di Coigny ha la voce di Valeria Sepe la quale, pur soprano leggero per la drammaticità prevista dal ruolo, riesce con le sue doti di agilità, a dare timbro di freschezza e leggerezza al primo atto e volgere all’intensità toccante e dolorosa del terzo quadro, quando ne “La mamma morta” il lirismo richiede i sostenuti colori dello strazio. Svettanti gli acuti nei duetti e anch’ella subisce talvolta l’interferenza orchestrale.
Bene tutti gli altri ruoli: la Contessa di Coigny del mezzosoprano Carlotta Vichi è efficace e si muove con disinvoltura nel proscenio strappando anch’essa un applauso a mezzo. Nikolina Janevska trasmette in piena empatia la sua ottima Bersi, intensa nel ruolo la vecchia Madelon di Anna Malavasi, adeguato il Roucher interpretato da Nicolò Ceriani, vocalmente e scenicamente appropriati Lorenzo Barbieri (Fouquier Tinville) , Michele Piatti (Fléville) e, prima volta in scena, Leonardo Cremona (il sanculotto Mathieu) ; buona la prova di Cristiano Olivieri (Un “Incredibile”). Calati nella parte Ivan Tanushi (l’Abate), Francesco Palmieri (Schmidt), Filippo Micale (Dumas e Maestro di casa).
Nel golfo mistico l’Orchestra del Teatro Massimo Bellini di Catania è tenuta dalla bacchetta del Direttore Paolo Carignani che legge la partitura con ricchezza, intensità e caratterizzata da un forte contrasto tra momenti lirici e corali di grande impatto. Le sonorità sono efficaci nelle scene rivoluzionarie di grande fervore ma mantengono forse troppo, soprattutto negli ottoni, una potenza disunita dal proscenio che sovrasta alcuni delicati passaggi dei protagonisti, ma e soprattutto, le voci comprimarie che prevedono proiezioni più deboli. Qualche lentezza esecutiva nel dialogo dei tempi tra orchestra e cantanti si avverte nell’ultimo quadro.
Il Coro del Bellini diretto dal Maestro Massimo Fiocchi Malaspina dà ottima prova di compattezza e solidità esecutiva unita ad una credibile prova teatrale. Nel primo atto la pastorale è di pregevole delicatezza e l’impetuoso “Morte agli ultimi Girondini!” carica di tensione rivoluzionaria uno scenograficamente smorto tribunale del terzo atto.
Per questi meriti, oltre tre ore sono volate e tutto il cast ha ricevuto lunghi applausi dal pubblico che ne ha decretato l’apprezzamento.