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Cosenza, Teatro Rendano: Carmen, o la meraviglia della tradizione

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Quando una Stagione teatrale si apre con il leitmotiv della “meraviglia” non può che nascere sotto i migliori auspici. 

“Casa della Meraviglia”, nell’incantevole definizione di Chiara Giordano, Direttrice Artistica del Teatro “Alfonso Rendano” di Cosenza, è il Rendano stesso, che stupisce nell’accezione più letterale del termine.

“Meraviglia” è entrare in un gioiello architettonico di rara bellezza, un teatro più e più volte risorto dalle proprie ceneri; una Fenice dai colori splendenti, arroccata su una piazza sospesa fra i vicoli di una città in cui l’Arte si respira ovunque e si percepisce molto amata dalla popolazione. 

“Meraviglia”, infine, è assistere ad una Carmen in cui la tradizione si mescola con l’innovazione, in cui ritroviamo (finalmente!) due dei tre numeri di danza previsti dall’originale (tratti dall’Arlésienne e da La jolie fille de Perth dello stesso Bizet), nonché l’entr-acte, restituendo a quest’opera una componente importantissima: non soltanto a livello visivo e scenico, bensì per sottolineare appieno quella che non è mera couleur locale, bensì la cifra della passione, dell’eccesso, del fatalismo e della sensualità che da sempre associamo alla Spagna e ai suoi abitanti: il ballo. 

La modernità della musica di Bizet, poi, con il suo linguaggio innovativo, fatto di una scrittura orchestrale tesa, nervosa, di un’invenzione tematica nuova, di armonie taglienti ed ardite, è un capolavoro di contrasti, priva di manierismi, scintillante, viva. E in occasione della Première di Carmen al Rendano, venerdì 14 novembre, abbiamo potuto cogliere questi contrasti da molteplici – è il caso di dirlo – angolazioni. 

Le pedane in platea, non soltanto prolungamento del palcoscenico ma anche spazio vivo e reale dell’azione – quasi ad abbattere la “quarta parete” offrendo al pubblico un’esperienza immersiva nella vicenda – sono state infatti il punto di partenza di un’originalissima visione registica, veicolo di precisi significati, non soltanto drammaturgici. E la scelta stessa di rappresentare Carmen come primo titolo di una programmazione triennale declinata tra femminile e maschile ha dato una direzione all’intero percorso (che proseguirà, a breve, con Pagliacci, altra opera del ”destino”, che porta tragicamente la vita nel teatro ed il teatro, molto più, nella vita). 

Ne abbiamo parlato in un’intervista “a due voci” con la Direttrice Artistica del Teatro Rendano, Chiara Giordano, e con il Regista di Carmen, Paolo Panizza, che trovate qui intervallata da alcune considerazioni sulla recita del 14 novembre. 

Chiara, raccontaci come è nata questa “Casa della meraviglia” come “sottotitolo” per il Teatro Alfonso Rendano. 

Nel concetto di meraviglia insiste quello di “stupore” e questo mi riferisco in un’accezione, però, lontanissima dall’effettistica, quanto invece propria dell’affettistica, termine non codificato ma che richiama, anche per assonanza, tutto quel mondo di profondità, individuale e collettiva, che segna il confine con gli impatti emozionali di superficie e del momento.

In un mondo in cui la comunicazione è sovrabbondante, in cui il marketing a tutti i livelli, spesso anche culturali, cerca sempre di più la reazione “wow” (generando, al contrario, l’assuefazione a qualunque notizia) quanto vale ancora l’incanto, la capacità di stupirsi come veicolo di emozioni profonde, domande di coscienza, nuovi orizzonti?  Concordando con la filosofia, lo stupore è il motore della conoscenza che supera l’ovvietà e ciò che si pensa già di sapere; lo stupore supera il pensiero razionale, si alimenta di intuizione, ma poi determina nuove consapevolezze.

E cosa più dell’arte, dello spirito creativo, può dunque generarlo ?

In greco  antico thaumàzein è la parola che indica il sentimento della meraviglia che può essere non solo di segno positivo, ma anche prevedere lo sgomento o l’angoscia per la cifra dell’ignoto e dell’inatteso, ma che sempre  conduce poi al desiderio – Ulisse ci insegna! – di superare, di scoprire, di guardare al futuro in modo fecondo.

Penso che oggi abbiamo molto bisogno di questo stupore e che la Cultura, nelle sue espressioni e strutture tutte, debba contribuire con determinazione a crearne i presupposti; da qui l’idea di un luogo, materiale e immateriale, che possa essere una “Casa”, termine che già da solo induce al tepore, dove ritrovarsi per avvertire, e generare, la “Meraviglia”.

Paolo, riprendiamo questo pensiero che racconta così bene l’anima del Teatro Rendano. Che cos’è per te la “meraviglia”?

La meraviglia è qualcosa che stupisce, che stupisce i sensi, la vista, un odore, ma anche un sentimento; è qualcosa da scoprire, qualcosa che ti fa più bella la vita. E cosa c’è meglio di un teatro per rappresentare la meraviglia? Quindi, credo che sia un bellissimo sottotitolo. Per me, poi, ovviamente, facendo questo mestiere, la meraviglia è il teatro stesso. 

Paolo, parliamo di quei contrasti che si ritrovano in Carmen, un’opera oggi popolarissima e rappresentata in tutti i teatri, ma che sappiamo bene essere stata inizialmente accolta con freddezza, se non con disgusto per i temi troppo “scabrosi”. La tua è stata una Carmen di impianto tradizionale ma al tempo stesso molto “rock”, con queste pedane che mi hanno subito fatto pensare a uno di quei concerti in cui la rockstar abbatte le distanze per suonare o cantare circondata dal pubblico. Ci racconti questa tua visione? 

La mia visione nasce essenzialmente da due situazioni specifiche: la prima, il fatto che si celebra un 150enario, e quindi diventa per me non una recita come le altre, ma un evento. Quindi, per un evento, ho cercato di ampliare ancora di più il già grande palcoscenico in un Teatro che, intanto, me l’ha permesso; devo infatti ringraziare di aver avuto la possibilità di sistemare in platea queste pedane un po’ rock, collegate tramite due “ponti” al palcoscenico del Rendano. L’intento era di ottenere dalla platea un effetto di enorme profondità: quando si svolgono delle situazioni sia sulle pedane che in scena, si accentua questa profondità in un modo che raramente si vede. 

E proprio su queste pedane, vicinissime al pubblico e sopraelevate al livello della balaustra della buca, hanno ospitato i numeri forse più importanti, la famosa Habanera, l’aria La fleur que tu m’ais jetée, il Quintetto, l’aria delle Carte; in questo mi ha affiancato con molta pazienza il Direttore, il maestro Marco Codamo, perché ho ideato un Quintetto dove gli interpreti si muovono parecchio e non sono sempre tutti uniti come avviene di solito. Devo dire che sono felice di aver raggiunto un buon risultato. 

Questo, dicevo, è uno dei motivi. 

Il secondo motivo è che ho sempre desiderato fare una Carmen che non partisse già cupa, con il peso, il presagio del dramma che avverrà nel finale, anche se ovviamente il tema della morte, del destino fatale, compare già nell’ouverture oltre a ricorrere più volte nei quadri iniziali come in tutto il corso dell’opera. Ascoltando la musica ci sono diversi momenti diciamo di “piacevolezza”, pensiamo ad esempio già al primo coro, gente che passa, che si muove spensierata. Non è un approfondimento drammaturgico, è proprio un senso di piacevolezza, e questo lo ritrovo in vari punti dell’opera. Non parliamo poi del Quintetto, che è un vero e proprio numero di cabaret! 

E quindi ho spinto, mi si perdoni il termine, verso un moderato musical i primi due atti, e anche alcune scene del terzo, invece, più tragiche, ad esempio il momento delle Carte del trio Mercedès – Frasquita – Carmen, qui solo per mettere in luce – anche musicalmente – questo momento meraviglioso. E ho visto che ha funzionato, sia con il tragico, appunto, che con il comico, che non è il buffo, in Carmen, chiaramente! 

E devo dire che anche in questo senso si muove la tua scelta di non operare i consueti tagli, ma, anzi, di inserire due dei tre numeri di danza, scelta che mi sembra dare una direzione molto precisa al tuo lavoro. 

Ecco, anche di questo devo ringraziare il suggerimento del maestro Codamo, che cito volentieri perché non è facile trovare un direttore d’orchestra con cui si lavori per la prima volta, senza conoscersi, così disponibile: ritrovarsi a dirigere una Carmen con palcoscenico, ponti laterali e cantanti ovunque – anche dietro la schiena! – non è cosa da poco. 

Era letteralmente “circondato”!!

E questo “circondare” è voluto, perché in qualche modo annulla anche visivamente la buca, che è tradizionale, certo; però, ovviamente, con l’effetto scenico della buca quasi al centro della scena, il direttore stesso, nonché l’orchestra, diventano parte di un evento, non soltanto di Carmen, giocando un po’ con tutti questi piani. 

Chiarissimo. E proprio la bacchetta del maestro Marco Codamo ha saputo guidare in modo attento e sensibile la pregevolissima Orchestra Sinfonica Brutia. Carmen è un’opera che agli esordi è stata tacciata di essere “priva di melodia”, quando invece presenta linee melodiche raffinatissime (una su tutte percorre proprio il sognante entr’acte) ma sicuramente lontane dal gusto sentimentale e un po’ stucchevole di certi lavori immediatamente  precedenti o contemporanei a Bizet. Carmen, così libera, sfrontata e fedele a se stessa, non poteva essere raccontata se non in una maniera totalmente diversa da ciò a cui i benpensanti borghesi erano abituati. La direzione di Codamo ha saputo cogliere molto bene i contrasti interni e i sottotesti che percorrono sotterranei l’intera partitura, riuscendo ad enfatizzarli senza cadere nel didascalico; nel contempo, ha saputo accogliere e sostenere gli interpreti vocali senza mai sovrastarne le parti, ma anzi guidandone la performance con intelligenza e sicurezza narrativa.  

La Carmen di Alessandra Volpe ha restituito lo spirito più autentico della bella gitana, con un’emissione potente, sicura e vellutata nei centri, acuti raggiunti con agio e pienezza, ed una recitazione appassionata ma misurata, per alcuni versi quasi composta, senza i facili eccessi che spesso caratterizzano il personaggio. 

Paolo Lardizzone un Don José privo dell’abituale “maschera fissa” di gelosia troppe volte affibbiata al proprio ruolo, ma scolpito a tutto tondo in un’interpretazione che mostrava prima di tutto il fallimento di un uomo che vede crollare per sua mano il passato senza riuscire ad appropriarsi di un futuro: la vera disfatta, in questa vicenda, è proprio la sua. Lardizzone ha una vocalità morbida ma generosa, ben proiettata, accompagnata da un fraseggio curato e coerente. 

Personaggio non presente nel dramma originale, ma inserito successivamente come contraltare di ingenua “purezza” alla protagonista, quello di Micaëla è troppe volte un ruolo dal sapore un po’ stucchevole. Niente di tutto ciò nella resa di Francesca Manzo: Micaëla  è stata disegnata dal soprano salernitano con cura sognante, un’emissione ferma e sicura, un fraseggio da manuale e, soprattutto, un’inedita forza interiore. 

L’Escamillo di David Babayants è stato un ottimo toreador, sfrontato, dal bel timbro acceso; un ruolo tipicamente da opéra-comique padroneggiato con perizia e senza scadere nel caricaturale. 

Deliziose e perfettamente coerenti con i rispettivi personaggi di Frasquita e Mercédès Laura Esposito e Lucrezia Ianieri: vivaci, espressive e dalla vocalità piena, vivida, brillante. 

Completavano il cast comprimari di ottimo livello quali Lorenzo Papasodero (Dancairo) e Alberto Munafò Siragusa (Remendado), oltre ai ruoli minori di Liu Haoran e Wang Zudong (Moralès e Zuniga). 

Da segnalare l’incantevole Piccolo Coro delle voci bianche del Teatro Rendano, istruito dal maestro Maria Carmela Ranieri, che, insieme al Coro Lirico Siciliano del maestro Francesco Costa, ha animato gli ensemble con una presenza viva, luminosa e vocalmente animata. 

Last but not least, le ottime compagnie di danzatori ResExtensa Dance Company di Elisa Barrucchieri (coreografie di Filippo Stabile) e Compañía de Danza Española y Flamenco Danza-Or di Isabel Ponce Rodriguez, vere eccellenze di interpretazione, passione e tecnica, che hanno restituito all’opera quella voce incredibilmente peculiare che negli anni è spesso andata perduta in nome di ingiustificati “tagli” al disegno originale. 

Due domande finali per completare il quadro di questa produzione che non è soltanto la messa in scena di un’opera ma rappresenta una scommessa ed una promessa per il futuro.

Chiara, torniamo a te. Perché hai sentito l’esigenza di affidare ad un tema specifico il triennio 2025/27 del Teatro Rendano? Raccontaci il tuo intento e anche il significato di questo tema. 

L’idea di un tema per la programmazione di un Teatro nasce dalla consapevolezza che è necessario organizzare gli orizzonti affinchè siano visibili e perseguibili, e in questo senso un tema restituisce l’efficacia di un percorso.

Nello specifico il tema della relazione femminile – maschile mi è sembrato un tópos, e  come tale utile a coniugare tradizione e innovazione, una direttiva su cui muovere la mia conduzione artistica. Declinando, poi, il tema in ambiti annuali più specifici (2025: prospettiva al femminile – 2026: prospettiva delle dinamiche sociali – 2027: prospettiva al maschile), credo si possa produrre una traiettoria culturale e artistica articolata, piena, che raccoglie visioni e interessi diversi, in una logica dialettica e propositiva, e dunque utile ad progetto di sviluppo del Teatro Rendano sia sul territorio che all’interno di un dibattito culturale ampiamente sovra locale.

Paolo, chiudiamo con un pensiero verso il futuro, dato che questa Carmen inaugura non soltanto la Stagione 2025/26 ma anche, appunto, questo triennio del “nuovo corso” del Teatro Rendano. 

Il pensiero è sicuramente di ritornare al Rendano, grazie anche al calore con cui mi ha accolto tutto il Teatro, in primis Chiara, la sua direttrice artistica; e poi devo dire, poiché oltre al teatro c’è anche la vita, è stata la prima volta in cui ho lavorato in Calabria e non me lo dimenticherò mai.

Gente stupenda, un’accoglienza da ricordare… e da ripetere!

Carmen | Teatro Rendano di Cosenza | 14 novembre 2025

Opéra-comique in quattro atti

Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy dall’omonima novella di Prosper Mérimée

Musica di Georges Bizet

Prima rappresentazione 03 marzo 1875, Parigi, Opéra-Comique

 

CAST

Regia – Paolo Panizza

Luci – Paolo Panizza

Aiuto regia – Gaia Yonseeo Kim

Scene e costumi – Antonio De Lucia

Orchestra Sinfonica Brutia diretta dal M° Marco Codamo

Carmen – Alessandra Volpe

Don José – Paolo Lardizzone

Micaëla – Francesca Manzo

Escamillo – David Babayants

Mercédès – Lucrezia Ianieri

Frasquita – Laura Esposito

Dancairo – Lorenzo Papasodero

Remendado – Alberto Munafò Siragusa

Moralès – Liu Haoran

Zuniga – Wang Zudong

Coro Lirico Siciliano – M° Francesco Costa

Piccolo Coro delle voci bianche del Teatro Rendano – M° Maria Carmela Ranieri

Compagnie di danza:

ResExtensa Dance Company di Elisa Barrucchieri (coreografie di Filippo Stabile)

Compañía de Danza Española y Flamenco Danza-Or di Isabel Ponce Rodriguez

Direzione di Produzione L’ALTRO TEATRO

Direzione Artistica Chiara Giordano

Fotografie di scena: Alessia Cosentini

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Ilaria Castellazzi

VICE PRESIDENTE VICARIO DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche, Interviste

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