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“Don Pasquale, tra Ventennio e Woke”

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Un nostalgico del Ventennio; un giovane (apparentemente) ribelle che sulla T-shirt di Che Guevara indossa il comodo paracadute di chi è mantenuto da una famiglia facoltosa; una ragazza sveglia e con i piedi per terra che conosce bene l’arte di arrangiarsi. 

No, non si tratta di una serie tv o dell’ultimo cinepanettone “all’italiana”, ma della geniale rilettura del Don Pasquale di Gaetano Donizetti firmata da Gianmaria Aliverta per l’Opera in Cascina 2026 di VoceAllOpera 2.0.   

Se infatti Donizetti ha siglato la sua ultima opera buffa iniettandovi una sottile vena di malinconia, dominata dal timore del domani e da uno scontro generazionale che non è più canone, ma amaro sguardo sul presente, il nucleo psicologico dell’opera si sposta qui nel cuore dell’Italia odierna. E, in una narrazione che mescola Commedia dell’arte, gag degne di Totò e Peppino e satira di costume, con un pizzico di commedia degli equivoci, si trasforma in una feroce critica alle narrazioni ideologiche e alla propaganda contemporanea. 

Il regista ci sbatte in faccia, letteralmente, un microcosmo teatrale speculare, dove fazioni apparentemente opposte sono in realtà mosse dagli stessi identici fili invisibili e guidate da un medesimo meccanismo mentale fatto di apparenza più che di vera motivazione.  

Da una parte si colloca Don Pasquale, un anziano benestante ossessionato dal Ventennio. Eppure la sua non è tanto una presa di posizione politica conscia, quanto il rifugio nostalgico in un’infanzia da “balilla” che tiene tutto sotto controllo. La sua mente ha rimosso la violenza della dittatura, trattenendo solo la rassicurante retorica di regime (quella dei treni in orario, dell’ordine e delle uniformi perfette) nel disperato tentativo di congelare lo scorrere del tempo.  

Sull’altro fronte si muove Ernesto, che ostenta di essere l’esatto contrario dello zio ma ne rappresenta, in realtà, la perfetta copia, soltanto di segno opposto. Incarnazione del progressismo da salotto e della propaganda moderna, Ernesto si riempie la bocca di battaglie identitarie, “wokismo”, ecologismo di facciata e una pioggia di icone mescolate fra loro senza troppo criterio: da Bob Marley a Che Guevara, dalla kefiah palestinese a Stalin. È il tipico giovane benestante che lancia invettive contro il capitalismo pur godendo del patrimonio familiare, riducendo la lotta di classe a una pura posa, ben attento a non rischiare i propri privilegi. Parafrasando J-Ax e Fedez, un classico “comunista col Rolex”!

Ovviamente inevitabile lo scontro fra i due, mosso dal desiderio di Don Pasquale di punire il nipote Ernesto, colpevole di amare l’intraprendente vedovella Norina, una donna giudicata del tutto inadeguata dallo zio.

Ed è proprio lei, Norina, la vera espressione del quotidiano, che si inserisce in modo perfetto e quasi disturbante fra questi due poli accecati dalle rispettive tifoserie. La ragazza, tra una ceretta e una sessione di stiro davanti alla tv, non ha tempo per le utopie né tantomeno per le nostalgie; deve lavorare, sbarcare il lunario e costruirsi, soltanto grazie alla propria intelligenza ed intraprendenza, il domani. Questa sua pragmatica necessità di sopravvivenza la rende, di fatto, la mente più lucida e brillante sulla scena. Una donna: caso o lungimiranza donizettiana? 

A manipolare questo teatrino è il dottor Malatesta, un cinico regista interno che non sposa alcuna causa, amico di tutti e di nessuno, in fondo. In scena si presenta come un eccentrico ed elegantissimo dandy in panciotto damascato, come a prendere le distanze da entrambi i poli rappresentati da Don Pasquale ed Ernesto. Consapevole che la politica si nutre di stereotipi e senso di appartenenza, Malatesta sfrutta questi stessi meccanismi emotivi e mentali per tessere la sua trappola. Convince Pasquale a sposare una presunta fanciulla timorata ed educata in convento, la propria sorella Sofronia, che è in realtà Norina sotto mentite spoglie. Celebrata la finta unione dinanzi a un ancor più falso notaio, la ragazza getta la maschera sottomettendo il vecchio con una sfilza di capricci, spese folli e umiliazioni anche fisiche (ceffoni compresi!) che lo annichiliscono, lo riducono al silenzio e lo riempiono di debiti. 

Ernesto, inizialmente distrutto dall’inganno e pronto a fuggire melodrammaticamente all’estero, scopre l’architettura del piano e si unisce alla farsa. La resa dei conti si consuma in giardino: Don Pasquale sorprende la consorte a simulare un incontro segreto con un amante e, pur di liberarsi di un simile incubo, benedice felice le nozze tanto disprezzate tra Ernesto e Norina. Solo alla fine egli scoprirà la burla, ma deciderà comunque, con un sorriso, di accettare la lezione senza rancore, riconoscendo l’inutilità di contrastare la giovinezza e i suoi appassionati slanci. 

Il palcoscenico diventa così lo specchio di una società in cui nessuno comunica davvero, persi come siamo a recitare lo slogan che ci siamo scelti.

L’idea registica è sostenuta da interpreti, vocali e musicali, di grande valore: nel ruolo del titolo, Eugenio Maria Degiacomi si mostra saldo nella vocalità, piena, dal bel timbro e ben proiettata, alla quale unisce una dizione perfettamente scandita anche nei momenti più concitati ed una recitazione viva e molto “fisica”, con movimenti e scatti che ricalcano i gesti tipici del Ventennio. Impagabile la gag del “Che bella mano!” quando la finta Sofronia, per ingraziarsi il futuro marito, gli porge un entusiastico saluto romano: impossibile contenere applausi e risate!

Ernesto è interpretato da Nicola Di Filippo, che risolve la non facile parte con buon controllo, fraseggio apprezzabile e spiccate doti attoriali, che gli permettono di tratteggiare ottimamente, senza scadere nella caricatura, la figura del giovane sinistroide in Birkenstock, maglietta del Che e slogan woke. Imperdibile la sua entrata in scena per la serenata con sombrero e poncho in un trio di mariachi che hanno mandato in visibilio il pubblico.

Francesco Bossi è un Malatesta sornione, elegante e raffinato anche nel timbro e nell’emissione sicura, con fraseggio ben ponderato. La sua recitazione convincente è stata il perno degli inganni e delle macchinazioni che costituiscono il cuore dell’opera.

Last but not least, la brillante Olga Dyadiv ha dato vita ad una Norina vivace, impertinente, perfettamente calata nella parte multiforme che la vede giovane innamorata, timida educanda, virago spietata e manesca. A proposito: il sonoro schiaffo, per niente finto, di Sofronia/Norina a Don Pasquale ha rotto la quarta parete e offerto un “extra” molto divertente, in cui chi era sul palco tentava invano di trattenere le risate… cui il pubblico si è invece abbandonato vedendo le cinque dita di Dyadiv stampate sul viso del povero collega Degiacomi!!!

Comunque, recitazione convincente a parte, la giovane vincitrice del Concorso Aliverta 2025 ha dimostrato, dopo un inizio più timido, ottime doti vocali, con pronuncia italiana impeccabile, emissione potente e ben proiettata e timbro morbido e caldo. 

Esilarante e dai tempi comici impeccabili Andrea Merli nel cameo nei panni del finto “Notaro” con pashmina rosa shocking e registro foderato di pellicciotto verde acqua con penna piumata a pom-pon in tinta: i colori distintivi di VoceAllOpera 2.0 in una puntualissima citazione! 

Una menzione speciale merita il versante strumentale: Nicolò Jacopo Suppa ha dispiegato una concertazione brillante ed una lettura attentissima ad ogni sfumatura, che i valenti Alessandro Savinetti (violino I), Rebecca Bove (violino II), Nicole Gallegos (viola) e Carla Scandura (violoncello) hanno reso alla perfezione. 

Ridurre la partitura del Don Pasquale per quartetto d’archi, con i rimandi, i giochi fra le parti, i colori vivissimi e le aperture piene di slancio, non è cosa certamente facile: eppure ogni intreccio si è dispiegato con vivacità e precisione, la melodia correva fluida e mobilissima, l’attenzione al palco è stata millimetrica e curata per dare risalto e sostegno alle voci. Chapeau.

Un successo completo, insomma, che anziché risentire dell’ovvia esiguità di mezzi scenici ne trae una forza e una concretezza incredibili. Fanno miracoli, nello spazio ridotto, le scene essenziali ma evocative di Francesca Donati e i costumi, dello stesso Gianmaria Aliverta con Giulio Leone, perfetti per evocare l’essenza di ciascun personaggio al primo sguardo.

Al di là della satira pungente, comunque, lo spettacolo custodisce un’anima profondamente intima e un progetto culturale di grande valore. L’appuntamento annuale con l’Opera in cascina si configura come un omaggio colmo di gratitudine a Maria Candida Morosini, da sempre sostenitrice dei talenti emergenti. Da ben tredici anni, VoceAllOpera onora questo sodalizio artistico dedicandole un’opera: l’esperienza trasforma gli spazi della Cascina Paù a Rosate (MI) in un vero e proprio cantiere di debutti e dialoghi tra generazioni diverse, dimostrando che fare cultura significa ancora saper dare forma a qualcosa di veramente autentico. 

Don Pasquale

dramma buffo in tre atti

libretto di Giovanni Ruffini da “Il vecchio Marcantonio” di Angelo Anelli

musica di Gaetano Donizetti

prima rappresentazione: Parigi, Théâtre Italien, 3 gennaio 1843

CAST

Eugenio Maria Degiacomi (vincitore Concorso VoceAllOpera 2023) – Don Pasquale

Francesco Bossi (vincitore Concorso VoceAllOpera 2021) – Dottor Malatesta

Nicola Di FIlippo (vincitore Concorso VoceAllOpera 2023) – Ernesto

Olga Dyadiv (vincitrice Concorso VoceAllOpera 2025) – Norina

Andrea Merli – Un notaro

 

Gianmaria Aliverta – regia e drammaturgia

Nicolò Jacopo Suppa – direttore

Francesca Donati – scene

Gianmaria Aliverta e Giulio Leone – costumi

Erika Chilò – assistente regia e scene

Anna Bottani – maestro collaboratore

Giulio Amerigo Galibariggi – maestro collaboratore

 

Quartetto VoceAllOpera:

Alessandro Savinetti – violino I

Rebecca Bove – violino II

Nicole Gallegos – viola

Carla Scandura – violoncello

FOTO
© Ph credit: Gianpaolo Parodi
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A CURA DI

Ilaria Castellazzi

VICE PRESIDENTE VICARIO DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche, Interviste

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