Poche opere sanno raccontare con la stessa lucidità feroce di Evgenij Onegin la distanza incolmabile tra il desiderio vitale della giovinezza e il rimpianto dell’età adulta. Nella partitura di Tchaikovsky ogni gesto sembra già avvolto dalla memoria, ogni slancio porta in sé il germe della perdita, ogni dichiarazione d’amore contiene già l’eco del congedo. È un’opera che parla di occasioni mancate, di sentimenti riconosciuti troppo tardi, di vite comprese soltanto quando non possono più essere cambiate. Un’opera in cui la noia, ingenua ed apparentemente innocua, è elemento scatenante di fatali epiloghi per tutti coloro che vi ci sono abbandonati, più o meno consapevolmente.
La nuova ripresa del Metropolitan Opera, accolta lunedì sera da un’attesa palpabile e da un teatro animato come nelle grandi occasioni, non sempre ha trovato la perfetta unità tra buca, palcoscenico e visione scenica; ma quando musica e interpreti si sono allineati, la forza di questo capolavoro è emersa con irresistibile evidenza.
L’evento della serata era senza dubbio il debutto al MET di Asmik Grigorian come Tatiana, e il soprano lituano ha confermato pienamente la statura artistica che le viene universalmente riconosciuta. La sua non è stata una Tatiana semplicemente romantica o ingenua, bensì una giovane donna già attraversata da una vita interiore troppo intensa per il mondo che la circonda. Fin dalle prime scene Grigorian suggerisce un’anima inquieta, vulnerabile, ma capace di una sorprendente fermezza nascosta.
La grande Scena della Lettera è stata probabilmente il culmine della sua interpretazione. Qui il canto sembrava nascere direttamente dal pensiero: frasi appena sussurrate, esitazioni improvvise, impennate di passione, ripiegamenti interiori, tutto reso con un controllo vocale ammirevole e con un fraseggio che non separava mai musica e psicologia. Il timbro poteva velarsi di pudore per poi incendiarsi in aperture improvvise, mentre la linea restava sempre sorvegliata, nobile, intensamente espressiva. Nel terzo atto la ritroviamo trasformata in una principessa di alta statura morale, composta e luminosa, ma mai irrigidita in una freddezza di maniera. Nel duetto finale Grigorian ha mostrato tutta la grandezza della cantante attrice: dietro il portamento aristocratico continuava a vibrare la ragazza della lettera, e proprio questa tensione tra memoria e dovere rendeva il rifiuto finale così doloroso.
Iurii Samoilov, al suo debutto al MET nel ruolo del protagonista, ha proposto un Onegin vocalmente assai pregevole e in costante crescita drammatica nel corso della serata. Il baritono possiede uno strumento omogeneo, brunito, elegante nell’emissione e capace di una linea morbida che ben si adatta al raffinato cinismo del personaggio. Nei primi atti il suo Onegin appariva distante, ironico, dominato da una noia quasi strutturale; talvolta si sarebbe desiderato un tratto psicologico più tagliente, una più netta percezione del vuoto morale che lo abita. Ma nel finale l’interprete trovava pienamente il centro del personaggio: la voce si incrinava, il fraseggio si faceva più urgente, l’uomo finalmente comprendeva ciò che aveva perduto e la disperazione assumeva un accento autentico.
Stanislas de Barbeyrac è stato un Lenski di grande rilievo, forse la presenza maschile più memorabile della serata. Dopo un inizio in cui si sarebbe apprezzato maggiore varietà d’accenti, il tenore francese ha progressivamente acceso la propria interpretazione sino a imporsi con forza nel quadro della festa, dove gelosia, umiliazione e impulsività giovanile emergevano con vibrante immediatezza. La celebre aria del duello è stata resa con rara intelligenza musicale e ha rappresentato l’apice emotivo dell’intera serata: voce calda e luminosa, mezzevoci ben sostenute, dinamiche finemente scolpite, slancio lirico mai esibito per puro effetto. Più che un “numero” tenorile, il momento incarnava nota dopo nota il monologo interiore di un giovane che vede improvvisamente la morte farsi inesorabilmente reale.
Alexander Tsymbalyuk ha dato al Principe Gremin nobiltà, ampiezza di suono e una calma autorevolezza che illuminava il personaggio ben oltre la sua pur breve presenza scenica. La sua aria, spesso trattata come semplice parentesi, acquistava qui il valore morale di una dichiarazione di maturità affettiva.
Maria Barakova è stata un’Olga vivace, brillante e spontanea, capace di leggerezza senza superficialità e ben contrapposta, per temperamento, all’introversione della sorella.
Fra i comprimari, Larissa Diadkova ha offerto una Filippyevna salda, partecipe e ricca di umanità, figura domestica di grande rilievo nel tessuto emotivo dell’opera. Elena Zaremba ha delineato una Madame Larina autorevole, con il giusto senso di una donna che guarda il passato con ironica rassegnazione. Tony Stevenson, come Monsieur Triquet, ha portato precisione musicale e gusto scenico a un episodio talvolta sacrificato, mentre Richard Bernstein ha dato a Zaretski la necessaria fermezza rituale nel quadro del duello.
Il Coro del Metropolitan Opera, preparato da Tilman Michael, ha confermato la consueta qualità della compagine: sonorità omogenea, variopinta tavolozza dinamica e partecipazione scenica efficace, in particolare nelle scene corali del primo atto e nei grandi quadri mondani successivi. Qualche lieve disallineamento con la buca non ha compromesso il valore complessivo dell’intervento.
Sul podio, Timur Zangiev ha debuttato al Metropolitan con una lettura energica, nervosa, animata da evidente impulso teatrale. La sua direzione sembrava privilegiare la tensione interna della partitura, il moto continuo, il respiro drammatico più che l’abbandono lirico, che pure non è mancato nei momenti salienti. A tratti ciò ha prodotto risultati assai efficaci: danze vive, climax ben costruiti, un terzo atto percorso da crescente elettricità. In altri, specialmente nelle pagine più introspettive, si sarebbe desiderata maggiore elasticità agogica e una trasparenza orchestrale più favorevole al canto. Resta comunque l’impressione di un direttore di forte temperamento e con istinto naturale per il teatro.
La produzione di Deborah Warner, ripresa per questa serie da Paula Williams, continua a suscitare impressioni contrastanti ma conserva una sua precisa identità. Le scene di Tom Pye giocano su spazi ampi, talvolta volutamente spogli, in cui i personaggi sembrano smarriti dentro architetture che ne amplificano la solitudine. Nel primo atto la casa dei Larin appare come una grande serra vissuta e leggermente decadente, aperta su un paesaggio di betulle che suggerisce una Russia interiore più che naturalistica. È un ambiente in cui l’intimità domestica convive con una sottile malinconia.
I costumi di Chloë Obolensky accompagnano con intelligenza il percorso sociale e psicologico dei personaggi: semplicità quasi campestre all’inizio, eleganza severa e formale nel mondo aristocratico dell’ultimo atto, dove Tatiana emerge con imponenza sobria. Le luci di Jean Kalman disegnano atmosfere spesso suggestive, specialmente nel quadro del duello, immerso in un paesaggio invernale di grande essenzialità poetica, e nella scena finale, dove il freddo splendore dell’ambiente sembra riflettere la distanza ormai insanabile tra i due protagonisti.
L’allestimento, tuttavia, non sempre risolve il paradosso centrale di Onegin: un dramma intimissimo espresso in dimensioni quasi sinfoniche. Talvolta l’ampiezza dello spazio scenico disperde la concentrazione psicologica, soprattutto nella Scena della Lettera, che richiederebbe una maggiore sensazione di clausura emotiva. In altri momenti, invece, proprio quella distanza fisica diventa eloquente e trasforma il vuoto in linguaggio teatrale.
Alla fine, ciò che rende significativa questa ripresa non è tanto una perfezione d’insieme quanto la qualità delle sue migliori componenti: la Tatiana intensa e complessa di Asmik Grigorian, il Lenski profondamente sentito di Stanislas de Barbeyrac, il Gremin nobile di Alexander Tsymbalyuk, un cast di fianco solido e accurato, un coro affidabile, e una direzione musicale che, pur non priva di asperità, sa accendere il dramma nei momenti decisivi.
Il Metropolitan ripropone così un Evgenij Onegin forse non definitivo, ma vivo, spesso coinvolgente, e capace di ricordare come poche opere sappiano parlare con tanta precisione dell’errore umano più universale: capire il valore dell’amore solo quando è ormai troppo tardi.
Few operas portray with the same fierce clarity as Eugene Onegin the unbridgeable distance between the vital desires of youth and the regrets of adulthood. In Pyotr Ilyich Tchaikovsky’s score, every gesture already seems wrapped in memory, every impulse carries within it the seed of loss, every declaration of love already contains the echo of farewell. It is an opera about missed chances, emotions recognized too late, and lives understood only when they can no longer be changed. It is also a work in which boredom—naive and apparently harmless—becomes the catalyst for fatal outcomes for all those who surrender to it, more or less knowingly.
The Metropolitan Opera’s new revival, greeted on Monday evening by palpable anticipation and a house animated as on grand occasions, did not always achieve perfect unity between pit, stage, and scenic vision; yet whenever music and performers aligned, the power of this masterpiece emerged with irresistible force.
The event of the evening was unquestionably the Met debut of Asmik Grigorian as Tatiana, and the Lithuanian soprano fully confirmed the artistic stature for which she is internationally admired. Hers was not a Tatiana merely romantic or ingenuous, but a young woman already traversed by an inner life too intense for the world surrounding her. From the opening scenes, Grigorian suggested a restless and vulnerable soul, yet one capable of surprising hidden strength.
The great Letter Scene was probably the summit of her portrayal. Here the singing seemed to arise directly from thought itself: phrases barely whispered, sudden hesitations, surges of passion, inward retreats, all rendered with admirable vocal control and phrasing that never separated music from psychology. The timbre could veil itself in modesty before bursting suddenly into flame, while the line remained poised, noble, and intensely expressive. In the third act she returned transformed into a princess of high moral stature, composed and radiant, yet never stiffened into conventional froideur. In the final duet, Grigorian revealed the full greatness of the singing actress: behind the aristocratic bearing still trembled the girl of the letter, and it was precisely this tension between memory and duty that made the final rejection so painful.
Iurii Samoilov, making his Met debut in the title role, offered a vocally distinguished Onegin whose dramatic portrayal deepened steadily throughout the evening. The baritone possesses an even, dark-hued instrument, elegant in production and capable of a supple line well suited to the character’s refined cynicism. In the early acts his Onegin appeared distant, ironic, dominated by an almost structural boredom; at times one longed for a sharper psychological edge, a clearer sense of the moral emptiness that inhabits him. Yet in the finale the artist fully found the center of the role: the phrasing grew more urgent, the man at last understood what he had lost, and desperation acquired an authentic accent.
Stanislas de Barbeyrac was a Lenski of great distinction, perhaps the most memorable male presence of the evening. After an opening in which greater variety of accent might have been welcome, the French tenor gradually ignited his portrayal until he dominated the party scene, where jealousy, humiliation, and youthful impulsiveness emerged with vibrant immediacy. The famous duel aria was delivered with rare musical intelligence and represented the emotional apex of the night: warm, luminous tone, finely supported half-voices, carefully sculpted dynamics, and lyrical ardor never displayed for mere effect. More than a tenor “number,” the scene became, note by note, the inner monologue of a young man suddenly seeing death become inexorably real.
Alexander Tsymbalyuk brought nobility, breadth of sound, and calm authority to Prince Gremin, illuminating the character far beyond his brief stage time. His aria, often treated as a mere interlude, here acquired the moral weight of a declaration of emotional maturity.
Maria Barakova was a lively, bright, and spontaneous Olga, capable of lightness without superficiality and finely contrasted in temperament with her sister’s introspection.
Among the supporting cast, Larissa Diadkova offered a firm, sympathetic, and deeply human Filippyevna, a domestic figure of great importance within the opera’s emotional fabric. Elena Zaremba shaped an authoritative Madame Larina, with the right sense of a woman looking back on the past with ironic resignation. Tony Stevenson, as Monsieur Triquet, brought musical precision and theatrical charm to an episode too often sacrificed, while Richard Bernstein gave Zaretsky the necessary ritual firmness in the duel scene.
The Metropolitan Opera Chorus, prepared by Tilman Michael, confirmed its customary excellence: homogeneous sound, a richly varied dynamic palette, and effective stage presence, particularly in the choral scenes of the first act and the grand society tableaux that follow. A few slight moments of misalignment with the pit did not compromise the overall value of the contribution.
In the pit, Timur Zangiev made his Metropolitan debut with an energetic, nervous reading animated by evident theatrical impulse. His interpretation seemed to privilege the inner tension of the score, continuous motion, and dramatic breath more than lyrical abandon, though that too was present at key moments. At times this yielded highly effective results: vivid dances, well-built climaxes, and a third act charged with increasing electricity. Elsewhere, especially in the more introspective pages, one wished for greater rhythmic flexibility and more transparent orchestral textures in support of the singers. Even so, the impression remained of a conductor of strong temperament and natural theatrical instinct.
Deborah Warner’s production, revived for this run by Paula Williams, continues to provoke mixed reactions while retaining a clear identity of its own. Tom Pye’s sets play with expansive, at times deliberately spare spaces in which the characters seem lost within architectures that magnify their solitude. In the first act, the Larin household appears as a large, lived-in, slightly decayed conservatory opening onto a birch landscape that suggests an inner Russia more than a naturalistic one. It is an environment where domestic intimacy coexists with subtle melancholy.
The costumes by Chloë Obolensky intelligently accompany the social and psychological journeys of the characters: near-rustic simplicity at the outset, severe and formal elegance in the aristocratic world of the final act, where Tatiana emerges with restrained grandeur. The lighting by Jean Kalman often creates striking atmospheres, especially in the duel scene, immersed in a winter landscape of poetic austerity, and in the final scene, where the cold splendor of the setting seems to reflect the now irreparable distance between the two protagonists.
The staging, however, does not always resolve the central paradox of Onegin: an intensely intimate drama expressed on almost symphonic dimensions. At times the breadth of the stage disperses psychological concentration, especially in the Letter Scene, which calls for a stronger sense of emotional enclosure. In other moments, by contrast, that very physical distance becomes eloquent and transforms emptiness into theatrical language.
In the end, what makes this revival significant is less any overall perfection than the quality of its finest components: the intense and complex Tatiana of Grigorian, the deeply felt Lenski of de Barbeyrac, the noble Gremin of Tsymbalyuk, a solid and attentive supporting cast, a reliable chorus, and a musical direction that, though not without asperities, knows how to ignite the drama at decisive moments.
The Metropolitan thus offers an Eugene Onegin that may not be definitive, but is alive, often compelling, and capable of reminding us how few operas speak with such precision of the most universal human error: understanding the value of love only when it is already too late.
EUGENE ONEGIN (Evgenij Onegin) – Pyotr Ilyich Tchaikovsky – 22 aprile 2026
Prima mondiale: Teatro Malïy, Mosca, 1879, con studenti del Conservatorio di Mosca;
Prima professionale: Teatro Bolshoi, Mosca, 1881
Asmik Grigorian Tatiana
Maria Barakova Olga
Larissa Diadkova Filippyevna
Stanislas de Barbeyrac Lenski
Iurii Samoilov Eugene Onegin
Alexander Tsymbalyuk Prince Gremin
Timur Zangiev direttore d’orchestra
Deborah Warner Produzione
Tom Pye Set Designer
Chloe Obolensky Costume Designer
Jean Kalman Lighting Designer
Ian William Galloway Projection Designer
Finn Ross Projection Designer
Kim Brandstrup Choreographer
C. Graham Berwind, III Chorus Director
Tilman Michael Chorus Director
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