Qual è il futuro della lirica? Ogni amante dell’opera lirica si è chiesto, almeno una volta, se sia ancora possibile oggi creare opere dello stesso calibro de La traviata, Tristano e Isotta, Carmen, Il barbiere di Siviglia, Gli Ugonotti, Tosca o Le nozze di Figaro, per citare solo alcuni capolavori del passato.
La verità è che pochi dei tentativi contemporanei riescono davvero a raggiungere il pubblico.
Si tratta forse di riluttanza da parte degli spettatori? O di mancanza di coraggio da parte dei teatri? O ancora di una carenza di creatività da parte dei compositori odierni?
È vero che alcuni teatri tentano di presentare nuovi titoli in prima assoluta, ma spesso si tratta di opere destinate a non essere mai più riprese, accolte con freddezza o indifferenza.
¹ Una notevole eccezione a questa tendenza è The Four Note Opera di Tom Johnson, nata al di fuori dei circuiti ufficiali e capace di conquistare il pubblico in tutto il mondo sin dalla sua prima esecuzione nel 1972.
Ecco perché una proposta come The Nine Jewelled Deer, presentata al Festival d’Aix, merita attenzione. Si tratta di un’opera che si colloca a metà strada tra musica contemporanea (Sivan Eldar ha una formazione classica, poi si è avvicinata all’elettronica), jazz e improvvisazione (quattro strumentisti provengono da quel mondo) e tradizione musicale indiana (con interpreti come Ganavya Doraiswamy, Aruna Sairam e Rajna Swaminathan).
La musica occidentale si è spesso nutrita di influenze extraeuropee: basti pensare al vento di rinnovamento portato da Le désert di Félicien David, ² una cantata-oratorio profano molto ammirata da Verdi e Berlioz, oggi ingiustamente dimenticata; all’ammirazione di Debussy per il jazz e la musica balinese; o all’impatto delle tradizioni dell’Estremo Oriente su John Cage e sull’intero movimento minimalista americano.
The Nine Jewelled Deer si presenta dunque come un’opera di miscegenation — un crocevia, un ibrido di molteplici linguaggi. Ma viene naturale chiedersi: si tratta davvero di una sintesi riuscita, o di una semplice giustapposizione?
Presentata come opera da camera, con la regia di Peter Sellars — ormai figura storica della messa in scena contemporanea — questa Cierva dai nove gioielli è davvero un’opera di teatro musicale?
Difficile dirlo con certezza. In alcuni momenti la teatralità è evidente e funziona molto bene (come nell’ingresso dell’esercito del re nella giungla: anche senza supporto visivo, l’intento programmatico della musica è chiaro). In altri, la narrazione sembra solo un pretesto per introdurre episodi scollegati dalla trama (come il brano della nonna). Altri ancora appaiono del tutto privi di teatralità, come la lunga descrizione dei nove gioielli, priva di azione e di sostegno visivo.
Ma il teatro, anche quello musicale, richiede movimento — fisico o intellettuale. E qui La cierva dai nove gioielli soffre di un’eccessiva staticità.
Ciò non toglie che vi siano momenti di grande bellezza, tanto nella componente indiana (ogni intervento di Aruna Sairam è notevole), quanto in quella improvvisativa occidentale (splendido il preludio per violino). È evidente la maestria degli interpreti, sia occidentali (come la violoncellista Sonia Wieder-Atherton e la violinista Nurit Stark), sia indiani (Aruna Sairam e Rajna Swaminathan).
Forse, spogliata delle sezioni statiche che la appesantiscono e rifocalizzata sull’essenziale — brevità, gran pregio — La cierva dai nove gioielli potrebbe avviare un percorso in cui i contributi originali dei suoi talenti riescano finalmente a brillare.
Per ora, The Nine Jewelled Deer resta un’esperienza interessante, ma troppo arida per coinvolgere davvero il pubblico.