The Story of Billy Budd, Sailor è, senza ombra di dubbio, lo spettacolo che sta dominando la scena dell’edizione 2025 del Festival d’Aix-en-Provence, conquistando pubblico e critica con pari intensità.
Questa nuova versione dell’opera di Benjamin Britten — su libretto di E.M. Forster ed Eric Crozier, tratto dal romanzo di Herman Melville — si presenta in forma cameristica, ma non per questo meno incisiva. Ted Huffman ha saputo condensare l’opera da due ore e mezza a circa due, senza mai sacrificare la tensione drammatica, la poesia, né tantomeno la sua forza emotiva. Il compositore Oliver Leith, con intelligenza e rispetto, ha riorchestrato la partitura per un ensemble di quattro strumentisti (tre tastieristi e un percussionista), riuscendo nell’impresa di mantenere intatta l’identità sonora di Britten, arricchendola al contempo di un’aura contemporanea, sottile e sorprendente.
Huffman firma anche la regia, dimostrando una straordinaria capacità di direzione attoriale e una lettura lucida e coraggiosa del testo. Rimane fedele alla drammaturgia originale, ma mette in primo piano, con sobrietà e intensità, la tematica omoerotica che attraversa l’opera — una componente che, né ai tempi del romanzo (pubblicato postumo nel 1924) né alla prima dell’opera (1951), avrebbe potuto essere esplicitata, dato il contesto sociale e legale dell’epoca.
L’allestimento è essenziale: nessuna scenografia, solo un palco spoglio, alcune sedie, un tavolo, pochi oggetti attentamente scelti. Il disegno luci di Bertrand Couderc è straordinario: con mezzi minimi, riesce a evocare spazi, stati d’animo e tensioni profonde.
Anche gli strumentisti — George Barton alle percussioni, Richard Gowers, Siwan Rhys e Finnegan Downie Dear (che dirige con contagioso entusiasmo) alle tastiere — creano un universo sonoro di grande potenza evocativa, con una presenza scenica quasi teatrale.
Il cast vocale è composto da soli sei cantanti, che coprono quasi tutti i ruoli, con qualche intervento occasionale da parte degli strumentisti e persino del direttore musicale. Un’impresa riuscita magnificamente. Tutti gli interpreti si distinguono per l’eccellente salute vocale, la chiarezza nella dizione e l’intensità della resa scenica.
Christopher Sokolowski, nel ruolo del Capitano Vere, colpisce per la capacità di modulare voce e fraseggio in modo da distinguere con finezza il vecchio narratore dal giovane ufficiale. Joshua Bloom, sicuro nella sua tessitura di basso, è inquietante e granitico come Claggart, ma sorprendentemente dolce nei panni di Dansker. Il Billy Budd del baritono americano è magnetico: voce solare, padronanza tecnica, e un’intensità emotiva che commuove, soprattutto nella scena della prigione, dove alterna mezza voce e pieno con tensione drammatica mozzafiato.
Notevoli anche Noam Heinz, Thomas Chenhall e Hugo Brady: tutti brillano per presenza scenica e solidità vocale. Tutti sembrano investire ogni gesto e ogni nota con una dedizione assoluta, credendo profondamente nei loro personaggi e nella musica.
Lo spettatore si lascia trasportare in un viaggio emotivo continuo, fino al finale che lascia con un senso di vuoto e, al tempo stesso, di profonda catarsi. Un’esplosione silenziosa, struggente.
Ecco la musica. Ecco il teatro. Ecco la magia del teatro musicale.
Ecco l’opera lirica.