Non è mai una serata come le altre quella che inaugura il Festival della Valle d’Itria. La prima del 14 luglio, nel magnifico scenario del cortile di Palazzo Ducale di Martina Franca, ha dato ufficialmente il via alla 52ª edizione della manifestazione dedicata quest’anno al tema “Mediterraneo. Culla del mito, crocevia di culture, mare che accoglie”, scelto dalla direttrice artistica Silvia Colasanti.
Un’apertura tra eleganza musicale e qualche ombra scenica.
L’apertura è stata preceduta dall’esecuzione dell’Inno di Mameli, proposto con un andamento piuttosto lento e accolto da una platea rimasta quasi interamente in silenzio. Un momento che avrebbe meritato maggiore partecipazione emotiva da parte del pubblico e che non è riuscito a trasmettere quel senso di solennità che normalmente accompagna l’inizio di una delle manifestazioni musicali più prestigiose d’Europa.
Il Festival ha scelto quest’anno di inaugurare con un dittico novecentesco di rara esecuzione, accostando il Pulcinella di Igor Stravinskij e La favola di Orfeo di Alfredo Casella, due opere accomunate dal recupero del mito e della tradizione classica attraverso la sensibilità del Novecento musicale. Una proposta certamente coraggiosa e culturalmente stimolante che, tuttavia, sul piano dell’esito complessivo, ha convinto solo in parte.
A convincere pienamente è stata, invece, la concertazione del giovane direttore Nicolò Umberto Foron, al suo debutto italiano nella direzione di un’opera. La sua lettura è apparsa sempre attenta, raffinata e misurata, capace di restituire le diverse anime delle due partiture, mettendone in luce tanto la brillantezza ritmica di Stravinskij quanto l’elegante classicismo di Casella. Il gesto è apparso sicuro, la concertazione equilibrata e mai invasiva, consentendo all’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari di esprimersi con compattezza e precisione. Ottimo anche il lavoro svolto con il Coro del Teatro Petruzzelli, preparato da Marco Medved.
Tra gli interpreti vocali, una menzione particolare merita Matteo Falcier, impegnato sia come tenore solista in Pulcinella che nel ruolo di Orfeo ne La favola di Orfeo. La sua prova è stata tra le più convincenti della serata: voce ben proiettata, fraseggio curato e presenza scenica efficace hanno contribuito a delineare un protagonista credibile e musicalmente autorevole. Una prestazione che conferma le qualità di un artista capace di affrontare repertori assai differenti con disinvoltura ed eleganza.
Di discreto livello anche l’apporto del mezzosoprano Chiara Mogini, interprete di Pulcinella e della Driade nell’opera di Casella, così come quello del basso Roberto Lorenzi, abbastanza convincente sia nell’opera stravinskiana sia nel ruolo di Plutone. Apprezzabili anche le prove di Cecilia Taliano Grasso nel ruolo di Euridice, e di Flavia Fioretti nei panni della Baccante, meno di Willingerd Giménez, voce di Aristeo, che ha qualche problema di emissione negli acuti.
Più problematico, invece, il versante scenico della produzione firmata da Jean Renshaw, che ha curato sia la regia che la coreografia dello spettacolo. Alcune scelte registiche sono apparse interessanti nell’intento di creare un dialogo tra i due lavori, ma non sempre efficaci nella loro realizzazione teatrale. In particolare, nei momenti affidati alla Compagnia Eko Dance Project – composta da Anna Bruna Antonello, Chiara Colombo, Laura Properzi, Matilde Valente, Mia Saettini, Sara Luisi, Samuele Sapuppo e Cèsar Dugnani – si sono avvertite alcune imprecisioni nelle parti d’insieme che hanno inevitabilmente attenuato l’impatto scenico della rappresentazione.
Le coreografie, pur caratterizzate da alcuni momenti di suggestione visiva, non sono apparse sempre perfettamente amalgamate con il tessuto musicale. In alcuni passaggi del balletto l’impressione è stata quella di un disegno coreografico non ancora del tutto compiuto, con qualche incertezza nei sincronismi e nella fluidità dei movimenti collettivi. Nulla che comprometta la riuscita dello spettacolo, ma certamente aspetti che potranno trovare maggiore definizione nelle prossime repliche.
Di dubbio fascino risultano invece le scene minimaliste e i costumi di Sophia Debus, essenziali ma eleganti, capaci però di evocare il mondo del mito senza indulgere in facili descrittivismi, ben valorizzati dal raffinato disegno luci di Lutz Deppe.
L’impressione complessiva è quella di un’inaugurazione dalle luci e dalle ombre. Il coraggio della proposta artistica merita certamente di essere riconosciuto e apprezzato: il Festival continua a distinguersi per la capacità di proporre titoli non convenzionali e di grande interesse musicologico, fedele alla propria storia e alla propria vocazione internazionale. Tuttavia, l’esito teatrale della produzione lascia qualche riserva e non tutte le componenti dello spettacolo sembrano aver raggiunto lo stesso livello qualitativo.
Restano la solidità della direzione musicale di Nicolò Umberto Foron, l’ottima prova di Matteo Falcier e l’indubbio valore culturale dell’operazione artistica. Elementi importanti che fanno guardare con interesse al prosieguo del Festival della Valle d’Itria 2026, nella consapevolezza che le prossime serate sapranno probabilmente confermare il prestigio di una manifestazione che continua a rappresentare uno dei punti di riferimento della vita musicale italiana ed europea.