Il Maggio Musicale Fiorentino pare aver lasciato alle spalle la crisi economica e l’incertezza produttiva e, sotto la direzione di Carlo Fuortes, chiude il 2025 con un incasso di oltre quattro milioni di euro e otto recite di Bohème piacevolmente affollate. Certo, vedere poco pubblico in un titolo come questo sarebbe un problema, ma abbiamo assistito alla settima recita su otto in un teatro da millenovecento posti e, considerando il pubblico presente, se ci fossimo trovati in una tradizionale sala all’italiana da milleduecento–millecinquecento posti si sarebbe potuto parlare senza dubbio di tutto esaurito.
Lo spettacolo è una ripresa dell’allestimento creato nel 2017 da Bruno Ravella e più volte riproposto dal teatro fiorentino, in ultimo appena due anni fa. Recentemente abbiamo assistito a quattro diverse messe in scena dell’opera e questa è probabilmente la più elegante. Ravella colloca l’azione dei giovani artisti in una Parigi Belle Époque e fin de siècle, con vetrate Art Déco e costumi – bellissimi – firmati da Angela Giulia Toso, che sembrano usciti dai dipinti di Giovanni Boldini. Il regista segue fedelmente le didascalie del libretto e convince tanto nella gestione delle masse quanto nella direzione degli interpreti, guidati con naturalezza e senza quelle pose stereotipate da melodramma tanto care a Nonna Speranza.
Il secondo atto convince senza alcuna riserva: ad apertura di sipario troviamo schierati coro, voci bianche e comparse che, su un fondale neutro blu, prendono vita terzina dopo terzina e, solo dopo aver cantato Andiam là da Momus, si spostano nel caffè floreale, che fa la sua comparsa in scena soltanto in quel momento. A posteriori, riteniamo questa scelta di Ravella particolarmente riuscita e, anzi, poco credibili tutte quelle messe in scena in cui il coro intona tali parole già accomodato ai tavolini del bistrot.
Come ogni cosa, tuttavia, anche questo allestimento presenta alcuni difetti. La messinscena, snella e concepita senza costi eccessivi, si avvale di un apparato scenico fine e minimalista firmato da Tiziano Santi. La soffitta è appena accennata e lo spazio scenico retrostante la piccola scena rimane vuoto e buio; il caffè Momus non è altro che la stessa soffitta arricchita e variata; la barriera del terzo quadro è uno spazio vuoto su cui cade una poetica nevicata. Le scene, come detto, sono eleganti e di buon gusto e il fondale scuro si presta a efficaci giochi di luce in diversi momenti dell’opera, ma si paga un prezzo elevato per questa scelta. In assenza di un apparato scenografico tradizionale che riempia il palcoscenico, viene meno quella sorta di “camera acustica” capace di proiettare le voci in sala. Le voci, pertanto, soprattutto negli atti ambientati in soffitta, tendono a perdersi e risultano talvolta piccole e di difficile intelligibilità.
Voci che, nonostante queste difficoltà, convincono nel complesso, pur con qualche distinguo. Sostituzione di lusso per Rodolfo quella di Piero Pretti, chiamato a supplire il collega Lang Lang. Il tenore firma una prestazione omogenea, centrata dal primo all’ultimo quadro, con acuti brillanti e luminosi. Non è un Rodolfo “ragazzo”, bensì un uomo, ma nella finzione scenica dell’opera lirica preferiamo un ottimo tenore di mezza età a un giovane interprete ancora acerbo. Inoltre, nonostante le voci tendessero a perdersi a causa della scenografia, quella di Pretti risultava sempre udibile e intelligibile, confermando la caratura dell’interprete. La sua lettura belcantista e pulita della linea vocale, probabilmente anche frutto di una carriera maggiormente incentrata sul repertorio verdiano rispetto a quello verista e pucciniano, convince e si fa apprezzare come interpretazione personale.
Più articolata la prova di Carolina López Moreno. Il soprano sfoggia un registro grave corposo e ben centrato e si distingue per fraseggio e filati, ma nei primi due quadri la voce risulta spesso piuttosto piccola. Molto meglio nei due quadri successivi, con acuti sonori e centrati, in particolare nel terzo, dove offre un eccellente duetto con Marcello, seguito da un Donde lieta eccessivamente piano. Bene il quarto e ultimo quadro, in cui ha saputo rendere efficacemente, tanto sul piano vocale quanto su quello scenico, il travaglio dell’ammalata. Per un giudizio pienamente definitivo sul soprano, sarebbe probabilmente opportuno riascoltarla in altre condizioni e con un diverso allestimento.
Convince senza riserve Mariam Battistelli nei panni di Musetta. Il soprano canta sempre sulla parola e si distingue rispetto al resto della compagnia per una sonorità corposa e squillante che giunge costantemente in sala. Affronta il ruolo alternando accenti lirici, come nel secondo quadro, a un efficace canto di conversazione e a declamati ben calibrati nel terzo e nel quarto, dove si segnala anche per una toccante preghiera alla Vergine. Il Valzer è eseguito splendidamente, con filati, acuti brillanti e grande vivacità scenica, mentre l’interprete si dondola su un’altalena al Momus, indossando un elegante costume verde che contribuisce a rendere palpabile la gelosia di Marcello.
Marcello è interpretato da Danylo Matviienko, che mette in luce una vocalità baritonale corposa, con un timbro forse non di velluto purissimo, ma capace di creare un efficace connubio “verista” con la Musetta della Battistelli. Si pone inoltre come valido contraltare al Rodolfo belcantista di Pretti e alla coppia da questi formata con la Mimì della López Moreno. Il baritono canta in un italiano impeccabile, recita con cura sia nei gesti sia nell’espressività facciale e presenta un physique du rôle ideale.
Eccellente il Colline di Manuel Fuentes, che strappa un meritato applauso a scena aperta dopo Vecchia zimarra, offerta in quella che è forse la migliore esecuzione del brano che ci sia capitato di ascoltare: voce morbida e vellutata, filati ampi e fraseggio magistrale. Molto bene anche lo Schaunard di Matteo Loi, convincente per una vocalità schietta e ben proiettata, di impronta marcatamente verista.
Bene anche Davide Sodini nei panni di Benoît e Alcindoro, resi con efficacia sia sul piano vocale sia su quello scenico.
Diego Ceretta dirige con piglio energico, staccando tempi molto sostenuti, soprattutto all’inizio del secondo e del terzo quadro, ma soffermandosi con rubati e cedéz laddove necessario. La sua prestazione è in crescendo e, dopo alcuni piccoli scollamenti nel primo quadro, trova un efficace punto di equilibrio tra le esigenze del palcoscenico e quelle della buca. L’Orchestra del Maggio risponde con compattezza e cura, pur con qualche sporadica incertezza d’intonazione nei legni.
Precisi vocalmente e spigliati scenicamente sia il Coro sia il Coro di voci bianche del Maggio, che risultano particolarmente efficaci in un secondo quadro di ottimo livello.
Gli applausi finali salutano degnamente la conclusione di una stagione riuscita, che ha saputo segnare una svolta per la storica istituzione toscana, in attesa di una stagione e di un Festival 2026 che sulla carta si annunciano ricchi e promettenti.