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Genova, Teatro Carlo Felice: Carmina Burana

  • Genova, Teatro Carlo Felice Carmina Burana - ph Marcello Orselli - recensione Opera Mundus

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Fortuna in abito da sera (quasi per tutti): i Carmina Burana tra rigore e discontinuità al Carlo Felice

Al Teatro Carlo Felice, il 25 marzo 2026, i Carmina Burana si sono riaffermati come una macchina spettacolare di impressionante efficacia, capace di travolgere e convincere, ma anche di rivelare – proprio nella loro apparente immediatezza – il grado di consapevolezza interpretativa di chi li affronta.

Sul podio, Tito Ceccherini ha offerto una direzione di notevole solidità, costruita su un controllo rigoroso delle dinamiche e su una gestione esemplare dei grandi blocchi sonori. L’Orchestra del Teatro Carlo Felice ha risposto con precisione e compattezza, restituendo una tavolozza timbrica ben bilanciata, in cui le percussioni – vero motore della partitura – si sono distinte per incisività senza mai debordare. Ceccherini privilegia la coesione e la continuità del discorso musicale: il risultato è un flusso sonoro teso e coerente, forse meno incline al dettaglio analitico, ma indubbiamente efficace nel mantenere alta la tensione. Autentico fulcro della serata si è confermato il comparto corale: il Coro del Teatro Carlo Felice preparato da Claudio Marino Moretti ha offerto una prova di grande impatto, distinguendosi per compattezza, precisione ritmica e potenza sonora. La resa dei grandi numeri corali – da “O Fortuna” ai brani più lirici – è stata sempre salda, priva di cedimenti, capace di restituire quella dimensione rituale e collettiva che costituisce il cuore dell’opera di Orff. Di particolare rilievo anche il contributo del Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice, istruito da Gino Tanasini: preciso, luminoso, mai acerbo, ha saputo inserirsi con naturalezza nel tessuto complessivo, aggiungendo una qualità timbrica preziosa e ben controllata. Sul versante solistico, il soprano Katrina Galka si è imposto con autorevolezza. La sua prova si è distinta per la purezza dell’emissione, la sicurezza negli acuti e una linea vocale sempre ben sostenuta, capace di coniugare brillantezza e controllo. Ma ciò che più ha colpito è stata la qualità del fraseggio: mai generico, sempre rifinito, capace di dare senso musicale anche ai passaggi più esposti e insidiosi. A questo si è aggiunta una presenza scenica elegante e misurata, in perfetta sintonia con il contesto concertistico, rafforzata da una scelta di abbigliamento sobria e raffinata che ha contribuito a definire un’immagine di grande coerenza stilistica. Di notevole livello anche la prova del controtenore Owen Willetts, che ha affrontato la sua parte con intelligenza musicale e controllo tecnico. La sua emissione, ben focalizzata e omogenea nei registri, ha evitato ogni deriva caricaturale, restituendo al celebre episodio del cigno una dimensione più musicale che grottesca. La qualità del legato e la cura del dettaglio dinamico hanno evidenziato un approccio consapevole, capace di valorizzare la scrittura senza indulgere in effetti facili. Più problematico, invece, l’apporto del baritono Daniele Terenzi. Pur affrontando il ruolo con quelle inevitabili “gigionaggini” che la partitura sembra richiedere, l’interprete ha talvolta accentuato tali elementi fino a renderli eccessivamente marcati. Ne è derivata una certa forzatura nei suoni, a volte calanti, con emissioni spinte oltre misura e una linea vocale meno naturale. Anche la presenza scenica – tra postura e gestualità – è apparsa talvolta poco aderente al contesto concertistico, così come l’abbigliamento, (anche quello del controtenore non adatto a un concerto lirico-sinfonico in un teatro di tutto rispetto) meno curato rispetto all’eleganza del soprano, contribuendo a una disomogeneità visiva complessiva. Una prova dunque non priva di solidità, ma solo parzialmente centrata nello spirito del ruolo.

Nel complesso, una serata di forte impatto, sostenuta da una direzione rigorosa, da un apparato corale di altissimo livello e da due prove solistiche – soprano e controtenore – di indubbio valore. Un Carmina Burana che ha convinto per compattezza e resa spettacolare, pur scegliendo consapevolmente di restare entro i confini di una lettura più immediata che problematizzata.

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