Tra rito, passione e qualche ombra: il secondo cast regge il peso di Mascagni e conquista il pubblico genovese
C’è un dato di partenza che colpisce nella Cavalleria Rusticana del 15 novembre al Teatro Carlo Felice: la platea gremita e partecipe, nonostante si trattasse della recita del secondo cast. Un segnale evidente di quanto il titolo mascagnano continui ad avere, nel cuore del pubblico, una forza d’attrazione quasi archetipica, alimentata da un immaginario collettivo in cui il verismo si intreccia con la tradizione mediterranea, le dinamiche familiari, il sacro e il profano.
Il teatro genovese ha scelto di riproporre l’allestimento di Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, una produzione che negli anni ha consolidato un proprio linguaggio fatto di simbolismi e ritualità, e che ora, con nuovi interpreti, assume sfumature differenti, talvolta inattese. Entrare nella Cavalleria di Di Gangi e Giacomazzi significa lasciare alle spalle la Sicilia verista per immergersi in un tempo sospeso, fatto di gesti codificati, processioni laiche e un uso dello spazio scenico che richiama più l’antropologia del rito che la cronaca rusticana. Le scene di Federica Parolini, costruite su grandi blocchi di pietra, dialogano con un impianto di simmetrie quasi sacre, dove i movimenti del coro diventano parte integrante della drammaturgia. Non c’è naturalismo, non c’è colore locale se non filtrato da un’estetica consapevolmente astratta. Questa scelta registica, già apprezzata in precedenti riprese, continua a dividere: da un lato crea un’atmosfera di forte suggestione visiva, dall’altro irrigidisce l’azione scenica, lasciando ai cantanti il compito di “rompere” una fissità che non sempre favorisce la spontaneità emotiva. I costumi di Agnese Rabatti, scuri e sobri, si inseriscono perfettamente nell’impianto, mentre le luci di Luigi Biondi scolpiscono figure e volti con tagli netti, quasi caravaggeschi, anche se in alcuni momenti i contrasti risultano un po’ bruschi, a discapito della leggibilità del movimento scenico.
Sul podio, Davide Massiglia affronta Mascagni con una visione energica, puntando su un colore orchestrale pieno e su una gamma dinamica ampia. L’approccio è appassionato e spesso coinvolgente, soprattutto nei momenti lirici, dove l’orchestra respira con un fraseggio morbido e controllato. Tuttavia, nei momenti più concitati – l’ingresso di Alfio, i crescendo drammatici del duetto, l’accompagnamento della scena finale – emergono alcune tensioni tra buca e palcoscenico. Il senso del ritmo è vivo, ma non sempre perfettamente condiviso: piccoli slittamenti dell’ensemble e una certa veemenza degli ottoni creano squilibri che intaccano la compattezza generale. La lettura di Massiglia, pur non impeccabile, è però coerente: privilegia il dramma più della pura eleganza timbrica e, quando l’orchestra trova coesione, il suono del Carlo Felice si rivela – come spesso accade – di grande impatto.
La Santuzza di Valentina Boi è la colonna portante dell’intera rappresentazione. Non solo per la qualità vocale – un timbro pieno, luminoso nei centri e sicuro negli acuti – ma soprattutto per la maturità interpretativa. Boi costruisce una Santuzza credibile, mai caricata, capace di essere fragile senza diventare querula, dignitosa anche nella disperazione. Il fraseggio è curato, le mezze voci ben controllate e la presenza scenica magnetica. Qualche attacco è risultato meno centrato, soprattutto nei pianissimi del duetto, ma la qualità complessiva della prova rimane di livello altissimo. È una Santuzza che emoziona e convince e che soprattutto “racconta” Mascagni senza urlarlo.
Leonardo Caimi, Turiddu impetuoso e fisicamente molto presente, costruisce un personaggio dal temperamento acceso, spesso travolto dalla propria impulsività. La voce è ben proiettata e il timbro, pur con una certa metallicità, risulta riconoscibile; l’emissione però non sempre mantiene omogeneità e qualche passaggio scoperto richiederebbe più appoggio. L’addio alla madre, benché coinvolgente, mostra un leggero affaticamento. L’interprete c’è, il personaggio anche; manca però una vera rifinitura del fraseggio, che potrebbe aggiungere profondità alla lettura.
Massimo Cavalletti offre un Alfio autorevole, interpretato con sicurezza vocale e grande padronanza del palcoscenico. Il timbro è solido, la dizione pulita e la linea vocale incisiva. Gli acuti, come già notato in altre produzioni recenti, tendono a irrigidirsi, perdendo rotondità; ma la forza del personaggio resta, ed è costruita con intelligenza teatrale. L’ingresso di Alfio e la sfida finale sono tra i momenti più forti della serata.
La Lola di Nino Chikovani affascina per magnetismo scenico e sensualità, elementi che l’artista restituisce con naturalezza. La vocalità, potente e scura, talvolta sacrifica morbidezza e omogeneità; la prima ottava è poco presente e il legato potrebbe essere più fluido. Tuttavia il personaggio funziona, soprattutto nella dinamica di seduzione implicita che la regia accentua.
La Mamma Lucia di Manuela Custer è esattamente ciò che il personaggio richiede: rigore, sobrietà, un dolore trattenuto che si esprime più nel gesto che nella voce. Alcune entrate non perfettamente a fuoco non compromettono una prova di grande umanità, resa con l’esperienza di una vera artista di teatro.
Il coro del Teatro Carlo Felice, preparato dal M° Claudio Marino Moretti, è tra i protagonisti silenziosi ma decisivi dello spettacolo. L’impostazione rituale della regia gli assegna un ruolo drammaturgico centrale e il coro risponde con compattezza, dizione chiara e un controllo dinamico di alto livello. La scena della preghiera – con il coro che lentamente si volta verso il pubblico – resta uno dei momenti più intensi dell’intera produzione, un autentico frammento di teatro corale.
La scelta registica di mostrare Alfio con la camicia insanguinata e il coltello brandito è inequivocabile nella sua forza visiva, ma toglie alla conclusione quell’aura di sospensione tragica che Mascagni affida alla parola sussurrata e al silenzio. Il verismo spesso è più efficace quando suggerisce, non quando esplicita: qui si sceglie il contrario, e non tutti gli spettatori ne sono convinti.
In definitiva, una Cavalleria che non mira alla perfezione, ma che riesce comunque a coinvolgere il pubblico e a confermare la vitalità di un titolo che, dopo oltre un secolo, continua a scuotere, commuovere e incendiare la platea.