Il Campiello al Teatro Carlo Felice: una Venezia di caratteri tra eleganza musicale e teatro corale
Nella stagione lirica del Teatro Carlo Felice, la ripresa de Il campiello di Ermanno Wolf-Ferrari, rappresentata il 15 marzo, ha riportato sul palcoscenico uno dei titoli più particolari del Novecento operistico italiano: un lavoro costruito più sull’osservazione dei caratteri e sulla vivacità del tessuto sociale che sul grande dramma. L’opera, tratta dalla commedia di Carlo Goldoni, vive infatti di una coralità teatrale sottile, fatta di dialoghi rapidi, piccoli conflitti quotidiani e atmosfere popolari. Lo spettacolo genovese si inserisce in una linea interpretativa che privilegia la leggerezza e la precisione stilistica, restituendo la dimensione elegante e quasi cameristica della partitura.
Sul podio il direttore Francesco Ommassini affronta la partitura con evidente attenzione alla trasparenza orchestrale. La musica di Wolf-Ferrari, sospesa tra nostalgia settecentesca e sensibilità novecentesca, richiede infatti una concertazione che eviti ogni pesantezza. Ommassini privilegia tempi scorrevoli e un equilibrio molto attento tra buca e palcoscenico. Gli archi dell’orchestra del Carlo Felice disegnano linee morbide e luminose, mentre i legni emergono con particolare eleganza nei momenti più lirici. Nei grandi concertati il direttore dimostra una solida padronanza del tessuto polifonico, garantendo chiarezza e coesione. La regia di Federico Bertolani si muove su un terreno dichiaratamente tradizionale. L’obiettivo non è reinterpretare l’opera con chiavi concettuali moderne, ma restituire il ritmo teatrale della commedia originale. Il campiello veneziano diventa così un microcosmo sociale in continuo movimento, dove ogni personaggio contribuisce alla costruzione di una comunità viva. La regia funziona soprattutto nella gestione delle dinamiche collettive e nel disegno dei rapporti tra i personaggi, anche se talvolta l’azione scenica rimane volutamente semplice. Assistente alla regia è Barbara Pessina. Molto interessanti le figure degli attori: Roberto Andriani e Katia Mirabella, e dei mimi: Luca Alberti, Pietro Desimio, Sara Mennella e Davide Riminucci, utilizzati in questo spettacolo. Le scene di Giulio Magnetto, coadiuvato dall’assistente volontario Filippo Raschi, ricostruiscono una piazzetta veneziana stilizzata ma suggestiva, concepita come spazio di incontro e di relazione. I costumi di Manuel Pedretti rappresentano uno degli elementi più riusciti della produzione: ricchi di colori e dettagli, restituiscono con vivacità l’atmosfera festosa della Venezia settecentesca. Le luci di Claudio Schmid accompagnano l’azione con discrezione, privilegiando tonalità calde che evocano un quadro veneziano animato. Il coro del teatro, preparato da Patrizia Priarone, svolge un ruolo centrale nella costruzione drammaturgica dell’opera. La compattezza vocale e la chiarezza della dizione permettono di valorizzare i numerosi interventi collettivi che animano la vita del campiello. Il cast dimostra nel complesso una buona omogeneità stilistica, qualità essenziale in un’opera in cui i momenti d’insieme sono predominanti. Nel ruolo di Gasparina, Bianca Tognocchi offre una prova brillante: la vocalità agile e luminosa si unisce a una presenza scenica spigliata, perfettamente aderente alla vivacità del personaggio. Luçieta, interpretata da Gilda Fiume, si distingue per la morbidezza del timbro, ottimi aucti ampi e sonori, anche se nei centri non molto timbrati, e per un fraseggio elegante, mentre Gnese, affidata a Benedetta Torre, conquista per freschezza vocale e naturalezza teatrale. Tra i ruoli femminili di carattere, Orsola trova in Paola Gardina un’interprete solida e scenicamente efficace. Tra gli interpreti maschili spicca nettamente Zorzeto, interpretato da Matteo Mezzaro. Il tenore dimostra qualità vocali di notevole rilievo, con una voce luminosa, ben proiettata e caratterizzata da un’emissione franca e naturale. Il timbro chiaro e squillante gli consente di emergere con facilità nei concertati, mentre la linea di canto appare sempre sorvegliata e musicalmente elegante. Mezzaro riesce inoltre a coniugare slancio lirico e credibilità scenica, delineando un Zorzeto impulsivo ma mai caricaturale. La sicurezza negli acuti e la pulizia del fraseggio confermano una vocalità pienamente a suo agio in questo repertorio. Altrettanto convincente risulta il Cavaliere Astolfi di Biagio Pizzuti, che si impone come una delle presenze vocalmente più autorevoli della serata. Il baritono sfoggia uno strumento ampio, omogeneo e ben timbrato, sostenuto da un’emissione solida e da una proiezione sonora di grande efficacia. La sua interpretazione unisce eleganza e ironia: il Cavaliere emerge come figura quasi esterna alla vivace confusione del campiello, e Pizzuti ne sottolinea con intelligenza musicale la distinzione aristocratica attraverso un fraseggio sempre curato e incisivo. Completa il quadro maschile Anzoleto, interpretato da Gabriele Sagona, che contribuisce con efficacia alla dinamica teatrale degli insiemi, mentre Fabrizio dei Ritorti di Marco Camastra arricchisce il mosaico dei caratteri. Questa produzione de Il campiello al Carlo Felice dimostra come l’opera di Wolf-Ferrari continui a funzionare soprattutto grazie alla precisione musicale e alla vivacità dei personaggi.
Lo spettacolo genovese convince per equilibrio stilistico, per la cura della concertazione e per la qualità di un cast che trova in Matteo Mezzaro e Biagio Pizzuti due interpreti vocalmente particolarmente autorevoli. Ne risulta un affresco teatrale elegante e luminoso, e divertente: una Venezia fatta di incontri, pettegolezzi e piccoli amori, dove la musica trasforma la quotidianità in commedia lirica.