La Bohème al Teatro Carlo Felice: una regia di rara sensibilità salva una serata diseguale
Chi frequenta il teatro d’opera sa bene che esistono serate nelle quali il successo non nasce dall’omogeneità del cast, ma dalla forza di una visione teatrale capace di tenere insieme ogni elemento dello spettacolo. La recita de La Bohème andata in scena il 21 giugno 2026 al Teatro Carlo Felice di Genova appartiene proprio a questa categoria. Una rappresentazione che ha trovato il proprio valore soprattutto nella straordinaria qualità dell’allestimento e nella sensibilità della regia di Augusto Fornari, capace di commuovere profondamente anche quando il versante vocale non sempre si è dimostrato all’altezza delle esigenze del capolavoro pucciniano. Assistente alla regia era Laura Ruocco.
Sul podio Donato Renzetti ha confermato ancora una volta la propria profonda conoscenza del linguaggio pucciniano. La sua concertazione è apparsa elegante, misurata e sempre rispettosa della partitura, privilegiando la continuità narrativa e il respiro teatrale. L’Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice ha risposto con professionalità, offrendo una prova compatta e ricca di colori, mentre il Coro preparato da Claudio Marino Moretti e il Coro di voci bianche preparato da Gino Tanasini hanno contribuito con precisione e partecipazione alla riuscita delle grandi scene collettive.
Tuttavia, il vero protagonista della serata è stato senza dubbio Augusto Fornari. La sua regia si distingue per intelligenza, misura e profonda comprensione della drammaturgia pucciniana. In un’epoca in cui troppo spesso si cerca di reinventare i classici a tutti i costi, Fornari sceglie invece di raccontare la storia, mettendo al centro i personaggi e le loro emozioni. Potrebbe sembrare una scelta semplice; in realtà è la più difficile: una gran favola raccontata.
Ogni gesto appare naturale, ogni movimento scenico possiede una precisa motivazione drammatica. La soffitta del primo quadro vive di una spontaneità fiabesca, quasi cinematografica; l’amicizia tra i quattro bohémien emerge con sincerità e tenerezza, restituendo quella dimensione umana che costituisce il vero cuore dell’opera. Ancora più riuscito appare il secondo quadro, animato ma mai confuso, ricco di dettagli e di vita autentica. Giocolieri, funambuli e tanti colori, hanno reso festosa ed emozionante la scena, come un carillion che tutti abbiamo visto in età infantile.
Le splendide scene e i costumi di Francesco Musante contribuiscono in modo determinante alla riuscita dello spettacolo. La loro dimensione pittorica crea una Parigi sospesa tra sogno e memoria, tra favola e realtà. Le luci di Luciano Novelli accompagnano il racconto con raffinata discrezione, esaltando i cambiamenti emotivi senza mai cadere nell’effetto decorativo.
È soprattutto nel quarto quadro che la regia raggiunge il proprio vertice. Qui Fornari dimostra una rara capacità di scavare nell’animo dei personaggi. Il dolore viene suggerito più che esibito, e proprio per questo risulta ancora più devastante. La morte di Mimì arriva come una ferita improvvisa e lascia il pubblico immerso in un silenzio carico di emozione. Personalmente, è stato impossibile non lasciarsi coinvolgere e commuovere. Non per un artificio teatrale o per una ricerca del facile effetto lacrimoso, ma perché la regia riesce a restituire tutta la fragilità della condizione umana che Puccini ha saputo tradurre in musica.
Sul piano vocale, invece, la serata ha evidenziato limiti significativi.
I due protagonisti, Yujing Chen e Xianmu Wang, sono apparsi complessivamente immaturi per la complessità dei rispettivi ruoli. Mimì e Rodolfo richiedono non soltanto mezzi vocali adeguati, ma soprattutto una maturità interpretativa capace di sostenere il peso emotivo dell’intera opera. In questa recita tale maturità è sembrata ancora in fase di costruzione.
Yujing Chen ha mostrato alcune qualità interessanti, ma il personaggio di Mimì è rimasto sostanzialmente in superficie. La fragilità, la dolcezza e quella malinconia quasi crepuscolare che rendono il personaggio uno dei più amati del repertorio non sono emerse con sufficiente evidenza. Anche sul piano espressivo il fraseggio è apparso spesso generico, senza quella varietà di accenti necessaria a dare piena vita al personaggio. La prima ottava non era ben proiettata, quindi poco a fuoco, mentre gli acuti sembravano molto appesantiti, da sembrare spesso poco saldi.
Ancora più problematico è apparso Rodolfo. Xianmu Wang possiede certamente materiale vocale da sviluppare, ma l’impressione generale è stata quella di un artista non ancora pronto ad affrontare tutte le insidie del ruolo. La linea di canto è risultata talvolta rigida ed anche il personaggio è apparso poco caratterizzato sul piano teatrale. Soprattutto è mancata quella naturale capacità di emozionare che rappresenta la qualità essenziale del giovane poeta pucciniano. Qualche forzatura ha denotato un colore spesso graffiato e non luminoso.
Tra i comprimari, le impressioni sono state decisamente migliori.
Virginia Genovese ha offerto una Musetta vivace, elegante e scenicamente credibile. Pur senza raggiungere risultati eccezionali, è riuscita a costruire un personaggio coerente, brillante e ben inserito nel contesto drammatico. La sua interpretazione è stata una delle più convincenti della serata.
Anche Jeongwoo Lee ha delineato un Marcello più che dignitoso. Il pittore bohémien è apparso credibile scenicamente e musicalmente corretto, offrendo una prova complessivamente apprezzabile. Pur senza particolari slanci, ha saputo garantire solidità e presenza teatrale.
Ma la vera sorpresa della serata è stata Vittorio De Campo nel ruolo di Colline. Il basso ha evidenziato una vocalità importante, dotata di grande volume, proiezione e qualità timbrica. Fin dal primo intervento la sua voce ha mostrato un peso specifico decisamente superiore rispetto a gran parte del cast. Pur non trovando nella celebre romanza “Vecchia zimarra” il momento di massima ispirazione interpretativa, per la ricchezza espressiva che la romanza richiede, De Campo ha impressionato per la consistenza dello strumento vocale e per l’autorevolezza della presenza scenica. È uno di quei cantanti che riescono a catturare l’attenzione anche quando il personaggio dispone di uno spazio relativamente limitato. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un artista dotato di mezzi importanti e di un potenziale notevole, pronto per il salto in ruoli decisamente più centrali.
Completavano il cast Andrea Ariano come Schaunard, l’ottimo Andrea Porta nei ruoli di Benoît e Alcindoro, Giuliano Petouchoff come Parpignol, Matteo Michi come venditore ambulante, e le voci importanti di Franco Rios Castro come sergente dei doganieri e Bernardo Pellegrini come doganiere.
Al termine della rappresentazione rimane soprattutto il ricordo di uno spettacolo che ha saputo emozionare grazie alla forza del teatro. Non una Bohème perfetta, certamente, e nemmeno una Bohème memorabile sul piano vocale. Ma una Bohème capace di arrivare al cuore grazie all’intelligenza della regia, alla bellezza dell’allestimento e alla capacità di raccontare con sincerità una delle storie più struggenti della storia dell’opera.
E quando il sipario si chiude e ci si ritrova ancora commossi, significa che il teatro, nonostante tutto, ha raggiunto il suo obiettivo più alto.