Amore e abisso al Carlo Felice: un “Tristan” di grande tensione orchestrale, ma vocalmente irrisolto
La rappresentazione di Tristan und Isolde di Richard Wagner andata in scena ieri al Teatro Carlo Felice si è rivelata un’esperienza di forte impatto musicale e visivo, ma anche una serata che ha lasciato spazio a riflessioni critiche, soprattutto sul piano vocale, vero fulcro di questo monumento del teatro wagneriano.
L’opera, com’è noto, racconta l’amore assoluto e distruttivo tra Tristan e Isolde: lui, eroe al servizio di re Marke, la conduce in Cornovaglia perché diventi sposa del sovrano; lei, però, lo odia per aver ucciso Morold, suo promesso sposo. Durante il viaggio, un filtro destinato alla morte si trasforma in filtro d’amore e i due precipitano in una passione che li travolge oltre ogni legge morale e sociale. Nel secondo atto, immersi nella notte, vivono un duetto che sospende il tempo e dissolve il mondo; scoperti dal re, Tristan si lascia ferire. Nel terzo atto, delirante e morente, attende Isolde, che giunge solo per cantare sulla sua salma la trasfigurante “Liebestod”, dove amore e morte si fondono in un’estasi finale.
Sul podio, Donato Renzetti ha offerto una lettura intensa e meditativa. Fin dal preludio, la tensione cromatica è stata scolpita con grande attenzione al dettaglio timbrico, privilegiando sonorità ampie e avvolgenti. Renzetti ha scelto tempi distesi, lavorando sulla densità degli archi e su un fraseggio orchestrale carico di pathos. Se questa impostazione ha esaltato la dimensione metafisica della partitura, in alcuni momenti — specialmente nel secondo atto — la massa sonora dell’Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova è risultata imponente al punto da mettere in difficoltà le voci. L’equilibrio tra buca e palcoscenico non è stato sempre ideale, ma la qualità strumentale e la compattezza dell’insieme sono rimaste indiscutibili. Ottimo anche il contributo del Coro della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, preparato con cura da Claudio Marino Moretti.
La regia di Laurence Dale ha scelto una linea di essenzialità simbolica, evitando ogni tentazione medievaleggiante. Le scene e i costumi di Gary McCann hanno costruito uno spazio astratto, dominato da toni scuri e superfici geometriche, mentre le luci di John Bishop hanno scolpito ambienti freddi e rarefatti. Il video design di Leandro Summo ha aggiunto suggestioni visive discrete ma coerenti con l’impianto generale. Nel complesso, un allestimento elegante e coerente, anche se a tratti statico, soprattutto nel terzo atto, dove la rarefazione scenica ha lasciato i cantanti piuttosto soli nella costruzione della tensione drammatica. Puntuale il lavoro del regista collaboratore e coreografo Carmine De Amicis, così come quello dell’assistente alla regia Jean-Francǫis Martin, della costumista collaboratrice Gabriella Ingram e dell’assistente alle scene Gloria Bolchin.
Venendo alle voci, vero cuore pulsante dell’opera, la prova di Tilmann Unger nei panni di Tristan è stata non priva di difficoltà. Il timbro, di natura lirico-spinta, ha mostrato una certa tensione ed opacità già nel primo atto; nel secondo, complice l’orchestra possente, la proiezione è apparsa talvolta forzata. Il lungo monologo del terzo atto, autentica maratona vocale, ha evidenziato segni di affaticamento: gli acuti risultavano spinti, il centro meno compatto e il fraseggio più declamato che sostenuto da un legato fluido. L’intenzione interpretativa era sincera, ma la scrittura wagneriana richiede una resistenza e una rotondità che non sempre si sono manifestate pienamente.
Di maggiore solidità è apparsa Marjorie Owens come Isolde. La voce, ampia e sonora nel registro centrale, ha saputo imporsi con autorevolezza nel racconto del primo atto e nel grande duetto notturno. Tuttavia, nei momenti culminanti — in particolare nella “Liebestod” — l’emissione si è fatta talora metallica, con un vibrato più largo e meno controllato, attenuando quell’impressione di trasfigurazione estatica che costituisce il vertice emotivo dell’opera. Rimane comunque una prova di notevole impegno e temperamento.
Molto convincente Nicolò Ceriani come Kurwenal, saldo nell’emissione e partecipe scenicamente, capace di fraseggio scolpito e accenti generosi. Evgeny Stavinsky, König Marke, ha offerto un timbro nobile e autorevole, anche se qualche opacità nel registro grave ha leggermente smorzato la solennità del grande monologo del secondo atto. Daniela Barcellona, Brangäne, ha garantito musicalità ed esperienza, con interventi ben controllati, specie nelle invocazioni fuori scena del secondo atto, pur senza quella morbidezza vellutata che renderebbe il personaggio ancora più avvolgente. Corretti e ben inseriti nell’insieme Saverio Fiore (Melot), Andrea Schifaudo (Ein Seemann/Ein Hirt) e Matteo Peirone (Ein Steuermann).
Nel complesso, questa produzione genovese di Tristan und Isolde si è distinta per coerenza estetica e impegno musicale. La direzione di Renzetti ha scavato nella partitura con intelligenza e profondità, la regia di Dale ha offerto un impianto visivo elegante e simbolico; ma, in un titolo che vive sull’equilibrio quasi sovrumano delle vocalità, alcune fragilità tecniche hanno impedito alla serata di raggiungere quella vertigine assoluta — musicale ed emotiva — che fa di quest’opera non solo un capolavoro, ma un’esperienza totalizzante.