In quella che viene definita la Trilogia Popolare di Giuseppe Verdi (con Rigoletto e Traviata) il Trovatore viene descritto dall’intellettuale, musicista, letterato e critico musicale, Bruno Barilli, Senza dubbio, dinanzi a quest’opera impareggiabile (…) Ecco dove l’arte di Verdi, che è tutta sovvertimento, deformazione, caricatura sublime, mette a fuoco i quattro canti della terra. Il suo ritmo prodigioso e veemente, scagliato con la fionda, durevole come il bagliore di una carica cosmica, arrossa tutto il cielo vibrante dell’arte.”
Ma non solo, la nuova concezione verdiana del teatro musicale, anticipa la forza emozionale della narrazione cinematografica del flashback che verrà, e come scrive il giornalista ed esperto d’opera, Alberto Mattioli, “Senza contare che Il trovatore è soprattutto un racconto di racconti, un racconto al quadrato, dove ogni personaggio narra l’antefatto di quel che stiamo per vedere. È molto più quel che apprendiamo perché qualcuno ce lo racconta di quel che vediamo in scena con i nostri occhi. Ferrando racconta la sua storia di streghe e di roghi; nella sua cavatina, Leonora racconta come si è innamorata; racconta sconnessa Azucena la triste fine della madre; racconta Manrico nel primo duetto con lei il suo duello con Luna, e così via. Il tempo si sdoppia: c’è quello, spesso frenetico, accelerato, incalzante, dell’azione; e c’è il tempo, molto più lento, rallentato, remoto, del racconto.”
Il librettista Salvatore Cammarano colloca nella notte tempestosa di un oscuro XV secolo l’accoglienza della drammatica vicenda: il trovatore Manrico e il suo rivale, Conte di Luna, ignari di essere fratelli, sono entrambi innamorati della dama Leonora. Sono cresciuti separatamente a causa della vendetta di una zingara, Azucena, che rapì Manrico da bambina per vendicare la madre giustiziata dal Conte, finendo però per uccidere il suo di figlio. Azucena cresce in segreto Manrico come suo e nel tragico finale lo vedrà giustiziato per mano del Conte rivale in amore, il quale scoprirà solo dopo che era suo fratello, e Leonora si avvelena per non cedere al Conte lasciato solo in possesso del rimorso.
“Dicono che quest’opera sia troppo triste e che vi siano troppe morti. Ma infine nella vita tutto è morte! Cosa esiste?…”. Scriveva così, il compositore bussetano il 29 gennaio 1853 all’amica contessa Clara Maffei con la quale condivideva l’attivismo risorgimentale, commentando il debutto del “Trovatore.
Amore e guerra, gelosia e vendetta, sangue e fuoco, eroismi e barbarie, sono i venti di passioni che possono indurre ad una idea comune al pubblico, di un Verdi forte, vigoroso e stentoreo, ma nella realtà il dramma possiede una partitura densa di introspettivi piani e pianissimi; “c’è persino un passaggio in cui c’è un pppppppppppppppianissimo, 15 volte un piano, verso la fine del secondo atto” (Riccardo Muti – Verdi l’italiano).
La regia di Marina Bianchi, con il sostegno scenografico e di costumi di Sofia Tasmagambetova e Pabel Dragunov, non ha grandi voli pindarici ed interpretativi che inducono a morbose curiosità e animate discussioni come avviene in molti allestimenti operistici degli ultimi tempi, ma si affida ad un impianto scenico di efficace suggestione più tradizionale. Le tetre e gotiche torri della fortezza di Castellor – che ricordano più le rovine del castello di Goodrich nell’Herefordshire che i bastioni dell’Aljaferia – si stagliano su cieli densi di nuvole minacciose e lune velate di cupa foschia, ruotano lentamente su di un meccanismo girevole che diventa via via, nei quadri che si succedono, magione del Conte di Luna, convento rifugio per Leonora, opprimente prigione; cortile per roghi, armigeri in lotta o bivacco di vita gitana. Idonee tutte a ciascun sentimento violento descritto nel melodramma ed esaltate dagli effetti del light designer Luciano Novelli.
La bacchetta di Giampaolo Bisanti tiene con carattere incalzante l’Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova e ritmo e colori sono incisivi nell’espressione che pur rigorosa alla partitura verdiana, è densa di slanci ed emozionanti vigori. L’attenzione all’orchestra non nega mai la stessa alle voci e la sua generosa ed appassionata immersione nella direzione musicale, lo vede spesso intonare le parti con coro e cantanti. Il pubblico coglie e glielo tributa.
Il cast è vera struttura portante di questa produzione e sappiamo che l’opera verdiana non possiede Ouverture, il sipario dunque si apre ed il basso Ferrando – scudiero del Conte di Luna – sollecita “All’erta, all’erta!…” a servi e soldati all’attesa del Conte come un prologo narratore di nefaste vicende: Ferrando è Simon Lim, timbro scuro, saldo e autorevole con profondità interpretativa.
Erika Grimaldi interpreta Leonora con lirismo belcantista, convince nelle sfumature delicate così come la tenuta luminosa degli acuti ed i passaggi omogenei nei registri. Ariunbaatar Ganbaatar nel ruolo del Conte di Luna ha talento coraggioso, canta la parte impegnativa in recite consecutive senza soluzione di continuità per ruolo e per sostituire Leon Kim indisposto; la voce non ne risente, il baritono è ampio, potente ed esteso e la presenza scenica di grande imperio e autorevolezza.
L’inquietante zingara Azucena è definita con ottima interpretazione dal mezzosoprano Clémentine Margaine. Sfoggia drammatica potenza nella voce, l’espressività nei trilli ed i centrali bruniti sono sorprendenti; “Stride la vampa”, “Condotta all’era ai ceppi” ed il finale “Sei vendicata o madre!” restituiscono un’Azucena, ora figlia e ora madre, da ricordare e sulla quale il pubblico esplode.
Fabio Sartori incanta letteralmente nel ruolo di Manrico; c’è della perfezione nelle varie e difficili sfaccettature verdiane del ruolo ed il tenore le affronta con voce e registri acuti sicuri, squilli notevoli e pregiate morbidezze di un trovatore tormentato e romantico. L’esecuzione degli “Ah sì, ben mio, coll’essere io tuo”, e “Di quella pira” confermano un cantante inserito appieno al vertice dell’Olimpo delle migliori voci tenorili delle quali possiamo godere. Sartori rende cesellate e limpide le parti che arrivano da fuori scena e straordinario per grande intensità emotiva anche il duetto finale con Azucena.
Il ruolo comprimario di Ines spicca con la bella voce di Irene Celle ed efficace il Ruiz di Manuel Pierattelli.
Il Coro del Carlo Felice è ben riuscito e per pathos interpretativo – il “Miserere” al suono della campana – all’altezza di un cast e produzione di alto livello. I quadri di cappa e spada messi in scena con effetto slow motion risultano ben preparati dal Maestro d’armi Corrado Tomaselli.
Il pubblico, in standing ovation, applaude per molti minuti.