Opera disprezzata, dileggiata e ritenuta emblematica del cattivo gusto della Giovane Scuola, L’amico Fritz, tuttavia, è la seconda opera di Mascagni – ovviamente dietro a Cavalleria Rusticana – rimasta più o meno stabilmente in repertorio. Certo, la trama è esile, ma dietro questa storia a tinte pastello si celano ricchezze armoniche e melodiche di rara intensità, oltre a costruzioni formali e topoi sviluppati da altri autori in seguito. Basti pensare al tema degli amici scapoli, affrontato da Mascagni già nel 1891, ben cinque anni prima di Puccini ne La Bohème.
Bene ha fatto il Mascagni Festival ad inserire come evento conclusivo del suo sesto cartellone la messa in scena di quest’opera, le cui rappresentazioni sono sempre più rare. Un ulteriore elemento di interesse era la ripresa dello storico allestimento creato nel 1991 per il centenario dell’opera proprio a Livorno, realizzato da Ivan Stefanutti. Hanno ripreso vita infatti sul palcoscenico del Teatro Goldoni di Livorno le belle scene di cartapesta e le preziose tele dipinte realizzate trentaquattro anni fa. Se il primo e il terzo atto — ambientati negli appartamenti di Fritz — offrono un elegante spaccato di salotto ottocentesco, il secondo atto, come da libretto, si svolge nelle terre in campagna del protagonista e ha stupito il pubblico per la bellezza della scenografia: un ciliegio al centro della scena, arbusti, un tavolo, sedie e utensili da campagna, il tutto immerso in una straordinaria tela dipinta raffigurante il latifondo alsaziano, valorizzata dalle belle luci di Michele Rombolini.
Ottimo il lavoro di regia portato avanti da Carlo Antonio De Lucia, considerando anche la difficoltà di riprendere spettacoli a decenni di distanza: la recitazione curata, dettagliata e rispettosa del libretto portata avanti da ogni interprete ha dato ritmo e freschezza allo storico allestimento.
Luci e ombre per il cast della prima recita.
Fritz era Fabio Serani: se da un punto di vista scenico è parso sicuro e convincente, da un punto di vista vocale la prova è stata in decrescendo. Mentre nel primo atto ha sfoggiato un buon declamato e precisi acuti, pur con un timbro nasale e qualche problema nei passaggi di registro in acuto, è parso più affaticato nel corso della recita, chiudendo con difficoltà il duetto delle ciliegie nel secondo atto, e spingendo troppo in acuto arrivando a spaccare la voce nel duetto della dichiarazione d’amore del terzo atto che ha portato a termine senza appoggio e con evidente sforzo.
In controtendenza invece la prova di Rossella Vingiani, soprano dotato di una voce corposa nel registro medio-basso, ma al contempo capace di salire in acuto senza difficoltà. Se nel primo atto risultava corretta ma poco incisiva, il soprano ha preso sicurezza nel corso della recita regalando un’ottima interpretazione del secondo atto, specie di Fa’ ceasi vecchio Abramo, e del terzo, con acuti squillanti, buon appoggio e filati. Forse chi scrive avrebbe desiderato sentire più declamato nel canto di conversazione, ma appare lecita la scelta di dare voce ad una Suzel più lirica. Per lei applausi a scena aperta e un meritato successo personale.
Mattatore della serata è stato Massimo Cavalletti nel ruolo di David, regalando un’interpretazione credibilissima del rabbino tanto sul piano scenico e attoriale quanto su quello vocale. La voce è scura ma di velluto, i declamati sono lame – specie nella tirata del primo atto –, il timbro è caldo. Il momento musicale più alto è stato senza dubbio il duetto Fa’ ceasi vecchio Abramo, in cui Cavalletti, assieme alla Vingiani, ha scolpito ogni parola con rara intensità espressiva, conferendo al momento una sacralità e una regalità quasi liturgiche, che hanno elevato la scena ad un momento estatico salutato da applausi a scena aperta.
Pur dotata di una voce chiara e leggera che ha rischiato di essere coperta dall’orchestra, positiva la prova di Valentina Coletti quale Beppe lo Zingaro, anch’essa in crescendo nel corso dei tre atti. Precisi da un punto di vista vocale e scenicamente scioltissimi sono stati Orlando Polidoro e Davide Chiodo, rispettivamente Federico e Hanezò. Completava il cast la corretta Virginia Moretti nelle vesti di Caterina.
Stefano Vignati ha diretto con mano sicura l’Orchestra del Teatro Goldoni di Livorno scegliendo sempre i tempi perfetti, facendo emergere tutte le finezze della partitura e ponendosi al servizio del canto. Nonostante qualche piccola imprecisione dei fiati, positiva la prova dell’orchestra del teatro, tanto che l’esecuzione dell’Intermezzo è stata uno dei momenti musicali migliori, salutato anch’esso da calorosi applausi.
Buona la prova del Coro del Teatro Goldoni preparato da Maurizio Preziosi ed impegnato in quest’occasione fuori scena, sebbene l’intervento al termine del primo atto sia parso di difficile udibilità.
Applausi per tutti da parte di un pubblico numeroso e partecipe, anche se un po’ troppo chiacchierone, con picchi di entusiasmo per baritono, soprano e direzione e qualche dissenso per il tenore.
Ma allora L’amico Fritz è davvero un’opera brutta? Così dicono…