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Madrid, Teatro de la Zarzuela: El gitano por amor (Manuel García)

  • Madrid, Teatro de la Zarzuela: El gitano por amor - recensione Opera Mundus

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IN ITALIANO

ORIGINALE

  • Il Teatro de la Zarzuela prosegue la sua linea di recupero del patrimonio – inaugurata in questa stagione con un Potosí submarino di Emilio Arrieta decisamente meno soddisfacente, non per la qualità della partitura, bensì per la stancante adattazione woke con cui è stato presentato, e che gli è valso il sarcastico soprannome di Poto-no – con El gitano por amor (Il gitano per amore), ultima grande opera composta da Manuel del Pópulo Vicente García, figura affascinante e ancora insufficientemente esplorata nella sua attività di operista.

    García, autentico giramondo, dopo i suoi passaggi in Italia, Parigi, Londra e New York, approdò in Messico, dove probabilmente iniziò a comporre quest’opera nel 1828, seguendo il modello dell’opera belcantistica (recitativi secchi inclusi) ma, paradossalmente, in spagnolo – presumibilmente per facilitare la comprensione di un pubblico che dichiarava di non capire le opere in italiano – con l’intenzione, mai realizzata, di rappresentarla in qualche teatro messicano. Il precedente più vicino a questo curioso tentativo di García di scrivere un’opera di taglio italiano in lingua castigliana (tralasciando, naturalmente, gli “unipersonales” – opere-monologo – e le “tonadillas” composte durante il suo periodo madrileno) si ritrova nella Real Orden del 1799, ripristinata per un breve periodo nel 1824, che proibiva la rappresentazione di opere in italiano nei teatri di Madrid, obbligando a tradurre in spagnolo le opere di Rossini.

    Dopo aver tentato invano la fortuna in America, durante il viaggio di ritorno in Europa la troupe della famiglia García fu assalita da alcuni banditi che, colpiti dalla bellezza del canto del patriarca, accettarono di restituirgli parte dei suoi averi; fortunatamente anche la partitura di quest’opera. Tutto lascia supporre che l’opera sia stata completata durante la traversata transatlantica di ritorno in Francia, nel gennaio del 1829, con l’intenzione di rappresentarla lì in traduzione, anch’essa senza esito. Non esistono dunque prove di una sua rappresentazione precedente, sebbene alcuni frammenti siano stati stampati. Non si tratta di un caso isolato nel catalogo di García: buona parte delle sue circa cinquanta opere (molte delle quali avvolte in un alone di mistero) non furono mai rappresentate in vita del compositore. Ne sono esempio Xaira, anch’essa in spagnolo e composta in Messico, ancora inedita e chiusa in un cassetto; una Cenerentola newyorkese di cui conosciamo poco più del titolo, oppure la sua Semiramide, con lo stesso libretto dell’omonima opera di Rossini, il cui manoscritto, parzialmente bruciato e sopravvissuto alle fiamme, è oggi consultabile sul sito della Bibliothèque Nationale de France.

    Il risultato è una partitura originalissima (García, compositore in parte autodidatta, si permette di ignorare con disinvoltura le regole fondamentali della composizione, dando luogo a soluzioni armoniche e orchestrali inconsuete; quelle quarte parallele in modo lidio nel recitativo “Hernando desventurado” sono semplicemente deliziose!) e sorprendentemente matura – secondo James Radomski, studioso di riferimento su García, con persino echi di Meyerbeer – che oscilla tra uno stile mozartiano (o meglio, cimarosiano) e rossiniano, punteggiato da ritmi popolari andalusi che, a forza di insistere, finiscono per risultare eccessivi. Il punto debole è senza dubbio il libretto, stereotipato fino all’estremo – a dimostrazione, ancora una volta, che, salvo rare eccezioni, compositore e librettista non dovrebbero essere la stessa persona – ispirato alla prima delle Novelas ejemplares di Cervantes, La gitanilla, e con ogni probabilità anche a La gitanilla fingida di Blas de Laserna, zarzuela molto popolare agli inizi del XIX secolo. Il primo atto, di quasi un’ora e mezza, è praticamente privo di azione, limitandosi a presentare i personaggi e trame secondarie accessorie, mentre il conflitto si risolve precipitosamente negli ultimi quindici minuti attraverso la consueta anagnorisi.

    Il recupero dell’opera, presentata nel 2024 in edizione critica da Juan de Udaeta nell’ambito del progetto Ópera Estudio de Málaga, sotto l’egida di Carlos Álvarez, e già vista a Oviedo prima del suo approdo a Madrid, rappresenta senza dubbio un evento musicologico di grande interesse. Tuttavia, l’impressione è che questa ripresa – almeno nel secondo cast qui recensito – non abbia reso piena giustizia a una partitura che dispiega un belcanto di notevole esigenza.

    Innanzitutto, una ridotta Orquesta de la Comunidad de Madrid, sotto la direzione di Carlos Aragón, ha offerto una lettura vivace sul piano ritmico (sempre nel tempo giusto), ma allarmantemente anodina quanto a suono e fraseggio, con una sensazione di pianissimo perpetuo, sporco e quasi inudibile in gran parte del teatro – la cui acustica secca non aiuta – che ha gravemente offuscato la scrittura di García; una sezione degli archi estremamente esile, nonché frequenti sfasamenti sia in buca sia con la scena. Sia come sia, il peccato maggiore è stato la pratica, tristemente diffusa in questo tipo di recuperi, di mutilare la partitura; qui con particolare accanimento, come dimostravano le stesse parti orchestrali dei musicisti, piene di tagli e cancellature. A giudizio di chi scrive, se si recupera – o, in questo caso, si presenta per la prima volta – un’opera, il minimo esigibile sarebbe eseguirla integralmente. Il coro stabile, anch’esso ridotto e diretto da Antonio Fauró, non è riuscito a fornire il necessario corpo sonoro né proiezione nelle sue accattivanti pagine dal marcato sapore di seguidilla.

    La regia di Emilio Sagi si presenta come un rimaneggiamento-omaggio alla propria carriera: sipario metallico (Il pirata), personaggi che si cambiano d’abito durante l’ouverture (Il viaggio a Reims), scena praticamente vuota con sedie come unico elemento di scena (Le nozze di Figaro)… insomma, un catalogo di soluzioni già ben note inserite in un penetrante tono rossastro. Funzionale, mai fastidiosa, capace persino di suscitare qualche risata grazie a certi gag, ma la sensazione finale è quella di una versione concertante teatralizzata con scenografia. E, visto il risultato, forse sarebbe stato preferibile optare direttamente per questa soluzione, se ciò avesse significato disporre di un cast più adeguato…

    Non ha infatti aiutato la scelta della coppia protagonista, confermando una preoccupante tendenza della nuova gestione del Teatro de la Zarzuela a proporre cast sempre più assurdi e inadeguati. Risuonano ancora nella memoria di chi scrive le urla e le stonature di quella terrificante Pepita Jiménez di Albéniz che ha inaugurato la stagione… In questa occasione, il soprano rumeno Suzana Nadejde ha interpretato per la terza volta la gitana Rosita, ruolo con ogni probabilità concepito, per le sue caratteristiche estreme, per Maria Malibran, e che richiede un’estensione inusitata (compreso un mi grave sotto il pentagramma nel quintetto del secondo atto che, naturalmente, non si è udito). Nadejde ha mostrato acuti problematici fin dalla sua aria d’ingresso, gravi scoperti e un’intonazione talvolta incerta, migliorando sensibilmente nel secondo atto, in particolare nell’aria finale “Amado padre”, pagina di grande maestria e suggestiva orchestrazione che richiama, con le dovute proporzioni, le arie di lamento barocche.

    Il tenore almeriense Juan de Dios Mateos, nei panni di Hernando, è risultato altrettanto inadeguato: voce filiforme, di scarso volume e limitata proiezione, appena udibile oltre le prime file della platea, ha compensato in parte con buon gusto, fraseggio intelligente e un’interpretazione convincente. Ha comunque assolto con discrezione la sua scena e aria “Hernando desventurado – Cara gitana del alma mía”, nota grazie a una registrazione di Javier Camarena, e che ha evidenziato anche qui i drastici tagli operati.

    Più convincente il Baldaquín di Javier Povedano, una sorta di Leporello onnipresente, particolarmente disinvolto nella sua divertente aria “Es preciso que os lo diga” – oggi probabilmente vietata per incitamento alla “gitanofobia” – e applaudito dal pubblico più per la sua vis comica che per le sue qualità vocali, con una dizione (intenzionale?) decisamente peculiare.

    Tra i comprimari, Begoña Gómez è stata una Laura sufficiente; il giovane soprano granadino Rocío Faus ha sfoggiato un timbro pulito e fresco, sebbene di proiezione limitata, nella sua unica pagina di rilievo, la cavatina “Amor piadoso”; Pietro Spagnoli, in un autentico spreco di mezzi per il brevissimo ruolo del marchese del Pino (interpretato da Carlos Álvarez nella première di Málaga), offrì una vera lezione di canto buffo nell’aria “¿Dónde está?”, oltre a sfoggiare uno spagnolo perfetto; José Ángel Florido ha conferito al gitano Manolo, fratello di Rosita, un carattere più da tonadilla che lirico; infine, il veterano Emilio Sánchez ha delineato un “corregidor“ sonoro, sebbene incline a rallentare il tempo.

  • El Teatro de la Zarzuela continúa su línea de recuperación patrimonial –inaugurada esta temporada con un Potosí submarino de Emilio Arrieta bastante menos satisfactorio, no por la calidad de la partitura, sino por la cansina adaptación woke en que se presentó, y que le ha valido el socarrón sobrenombre de Poto-no– con El gitano por amor, última gran ópera compuesta por Manuel del Pópulo Vicente García, figura fascinante y aún insuficientemente explorada en su vertiente como operista.

    García, auténtico trotamundos, tras su paso por Italia, París, Londres y Nueva York, recaló en México, donde probablemente comenzó a componer esta obra en 1828, siguiendo el modelo de la ópera belcantista (recitativos secos incluidos) pero, paradójicamente, en español –supuestamente, para facilitar la comprensión de un público que decía no entender las óperas en italiano–, con la intención, nunca materializada, de estrenarla en algún teatro mexicano. Lo más cercano a este curioso empeño de García por escribir una ópera de corte italiano en lengua castellana (obviando, por supuesto, los unipersonales –óperas-monólogo– y tonadillas compuestas en su etapa madrileña) lo encontramos en la Real Orden de 1799, puesta de nuevo en marcha durante un efímero período en el año 1824, que prohibía la representación de óperas en italiano en los teatros de Madrid, obligando a traducir al español las óperas de Rossini.

    Tras probar en vano suerte en América, a su regreso a Europa, la troupe de la familia García fue asaltada por bandidos que, impresionados por la belleza del canto del patriarca, accedieron a devolverle algunas de sus pertenencias; afortunadamente, también la partitura de esta ópera. Todo indica que la obra se completó durante la travesía transatlántica de retorno a Francia, en enero de 1829, con la intención de presentarla allí en versión traducida, también sin éxito. Así, no hay constancia de que se haya representado nunca antes, aunque sí se llegaran a imprimir algunos fragmentos. Esto no es algo excepcional en el catálogo de García: buena parte de sus cerca de cincuenta óperas (muchas de ellas envueltas en un halo de misterio) nunca llegaron a representarse en vida del compositor. Ahí están ejemplos como Xaira, también en español y compuesta en México, aún sin estrenar y encerrada en un cajón; una Cenerentola neoyorquina de la que apenas conocemos más que el título, o su Semiramide, con mismo libreto que la ópera de Rossini y cuyo manuscrito, preso de las llamas y parcialmente calcinado, puede consultarse libremente en la web de la Biblioteca Nacional de Francia.

    El resultado es una partitura originalísima (García, compositor en parte autodidacta, se permite ignorar con desparpajo las reglas básicas de la composición, dando lugar a soluciones armónicas y orquestales insólitas; ¡esas cuartas paralelas en modo lidio del recitativo “Hernando desventurado” son sencillamente deliciosas!) y sorprendentemente madura –según James Radomski, experto de referencia en García, incluso con ecos de Meyerbeer–, que oscila entre un estilo mozartiano (mejor dicho, cimarosiano) y rossiniano, salpicado de ritmos populares andaluces que, a fuerza de insistencia, terminan por saturar a un servidor. El punto débil es, sin duda, su libreto, estereotipado hasta el extremo –queda demostrado una vez más que, salvo honrosas excepciones, compositor y libretista no deben ser la misma persona–, inspirado en la primera de las Novelas ejemplares de Cervantes, La gitanilla, y con casi total seguridad también en La gitanilla fingida de Blas de Laserna, zarzuela que gozó de gran popularidad a principios del siglo XIX. El primer acto, de casi hora y media, carece prácticamente de acción, limitado a presentar personajes y subtramas accesorias, mientras que el conflicto se resuelve precipitadamente en los últimos quince minutos mediante la consabida anagnórisis.

    La recuperación de la obra, estrenada en 2024 en edición crítica de Juan de Udaeta dentro del proyecto Ópera Estudio de Málaga, bajo el amparo de Carlos Álvarez, y ya vista en Oviedo antes de su paso por Madrid, constituye sin duda un acontecimiento musicológico de gran interés. Sin embargo, la sensación es que esta reposición –al menos en el segundo reparto que aquí reseñamos– no ha terminado de hacer la debida justicia a una partitura que despliega un bel canto de gran exigencia.

    En primer lugar, una reducida Orquesta de la Comunidad de Madrid, a los mandos de Carlos Aragón, ofreció una lectura briosa en lo rítmico (siempre en el tempo giusto), pero alarmantemente anodina en cuanto a sonido y fraseo, con una sensación de pianissimo perpetuo, sucio y casi inaudible en buena parte del teatro –cuya seca acústica tampoco ayuda– que desdibujó gravemente la escritura de García; una cuerda extremadamente raquítica, así como frecuentes desajustes tanto procedentes del foso como con la escena. Sea como fuere, el mayor pecado residió en la práctica, tristemente extendida en este tipo de recuperaciones, de cercenar la partitura; aquí con especial saña, como evidenciaban las propias partichelas de los músicos, plagadas de tachaduras y descartes. A juicio de quien escribe estas líneas, si se rescata –o, en este caso, se estrena– una obra, lo mínimo exigible sería hacerlo en su integridad. El coro titular, igualmente reducido y bajo la dirección de Antonio Fauró, tampoco logró aportar el necesario empaque ni proyección en sus pegajosas páginas de marcado sabor seguidillesco.

    La puesta en escena de Emilio Sagi se presenta como refrito-homenaje a su propia trayectoria: cortina metálica (Il pirata), personajes cambiándose de ropa durante la obertura (Il viaggio a Reims), escenario prácticamente vacío con sillas como único atrezzo (Las bodas de Fígaro)…, en suma, un catálogo de soluciones ya bien conocidas insertas en un penetrante tono rojizo. Funcional, nunca molesta, incluso algunos de sus gags despiertan la risa del público, sí, pero la impresión final es la de una versión de concierto teatralizada con decorados. Aunque, visto lo visto, quizá habría sido preferible asumir directamente esa opción si ello hubiera significado contar con un elenco más adecuado…

    Porque tampoco ayudó la elección de la pareja protagonista, confirmando una preocupante tendencia en la nueva gestión del Teatro de la Zarzuela a configurar repartos cada cual más absurdo e inadecuado que el anterior. Aún resuenan en mi memoria los alaridos y desafinaciones de aquella terrorífica Pepita Jiménez de Albéniz que inauguró la presente temporada… En esta ocasión, la soprano rumana Suzana Nadejde volvió a encarnar por tercera vez a la gitana Rosita, papel casi seguro concebido, dadas sus excepcionales características, para María Malibrán, y que exige una extensión inusitadamente extrema (incluido un ¡¡¡mi grave!!! por debajo del pentagrama en el quinteto del segundo acto que, por supuesto, no se escuchó). Nadejde mostró un agudo comprometido desde su aria de presentación, graves desguarnecidos y una afinación irregular, mejorando notablemente en el segundo acto, especialmente en el aria final “Amado padre”, página de gran maestría y sugestiva orquestación que evoca, salvando distancias, las arias de lamento barrocas.

    El tenor almeriense Juan de Dios Mateos, como Hernando, resultó igualmente inadecuado: voz filiforme, escaso caudal y proyección limitada, apenas audible más allá de la tercera fila del patio de butacas, compensó en parte con buen gusto, fraseo inteligente y una actuación convincente. Con todo, cumplió con discreción en su escena y aria “Hernando desventurado – Cara gitana del alma mía”, conocida por una grabación de Javier Camarena, y que evidenció aquí también el paso salvaje de la tijera.

    Más convincente se mostró el Baldaquín de Javier Povedano, una suerte de Leporello omnipresente, especialmente desenvuelto en su divertida aria “Es preciso que os lo diga” –hoy estaría prohibida por incitación a la gitanofobia– y celebrado por el público más por su vis cómica que por sus virtudes canoras, y con una dicción (¿intencionada?) ciertamente peculiar.

    Entre los secundarios, Begoña Gómez (no confundir con el siniestro personaje homónimo que estos días copa la actualidad política española) fue una Laura suficiente; la joven soprano granadina Rocío Faus mostró un timbre aseado y lozano, aunque de proyección limitada, en su única intervención de enjundia, la cavatina “Amor piadoso”; el barítono italiano Pietro Spagnoli, en un absoluto derroche de medios para el brevísimo papel del marqués del Pino (interpretado por Carlos Álvarez en la première malagueña), ofreció toda una lección de canto bufo en el aria “¿Dónde está?”, además de hacer gala de un perfecto español; José Ángel Florido aportó un carácter más tonadillero que lírico al gitano Manolo, hermano de Rosita; finalmente, el veterano Emilio Sánchez compuso un corregidor sonoro, aunque con tendencia a retrasar el tempo.

25 aprile | El gitano por amor (Manuel García) | Madrid, Teatro de la Zarzuela

Opera buffa in due atti

Musica e libretto di Manuel García (1828), basati su La gitanilla (1613) di Miguel de Cervantes

Prima esecuzione al Teatro Cervantes di Málaga: 20 settembre 2024

Prima rappresentazione a Madrid

Edizione della partitura orchestrale a cura di Juan de Udaeta ed Enrique Amodeo (Madrid, 2024)

Trascrizione della riduzione per canto e pianoforte a cura di James Radomski (Harmonicorde, 2014)

CAST

Hernando JUAN DE DIOS MATEOS
Rosita SUZANA NADEJDE
Inés ROCÍO FAUS
Baldaquín JAVIER POVEDANO
Laura BEGOÑA GÓMEZ
Manolo JOSÉ ÁNGEL FLORIDO
Marqués del Pino PIETRO SPAGNOLI
Corregidor EMILIO SÁNCHEZ

Direzione musicale CARLOS ARAGÓN
Regia EMILIO SAGI
Scene DANIEL BIANCO
Costumi JESÚS RUIZ
Illuminazione EDUARDO BRAVO
Direzione del coro ANTONIO FAURÓ

Coro e Orchestra del Teatro de la Zarzuela

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A CURA DI

Mario Varela

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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