Inizia la stagione 2026/27 del Teatro Real, e lo fa riproponendo un titolo assente dal suo palcoscenico da ben 102 anni. Si potrebbe pensare che, dopo un intervallo così lungo, il titolo scelto sia una rarità del repertorio; niente di più lontano dalla realtà: si tratta di Manon Lescaut di Giacomo Puccini, una delle opere più acclamate del suo catalogo. Il teatro madrileno salda così un debito difficile da giustificare, ponendo questa bellissima opera come titolo inaugurale della stagione.
Nonostante le buone intenzioni che accompagnano questo recupero, la sorpresa arriva esaminando il cast della prima compagnia, guidato da Sondra Radvanovsky e Michael Fabiano. Sebbene entrambi siano interpreti di riconosciuto prestigio, abituali sui grandi palcoscenici internazionali e molto amati dal pubblico, è difficile immaginarli in possesso della vocalità necessaria per affrontare due ruoli di tale difficoltà, la cui scrittura sfiora — e in alcuni momenti raggiunge — la tessitura drammatica. Molto più naturale appare invece la scelta dei protagonisti del tradizionalmente mal chiamato «secondo cast»: gli spagnoli Jorge de León e Saioa Hernández, che abbiamo ascoltato nella recita del 27 settembre.
Manon Lescaut rappresentò il primo grande trionfo di Giacomo Puccini. Andata in scena a Torino nel febbraio 1893, appena pochi giorni prima che Verdi presentasse a Milano il suo Falstaff, l’opera contribuì in modo decisivo a consacrare il giovane compositore come erede del grande maestro italiano. Giulio Ricordi seppe inoltre sfruttare commercialmente quella coincidenza, offrendo uno sconto sui diritti d’autore ai teatri che avessero programmato entrambe le opere.
Anche la critica fu particolarmente benevola nei suoi confronti: a fronte dell’accoglienza assai più severa che avrebbero ricevuto La bohème, Tosca e Madama Butterfly, la prima Manon Lescaut fu accolta con un entusiasmo della critica piuttosto insolito nella carriera di Puccini. Nonostante ciò, è difficile collocare quest’opera allo stesso livello dei tre grandi titoli appena citati. Il suo principale punto debole risiede in un libretto dalla gestazione travagliata, al quale contribuirono numerosi autori — tra cui Leoncavallo, Marco Praga, Domenico Oliva, Illica, lo stesso Puccini e Ricordi — e che risente di una drammaturgia affrettata e ricca di salti temporali. Paradossalmente, uno dei maggiori pregi dell’opera risiede proprio nella concezione drammatica della protagonista. Lontano dall’idealizzazione consueta dell’eroina romantica, Puccini presenta Manon come una vera antieroina: abbandona Des Grieux attratta dal lusso di Geronte, ma non tarda a stancarsi anche di quella vita e a tornare dal suo amante; più avanti, la sua stessa avidità la porta a fermarsi per raccogliere i gioielli che provocheranno il suo arresto. Persino nel deserto, quando la morte è ormai imminente, la sua preoccupazione resta quella di procurarsi acqua e aiuto per sé stessa. È egoista, capricciosa e persino crudele, ma proprio questa assenza di idealizzazione fa di lei un personaggio molto più complesso e interessante.
Sul piano musicale, il confronto con la Manon di Jules Massenet, andata in scena nel 1884, è inevitabile. Puccini parte da una scrittura più brusca e concentrata, a fronte della maggiore ampiezza e respirazione dell’opera francese, articolata in cinque atti e della durata di circa tre ore. Entrambe le partiture condividono una certa tendenza all’accondiscendenza melodica, più marcata in Massenet, che Puccini compensa tuttavia con un’orchestrazione straordinariamente ricca, un linguaggio armonico innovativo e una tavolozza timbrica di chiara influenza francese, attraversata da cromatismi e dissonanze che anticipano alcuni dei colori associati al successivo impressionismo francese. Il risultato è una partitura di notevole modernità, che, senza rinunciare all’effusività melodica, anticipa già alcuni dei tratti che finiranno per definire la vena verista del compositore.
Per quanto riguarda lo spettacolo offerto, la regia di Carlos Wagner dimostra che non è necessario fare qualcosa di orrendo, assurdo o apertamente estraneo al libretto per guadagnarsi il rifiuto del pubblico. Ne sono state una prova le grida di «fuori!» che si sono levate da una parte degli spettatori al termine della recita. Eppure, per quanto la proposta non arrivi mai a essere brutta — i costumi sono attraenti e le luci straordinariamente fotogeniche — finisce per danneggiare seriamente lo spettacolo a causa di un accumulo di scelte sceniche difficilmente giustificabili.
Wagner cade in pieno in uno dei vizi più frequenti dei registi contemporanei: credere che lo spettatore sia stupido e incapace di completare da solo un’ellissi. Se nel primo atto vediamo Manon partire con Des Grieux e nel secondo ricompare accanto a Geronte, circondata dal lusso, è davvero necessario rappresentare attraverso una pantomima il modo in cui abbandona il primo, sedotta dal lusso del secondo? A ciò si aggiungono i continui balletti del coro — con una sorta di coreografia da saggio scolastico di fine anno per gli uomini nel secondo atto —, l’esagerazione dei personaggi fino a sfiorare la caricatura e la trasformazione di Manon, tanto inutile quanto poco fantasiosa, in una sorta di modella erotica: da qui un numero di pole dance particolarmente ridicolo mentre risuona il prezioso minuetto del secondo atto.
Particolarmente grave è inoltre la ricollocazione del magnifico Intermezzo: concepito da Puccini per collegare il secondo e il terzo atto, in questa produzione viene spostato all’inizio del quarto. La sua posizione nella partitura non è casuale: dopo aver contemplato Manon all’apice del lusso e della ricchezza, Puccini ci fa attraversare con questa musica il passaggio verso la sua caduta, l’esilio e la morte. Spostarlo per utilizzarlo come mero accompagnamento durante il cambio di scena significa spezzare una delle grandi cerniere drammatiche dell’opera e lasciare, inoltre, un terzo atto che comincia in modo brusco. È molto difficile comprendere come una decisione del genere possa essere stata avallata dalla direzione musicale.
Alla fine, tutto sfocia in un quarto atto sconcertante e, soprattutto, profondamente anticlimatico. Tralasciando la paradossale immagine di una Manon che muore di sete nel deserto circondata da pozzanghere d’acqua, praticamente nulla di ciò che accade in scena risponde al carattere tragico e disperato della musica: Des Grieux interagisce con le figuranti — che non smettono di contorcersi, torcersi e trascinarsi sul pavimento — come se tutte loro fossero Manon, mentre lei agonizza tranquillamente seduta su un muretto. La sua morte è inoltre accompagnata dalla discesa di un enorme cerchio nero, che fa pensare più a un rapimento extraterrestre che agli ultimi istanti della protagonista. Come se non bastasse, Wagner decide di far morire anche Des Grieux, una licenza particolarmente problematica se si considera che, nel romanzo di Prévost, è proprio lui a narrare la storia.
Sul podio c’era l’affidabile Nicola Luisotti, abituale interprete dei titoli verdiani e veristi programmati dal Real. Grande conoscitore di questo repertorio, ha saputo trovare l’equilibrio tra buca e solisti, curando in ogni momento le dinamiche per permettere alle voci di imporsi su un’orchestra di notevoli dimensioni. Dalla Orquesta Sinfónica de Madrid ha ottenuto un suono brillante, potente e appassionante, anche se si sarebbe desiderato un po’ più di slancio all’inizio della partitura e maggiore tensione nell’impatto finale del secondo atto, con l’arresto di Manon. Tutto è stato ampiamente compensato da un Intermezzo assolutamente spettacolare, accolto da una grande ovazione del pubblico. Una lettura, in definitiva, molto vicina alla magnifica Bohème che Luisotti aveva offerto alcuni anni fa su questo stesso palcoscenico.
Il Coro Intermezzo del Teatro Real, diretto da José Luis Basso, ha affrontato nel primo atto una sfida considerevole, data la complessità ritmica delle parti corali. Nonostante ciò, si è mostrato imponente, espressivo e persino divertente in ciascuna delle coreografie proposte dal regista. Si è avvertita qualche incertezza nelle voci femminili all’inizio dell’opera, ma il livello generale è stato ancora una volta notevole, come ci ha abituati.
Nel ruolo di Manon, Saioa Hernández ha offerto una prestazione vocale molto compiuta, con una voce di grande peso, dal timbro scuro e con una vocalità vicina a quella di un soprano drammatico. Il suo strumento è risultato pienamente udibile per tutta la serata e particolarmente solido negli acuti, anche se è apparsa un po’ meno a suo agio nella prima metà dell’opera. A tratti ha ricordato la sua recente Butterfly, un ruolo che forse si adatta meno al suo strumento rispetto alle grandi eroine drammatiche di Puccini, in particolare Tosca, Turandot o persino Minnie de La fanciulla del West. Non sorprende quindi che in questi primi atti, quando Manon è ancora una giovane innocente e la scrittura richiede maggiore leggerezza, Hernández sia apparsa meno a suo agio. Nel secondo atto ha comunque offerto una magnifica «In quelle trine morbide», molto applaudita dal pubblico.
È nei due ultimi atti, quando la scrittura assume un carattere decisamente più drammatico, che Hernández sembra trovarsi maggiormente nel proprio elemento. Il suo intervento nel grande concertato del terzo atto è stato bellissimo, e ha raggiunto momenti di particolare emozione in «Sola, perduta, abbandonata». Al di là dell’aspetto strettamente vocale, forse è questa una delle occasioni in cui l’abbiamo vista più disinvolta sul piano interpretativo: ha saputo trasmettere la candidezza di Manon nel primo atto e, con il procedere dell’opera, trasformarla nella disperazione.
I due protagonisti maschili hanno offerto due interpretazioni assolutamente compiute. Jorge de León si è mostrato in un eccellente momento vocale e ha affrontato con pieno successo un ruolo tanto impegnativo come quello di Des Grieux, sia per volume e potenza sia per la sicurezza degli acuti. Qualche piccolo disallineamento ritmico è stato l’unico elemento degno di nota in una prova che, senza dubbio, si annovera tra le migliori che gli abbiamo ascoltato, completata inoltre da un’interpretazione debordante dell’atormentato Des Grieux.
L’altro grande trionfatore della serata è stato Szymon Mechliński, una piacevolissima scoperta nel ruolo di Lescaut. Il baritono ha costruito un ritratto del personaggio perfettamente definito, proprio come lo si potrebbe immaginare, e vocalmente non ha incontrato alcuna difficoltà, imponendosi con autorità sull’orchestra e persino sul coro nei suoi impegnativi interventi del primo atto. Merita una menzione anche il Geronte di Pietro Spagnoli, praticamente irriconoscibile sotto il trucco e la pancia finta. Sebbene all’inizio si sia avvertita una certa carenza di volume, ha acquistato presenza nel corso della serata, sostenuto da un notevole carisma scenico e da un timbro di grande nobiltà.
Diversi gradini più in basso si è collocato il tenore Albert Casals nel ruolo di Edmondo. Praticamente inaudibile in tutti i suoi interventi, ha mostrato inoltre un timbro piuttosto roco e logoro. Molto più adatto a questo ruolo sarebbe stato Mikeldi Atxalandabaso. Il tenore basco ha nuovamente dimostrato, nei panni del Maestro di ballo e del Lampionaio, la solidità vocale che ne ha fatto uno dei comprimari più affidabili di questo teatro, sebbene raramente gli vengano affidati ruoli all’altezza delle sue possibilità. Come prevedibile, è stato impeccabile in entrambi gli interventi.
Meritano inoltre di essere ricordati gli interventi di Mercedes Gancedo nel ruolo della musicista, caratterizzata anche da un simpatico costume da marinaretto, che ha sfoggiato una bella voce di mezzosoprano e una notevole verve comica. Vocalmente ha sorpreso Javier Castañeda, nel ruolo dell’albergatore e, soprattutto, nel ruolo del deciso capitano del terzo atto. Altrettanto solido è stato Javier Franco nel ruolo del sergente, completando un gruppo di comprimari che, nel complesso, ha mantenuto un livello molto alto.
Per fortuna, ancora una volta sono state le voci e la direzione musicale a salvare lo spettacolo e a permettere di godere di una serata di alto livello, nonostante una messinscena che sembrava impegnata a rendere omaggio alle peggiori manie della regia contemporanea. Un inizio di stagione che, nonostante le sue ombre, lascia una buona impressione e permette di confidare che il meglio debba ancora venire.
Comienza la temporada 2026/27 del Teatro Real, y lo hace recuperando un título ausente de su escenario desde hace nada menos que 102 años. Podría pensarse, dado semejante intervalo, que el título escogido se trata de una rareza del repertorio; pero nada más lejos de la realidad: hablamos de Manon Lescaut, de Giacomo Puccini, una de las óperas más aclamadas de su catálogo. El coliseo madrileño salda así una deuda difícil de justificar al situar esta bellísima obra como propuesta inaugural de la temporada.
Pese a las buenas intenciones que rodean esta recuperación, la sorpresa llega al examinar la ficha artística del primer reparto, encabezado por Sondra Radvanovsky y Michael Fabiano. Aunque ambos son intérpretes de reconocido prestigio, habituales en los grandes escenarios internacionales y muy queridos por el público, cuesta imaginar en ellos la vocalidad necesaria para afrontar dos papeles de semejante exigencia, cuya escritura roza —e incluso alcanza por momentos— la tesitura dramática. Mucho más natural parece, en cambio, la elección de los protagonistas del tradicionalmente mal llamado «segundo reparto»: los españoles Jorge de León y Saioa Hernández, a quienes pudimos escuchar en la función del pasado 27 de septiembre.
Manon Lescaut supuso el primer gran triunfo de Giacomo Puccini. Estrenada en Turín en febrero de 1893, apenas unos días antes de que Verdi presentara en Milán su Falstaff, la obra contribuyó decisivamente a situar al joven compositor como heredero del gran maestro italiano. Giulio Ricordi supo explotar comercialmente aquella coincidencia, ofreciendo un descuento en los derechos de autor a los teatros que programasen ambas óperas.
También la crítica fue especialmente benévola con ella: frente a la recepción mucho más severa que conocerían La bohème, Tosca o Madama Butterfly, la primera Manon Lescaut fue recibida con un entusiasmo de la crítica poco habitual en la trayectoria de Puccini. A pesar de ello, resulta difícil situar esta obra a la altura de las tres grandes óperas anteriormente citadas. Su principal debilidad se encuentra en un libreto accidentado, en el que intervinieron numerosos autores —entre ellos Leoncavallo, Marco Praga, Domenico Oliva, Illica, el propio Puccini y Ricordi—, y que acusa una dramaturgia atropellada y llena de saltos temporales. Paradójicamente, uno de los mayores aciertos de la ópera reside en la concepción dramática de su protagonista. Frente a la idealización habitual de la heroína romántica, Puccini presenta a Manon como una auténtica antiheroína: abandona a Des Grieux atraída por el lujo de Geronte, pero tampoco tarda en cansarse de esa vida y regresar junto a su amante; más tarde, su propia codicia la lleva a detenerse a recoger las joyas que precipitarán su arresto. Incluso en el desierto, cuando la muerte ya es inminente, su preocupación sigue siendo conseguir agua y auxilio para sí misma. Es egoísta, caprichosa e incluso cruel, pero precisamente esa ausencia de idealización hace de ella un personaje mucho más complejo e interesante.
En el plano musical, la comparación con la Manon de Jules Massenet, estrenada en 1884, resulta inevitable. Puccini parte de una escritura más abrupta y concentrada, frente a la mayor amplitud y respiración de la obra francesa, desarrollada en cinco actos y unas tres horas de duración. Ambas partituras comparten cierta tendencia a lo acaramelado, más acusada en Massenet, aunque Puccini la compensa con una orquestación extraordinariamente rica, un dominio armónico innovador y una paleta tímbrica de clara influencia francesa atravesada por cromatismos y disonancias que anticipan algunos de los colores asociados al posterior impresionismo francés. El resultado es una partitura de notable modernidad, que, sin abandonar la efusividad melódica, anticipa ya algunos de los rasgos que acabarán definiendo la vertiente verista del compositor.
En lo que se refiere al espectáculo ofrecido, la puesta en escena de Carlos Wagner demuestra que no hace falta hacer algo horrendo, absurdo o abiertamente ajeno al libreto para ganarse el rechazo del público. Buena prueba de ello fueron los gritos de “¡fuera!” que se escucharon entre parte de los asistentes al término de la función. Y es que, aunque la propuesta nunca llega a ser fea —el vestuario es atractivo y la iluminación, extraordinariamente fotogénica—, termina perjudicando seriamente al espectáculo por una acumulación de decisiones escénicas difícilmente justificables.
Wagner cae de lleno en uno de los vicios más frecuentes de los directores de escena contemporáneos: creer que el espectador es estúpido y no puede completar por sí mismo una elipsis. Si en el primer acto vemos a Manon marcharse con Des Grieux y en el segundo reaparece junto a Geronte rodeada de riquezas, ¿es realmente necesario representar mediante una pantomima cómo abandona al primero seducida por el lujo del segundo? A ello se suman los constantes bailecitos del coro —con una suerte de coreografía de festival de fin de curso escolar para los hombres en el segundo acto—, la exageración de los personajes hasta rozar la caricatura, y la conversión de Manon, de manera tan innecesaria como poco imaginativa, en una especie de modelo erótica: de ahí un número de pole dance particularmente ridículo mientras suena el precioso minueto del segundo acto.
Especialmente grave resulta también la reubicación del magnífico Intermezzo: concebido por Puccini para enlazar el segundo y el tercer acto, en esta producción se desplaza hasta el comienzo del cuarto. Su posición en la partitura no es casual: después de haber contemplado a Manon en la cima del lujo y la riqueza, Puccini nos hace atravesar con esta música el tránsito hacia su caída, el exilio y la muerte. Desplazarlo para utilizarlo como mero acompañamiento mientras se cambia el decorado supone romper una de las grandes bisagras dramáticas de la obra y deja, además, un tercer acto que comienza de manera abrupta. Resulta muy difícil entender que una decisión así haya sido consentida por la dirección musical.
Finalmente, todo desemboca en un cuarto acto desconcertante y, sobre todo, profundamente anticlimático. Dejando a un lado la paradójica imagen de una Manon que muere de sed en el desierto rodeada de charcos de agua, prácticamente nada de lo que ocurre en escena responde al carácter trágico y desesperado de la música: Des Grieux interactúa con las figurantes —que no dejan de contorsionarse, retorcerse y arrastrarse por el suelo— como si todas ellas fueran Manon, mientras ella agoniza tranquilamente sentada en un poyete. Su muerte queda, además, acompañada por el descenso de un enorme círculo negro que hace pensar más en una abducción extraterrestre que en los últimos instantes de la protagonista. Por si fuera poco, Wagner decide hacer morir también a Des Grieux, una licencia especialmente problemática si tenemos en cuenta que, en la novela de Prévost, es precisamente él quien narra la historia.
A la batuta estuvo el siempre confiable Nicola Luisotti, habitual en los títulos verdianos y veristas que programa el Real. Gran conocedor de este repertorio, supo encontrar el equilibrio entre el foso y los solistas, cuidando en todo momento las dinámicas para permitir que las voces se impusieran sobre una orquesta de considerables dimensiones. De ella, la Orquesta Sinfónica de Madrid, obtuvo un sonido brillante, poderoso y apasionante, aunque se habría agradecido algo más de fuelle al inicio de la partitura y de tensión en el impactante final del segundo acto, con el arresto de Manon. Todo quedó ampliamente compensado por un Intermezzo absolutamente espectacular, recibido con una gran ovación por el público. Una lectura, en definitiva, muy cercana a la magnífica Bohème que Luisotti ofreció hace unos años en este mismo escenario.
El Coro Intermezzo del Teatro Real, dirigido por José Luis Basso, afrontó en el primer acto un reto mayúsculo, dada la complejidad rítmica de las partes corales. Pese a ello, se mostró grande, expresivo e incluso divertido en cada una de las coreografías planteadas por el regista. Se percibió alguna inseguridad en las voces femeninas al comienzo de la ópera, pero el nivel general volvió a ser tan notable como nos tiene acostumbrados.
Como Manon, Saioa Hernández ofreció una prestación vocal muy redonda, con una voz de mucho peso, timbre oscuro y una vocalidad cercana a la de una soprano dramática. Su instrumento se mostró plenamente audible durante toda la noche y especialmente sólido en los agudos, aunque se la percibió algo menos cómoda en la primera mitad de la obra. Por momentos recordó a su reciente Butterfly, un papel que quizá no se adapta tanto a su instrumento como las grandes heroínas dramáticas de Puccini, especialmente Tosca, Turandot o incluso Minnie de La fanciulla del West. No es extraño, por tanto, que en estos primeros actos, donde Manon es todavía una joven inocente y la escritura reclama mayor ligereza, se la notara menos cómoda. Aun así, en el segundo acto ofreció una magnífica “In quelle trine morbide”, muy celebrada por el público.
Es en los dos últimos actos, cuando la escritura adquiere un carácter decididamente más dramático, donde Hernández pareció encontrarse en su terreno. Su intervención en el gran concertante del tercer acto fue bellísima, y alcanzó momentos de especial emoción en «Sola, perduta, abbandonata». Más allá de lo estrictamente vocal, quizá sea esta una de las ocasiones en que más desenvuelta interpretativamente la hemos visto: supo transmitir la candidez de Manon en el primer acto y, conforme avanza la obra, transformarla en desesperación.
Los dos protagonistas masculinos ofrecieron dos interpretaciones absolutamente redondas. Jorge de León se mostró en un momento vocal excelente y defendió sobradamente un papel tan exigente como el de Des Grieux, tanto por volumen y potencia como por la seguridad de sus agudos. Algún pequeño desajuste en la medida fue lo único reseñable en una actuación que, sin duda, se cuenta entre lo mejor que le hemos escuchado, completada además por una interpretación desbordante del atormentado Des Grieux.
El otro gran triunfador de la noche fue Szymon Mechliński, un gratísimo descubrimiento en el papel de Lescaut. El barítono construyó un retrato del personaje perfectamente definido, tal como uno podría imaginarlo, y vocalmente no encontró dificultad alguna, imponiéndose con autoridad sobre la orquesta e incluso sobre el coro en sus exigentes intervenciones del primer acto. También merece destacarse el Geronte de Pietro Spagnoli, prácticamente irreconocible bajo el maquillaje y la barriga postiza. Aunque al comienzo se echó en falta algo más de volumen, fue ganando presencia a lo largo de la función, apoyado en un notable carisma escénico y un timbre de gran nobleza.
Varios escalones por debajo estuvo el tenor Albert Casals como Edmondo. Prácticamente inaudible en todas sus intervenciones, mostró además un timbre algo ronco y desgastado. Mucho más adecuado para este papel habría sido Mikeldi Atxalandabaso. El tenor vasco volvió a demostrar, como Maestro de baile y Farolero, la solvencia vocal que le ha convertido en uno de los secundarios más fiables de este teatro, aunque rara vez reciba papeles a la altura de sus posibilidades. Como era previsible, estuvo impecable en ambas intervenciones.
Manon Lescaut | Teatro Real | 27 settembre 2026
Dramma lirico in quattro atti.
Musica di Giacomo Puccini (1858-1924)
Libretto di Domenico Oliva e Luigi Illica, basato sull’opera L’histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut (1731) di Antoine-François Prévost.
La prima rappresentazione si tenne al Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1893.
La prima rappresentazione si tenne al Teatro Real il 4 novembre 1893.
Nuova produzione del Teatro Real in coproduzione con l’Opera di Colonia.
Manon Lescaut: Saioa Hernández
Lescaut: Szymon Mechliński
Il Cavaliere Renato des Grieux: Jorge de León
Geronte di Ravoir: Pietro Spagnoli
Edmondo: Albert Casals
L’ostante / Un comandante di marina: Javier Castañeda
Un musico: Mercedes Gancedo
Il maestro di ballo: Mikeldi Atxalandabaso
Un lampionaio: Javier Franco
Direttore musicale: Nicola Luisotti
Regista (Director de escena): Carlos Wagner
Orchestra e Coro: Coro y Orquesta Titulares del Teatro Real
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