L’allestimento del Tancredi di Gioachino Rossini, nuova produzione del Festival della Valle d’Itria 2025, ha dovuto fin da subito affrontare due sfide: la prima, quella di attualizzare e rendere accattivante al pubblico di oggi una storia ambientata nell’anno 1005 e dalla trama tutto sommato piuttosto debole; la seconda quella di presentare in successione e secondo un processo drammaturgico quanto più coerente possibile due dei tre finali autografi scritti dal compositore pesarese, seguendo l’edizione critica del 1984 curata da Philip Gossett, cui si deve la riscoperta di questo secondo finale andato misteriosamente smarrito per oltre un secolo. Il primo è il finale lieto, composto per la prima assoluta al Teatro la Fenice di Venezia del 6 febbraio del 1813, su libretto di Gaetano Rossi; il secondo, preparato per la versione per il Teatro Comunale di Ferrara del 21 marzo dello stesso anno, propone il finale tragico dell’originale pièce teatrale di Voltaire, da cui l’opera è ispirata, i cui versi furono scritti dal conte Luigi Lechi.
La sfida è stata accolta da Andrea Bernard, che ha allestito uno spettacolo audace e interessante, seppur non privo di qualche fisiologica forzatura. Fedele al titolo della 51esima rassegna martinese “Guerre e Pace”, il regista ha puntato il focus della trama sui conflitti che attraversano la vicenda su più piani: la guerra con il nemico saraceno, le lotte intestine tra le due fazioni avverse della città di Siracusa, il conflitto interiore che lacera l’animo tra ragione di stato e amore paterno. Il tutto è ambientato in uno scenario contemporaneo, ormai disgraziatamente attuale, di un parco giochi devastato dai bombardamenti. La scena curata da Giuseppe Stellato, e illuminata intelligentemente da Pasquale Mari, è fin da subito attraversata da scontri fratricidi delle due fazioni avverse della città che si affrontano sulle note, in vero tutt’altro che drammatiche, della Sinfonia (che infatti è mutuata da quella di un’opera buffa dello stesso Rossini, La Pietra del Paragone) generando un effetto stridente tra ciò che si ascolta e ciò che si vede. Fin da subito facciamo anche la conoscenza di quello che sarà il vero deus ex machina del dramma, colui che sarà artefice del ribaltamento del finale: un bambino, alter ego del protagonista, che tra le macerie del parco giochi cerca candidamente di riscrivere la tragica realtà in cui vive. È lui che, con la sua innocenza e la sua forza immaginativa, è capace di riscrivere la storia (“I sogni non muoiono” scrive su un telo insieme a Roggiero all’inizio del secondo atto) e di riavvolgere il nastro degli avvenimenti cancellando il finale drammatico che vede un Tancredi ferito a morte spirare tra le braccia di Amenaide chiedendole perdono per aver dubitato di lei, e dando la possibilità, come se si stesse giocando a un videogioco, di rivivere la battaglia finale in modo che Tancredi questa volta possa uscire vincitore e illeso e, con la benedizione di Argirio, unirsi all’amata.
Questa sorta di onnipotenza del bambino (interpretato dal bravissimo Carlo Buonfrate), che dapprima interagisce con i personaggi come fosse una semplice comparsa, si manifesta in più punti nel corso dell’opera: egli manovra i personaggi come in un sogno o una visione, li prende per mano, cerca di riappacificare i loro contrasti. Per sua volontà vediamo Tancredi vestito da Superman dopo aver ucciso in duello Orbazzano, e infine è lui appunto che resuscita l’eroe dandogli una seconda possibilità. Un po’ forzate appaiono però alcune ulteriori visioni di un uomo o una donna in abiti medioevali, evidentemente gli “originali” Tancredi e Amenaide, che fanno capolino in due occasioni nella seconda metà dell’ultimo atto senza in realtà aggiungere nulla. In ogni caso la regia si distingue per i bei movimenti delle masse nelle scene corali, sempre ben disposte sull’ampio palcoscenico. Una menzione anche per i pregevoli costumi firmati da Ilaria Ariemme.
Ma è sul versante musicale che il presente allestimento convince senza ombra alcuna. L’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala fornisce un’eccellente prova, guidata dalla direzione sopraffina di Sesto Quatrini, che ritorna nel Festival dove ha mosso i suoi primi passi in campo internazionale dopo sei anni d’assenza. Quatrini esalta elegantemente e con grande precisione e pulizia la ricchezza musicale e le nuances della lunga e complessa partitura rossiniana. Ogni singola voce dell’orchestra si distingue nitida e chiara nella variegata tessitura musicale. Lo stile neoclassico e di ispirazione mitteleuropea che contraddistingue lo stile del giovane Rossini (all’epoca della stesura del Tancredi appena ventunenne) è restituito con estrema fluidità e perfetta scelta di agogica e di dinamiche. Impressionante poi la perfetta sincronizzazione con i cantanti e l’attentissima calibrazione del volume.
In grande spolvero anche la compagnia di canto, che affronta con pieno successo le difficoltà di una partitura così lunga e impegnativa. Nel ruolo del titolo debutta la giovane e bravissima Yulia Vakula. Il mezzosoprano russo, con la sua voce calda e rotonda, gestisce con grande padronanza le sfide previste dalle pagine dell’opera, sicura ugualmente nel registro grave come in quello più acuto e nei passaggi di maggiore agilità. Oltre che bravissima nella dizione, ella si mostra eccellente nella celebre aria “Di tanti palpiti” e si distingue anche nel bellissimo duetto del primo atto “L’aura che intorno spiri”, dove canta insieme a Francesca Pia Vitale nel ruolo di Amenaide. Il talentuoso soprano dà vita a un personaggio convincente, centro dell’attenzione di tutti gli altri protagonisti e tormentata da un destino avverso. Le tensioni, i timori e le speranze che la attraversano nel corso del dramma sono bene evidenziati da un canto cristallino, da un portamento e da un’emissione vocale molto ben centrata, da passaggi di coloratura sempre molto puliti. L’appassionata e tecnicamente ineccepibile interpretazione dell’aria “Giusto Dio che umile adoro” le ha valso lunghi e meritati applausi. Altrettanto bravo si dimostra Dave Monaco nel ruolo del padre Argirio, personaggio diviso tra i suoi doveri di signore della città-stato e l’amore per la figlia a torto considerata traditrice della patria. Il tenore, con voce limpida ed emissione sicura e potente, affronta agevolmente le non poche difficoltà previste dalla sua parte. Ottima la sua interpretazione nell’aria “Ah segnar invano tento” nel secondo atto. Il basso Adolfo Corrado, con la sua voce profonda e ben calibrata, delinea l’autoritario e severo Orbazzano offrendo anch’egli una prova più che degna. Il mezzosoprano Marcela Vidra è molto a suo agio nell’interpretare il ruolo di Isaura, scenicamente e vocalmente molto sicura, nella sola aria destinata al suo personaggio “Tu che i miseri conforti” ha avuto modo di dimostrare tutto il suo talento. Stesso discorso vale per il soprano Giulia Alletto nei panni di Roggiero, molto brava sia dal punto di vista attoriale sia vocale, in particolare nella sua aria “Torni alfin ridente”.
Infine, più volte chiamato in causa lungo il corso del dramma, l’L.A. Chorus, Lucania & Apulia Chorus, diretto da Luigi Leo si è fatto trovare sempre pronto, fornendo una buona prova.
Entusiasti applausi hanno salutato gli artisti alla fine della rappresentazione, sancendo il successo dell’allestimento di un’opera di grande bellezza dal punto di vista musicale che meriterebbe senz’altro più spazio nei cartelloni teatrali, spazio probabilmente precluso da una trama effettivamente non esaltante e di difficile attualizzazione, che però in questo caso grazie al lavoro di Bernard e del direttore Quatrini ha avuto un felice esito.