Götterdämmerung alla Scala
Wagner alla Scala: il mondo degli dèi si spegne con ordine
Nel pomeriggio dell’8 febbraio il Teatro alla Scala accoglie Götterdämmerung come si accoglie una conclusione: non con l’euforia della novità, ma con la concentrazione di chi sa di assistere all’ultimo capitolo di un percorso lungo e impegnativo. La sala è gremita, il pubblico composto, l’atmosfera più raccolta che mondana. È chiaro fin dall’inizio che la recita non sarà vissuta come una serata spettacolare, ma come un’esperienza di durata, ascolto e resistenza.
Con l’abbassarsi delle luci, l’attacco orchestrale non cerca l’effetto immediato. Alexander Soddy imposta il preludio con un gesto contenuto, scegliendo un suono scuro, stratificato, privo di enfasi. Le Norne (Die erste Norn: Christa Mayer, Die zweite Norn: Szilvia Vörös, Die dritte Norn: Olga Bezsmertna) emergono da una trama orchestrale densa, quasi opaca, che dà subito l’idea di un tempo già spezzato. La sensazione è quella di un mondo che non sta per crollare, ma che ha già iniziato a svuotarsi. La scena, firmata da David McVicar e Hannah Postlethwaite, propone un ambiente severo, dominato da strutture verticali e materiali grezzi. I costumi sono firmati da Emma Kingsbury e le luci da David Finn, mentre i video e le proiezioni sono diretti da S. Katy Tucker; assitente alla regia è Federica Stefani. Non c’è monumentalità celebrativa, ma un senso di immobilità stanca. Il mito è presentato come qualcosa di consumato, più che di minacciato. Il primo atto si sviluppa con grande chiarezza narrativa. McVicar costruisce relazioni leggibili, gesti misurati, rapporti di potere evidenti. Il regno dei Gibicunghi appare come un mondo umano già corrotto, privo di grandezza e di slanci. Hagen osserva e controlla, Gunther appare debole, Gutrune inconsapevole. Günther Groissböck, nei panni di Hagen, impone una presenza fisica autorevole, accentuata da una recitazione ferma e calcolata. Sul piano vocale, tuttavia, la linea non sempre riesce a esercitare quel magnetismo oscuro che rende il personaggio realmente centrale: il timbro, talvolta ruvido, non scava fino in fondo nell’ambiguità del ruolo. Russell Braun offre un Gunther corretto, ben delineato psicologicamente, ma volutamente privo di slancio: un personaggio che subisce gli eventi più che governarli. Olga Bezsmertna, come Gutrune, canta con musicalità e pulizia, delineando una figura fragile, funzionale al dramma ma priva di reale consapevolezza. L’ingresso di Siegfried segna un cambio di colore più che di tensione. Klaus Florian Vogt propone un eroe atipico: voce chiara, fraseggio controllato, assenza deliberata di eroismo declamatorio. È un Siegfried vulnerabile, quasi spaesato, e proprio questa caratteristica rende credibile la sua manipolazione. Musicalmente la prova è coerente, anche se lontana da ogni idea di travolgente forza wagneriana. Il secondo atto concentra l’attenzione su Hagen e sulla dimensione collettiva del potere. La scena dell’invocazione ai vassalli rappresenta uno dei momenti più riusciti della serata grazie alla prova del Coro del Teatro alla Scala, diretto dal M° Alberto Malazzi, compatto, preciso, minaccioso nella sua impersonale compattezza. Le coreografie sono firmate da Gareth Mole, il Maestro d’armi e delle prestazioni circensi è David Greeves. Qui la tragedia assume finalmente un peso politico e sociale. Hagen resta figura centrale, ma più come motore del sistema che come demone individuale. La tensione nasce dall’insieme – coro, orchestra, spazio scenico – più che dal carisma vocale del singolo interprete. La scena del matrimonio è volutamente priva di qualsiasi esaltazione: McVicar la costruisce come una celebrazione già funebre, in cui ogni gesto appare svuotato di senso. La musica, sotto la guida di Soddy, accompagna questo clima con rigore, evitando contrasti eccessivi. Johannes Martin Kränzle incarna un Alberich oscuro e magnetico: bastano pochi momenti sul palco per imprimere al pubblico la maledizione dell’anello e il peso tragico del destino wagneriano. Una presenza che resta. Il terzo atto si apre con un momentaneo alleggerimento timbrico grazie alle Figlie del Reno (Woglinde : Lea-Ann Dunbar, Wellgunde: Svetlina Stoyanova, Flosshilde: Virginie Verrez), ben sostenute dall’orchestra in una scrittura più trasparente. È un respiro breve, che prepara la caduta definitiva. La morte di Siegfried non viene caricata di teatralità eccessiva: è un evento inevitabile, quasi naturale. Subito dopo, la Marcia funebre rappresenta uno dei vertici musicali della serata. Soddy la costruisce come una progressiva sedimentazione di peso sonoro: l’orchestra non esplode, ma opprime, avvolge, grava sull’ascoltatore con una compattezza impressionante. Con l’ingresso di Brünnhilde, la serata trova finalmente il suo centro emotivo. Camilla Nylund affronta il ruolo con sicurezza tecnica e intelligenza interpretativa. La voce è stabile, ben proiettata, il fraseggio attento al senso del testo. Il lungo monologo finale non è un grido disperato, ma una dichiarazione lucida: Brünnhilde comprende, giudica, decide. È una lettura che privilegia la consapevolezza alla furia, e proprio per questo risulta convincente. La breve apparizione di Nina Stemme come Waltraute imprime un’immediata intensità drammatica: il timbro denso e autorevole restituisce per un attimo la memoria di una grandezza divina ormai perduta. Il finale rinuncia a effetti spettacolari eclatanti. Il Walhalla non esplode, ma si dissolve. Le luci calano, la musica si spegne con un senso di conclusione irrevocabile più che di catastrofe.
Dopo un breve silenzio, l’applauso è lungo e convinto. Il pubblico riconosce la qualità dell’esecuzione orchestrale, la solidità del cast e la coerenza complessiva della produzione. Non si avvertono divisioni nette né contestazioni.
Questo Götterdämmerung scaligero si impone come una lettura musicalmente autorevole e teatralmente controllata. La regia di McVicar, privilegia la narrazione e la chiarezza, rinunciando a interpretazioni radicali; la direzione di Soddy offre un Wagner pensato, strutturato, più analitico che travolgente. Il risultato è un Crepuscolo degli dèi che convince per rigore e tenuta, ma che sceglie deliberatamente di non spingersi fino allo sconvolgimento emotivo.
Una fine solenne, coerente, profondamente rispettosa del testo: più un lento spegnersi che un incendio finale.