Alla Scala vince Verdi, trionfano orchestra e coro: un Nabucodonosor spettacolare nella forma, meno convincente nelle voci
Milano, 9 giugno 2026. L’ultima recita del nuovo Nabucodonosor scaligero lascia un’impressione netta: la grandezza dell’esecuzione è stata garantita soprattutto dalla buca orchestrale e dal coro, autentici protagonisti di una serata che ha trovato nella dimensione collettiva la propria ragion d’essere. Meno omogeneo, invece, il rendimento del cast vocale, impegnato in una delle partiture più insidiose del primo Verdi e non sempre in grado di sostenere la tensione drammatica e musicale richiesta.
Non si tratta di una serata fallita, tutt’altro. Il successo finale è stato caloroso e meritato. Tuttavia, al termine delle quasi tre ore di spettacolo, ciò che resta impresso nella memoria non sono tanto le singole prove vocali quanto la monumentale costruzione musicale realizzata da Riccardo Chailly alla guida dell’Orchestra del Teatro alla Scala e l’eccezionale lavoro del Coro preparato da Alberto Malazzi. In un’opera che nasce come dramma del popolo prima ancora che dei singoli personaggi, questo non è necessariamente un limite; ma è un dato che emerge con evidenza. Per il suo ultimo titolo operistico come Direttore Musicale della Scala, Riccardo Chailly ha scelto di tornare alle origini del rapporto fra Verdi e il Piermarini, dirigendo il capolavoro che nel 1842 cambiò la storia dell’opera italiana. La scelta non appare casuale: questo Nabucodonosor sembra quasi un bilancio artistico, una dichiarazione di poetica. La direzione di Chailly evita accuratamente ogni enfasi patriottarda e ogni gigantismo bandistico. L’orchestra scolpisce il dettaglio, ricerca il colore, valorizza la sorprendente modernità della scrittura verdiana. L’ouverture emerge come un vero poema sinfonico ante litteram, con dinamiche amplissime e una tensione narrativa che accompagna l’intera esecuzione. Particolarmente impressionante è stata la gestione dei grandi concertati. Nei finali d’atto il direttore milanese costruisce architetture sonore di straordinaria lucidità, mantenendo sempre trasparenza e controllo. Mai una copertura delle voci, mai un effetto gratuito. Anche nei momenti più fragorosi l’equilibrio resta esemplare. È un Verdi nervoso, drammatico, quasi inquieto, che guarda già molto oltre gli anni giovanili.
Se si dovesse individuare il vincitore assoluto della serata, il nome sarebbe quello del Coro del Teatro alla Scala. Sin dal primo intervento emerge una qualità impressionante: omogeneità delle sezioni, precisione ritmica, chiarezza della dizione e soprattutto una capacità narrativa raramente riscontrabile anche nei migliori complessi internazionali. Naturalmente il momento più atteso resta “Va, pensiero“. Qui il coro scaligero offre una lezione di canto collettivo. Nessun sentimentalismo, nessuna retorica. Il suono nasce morbido, quasi sospeso, per poi espandersi progressivamente fino a riempire il teatro con una tavolozza dinamica di rara raffinatezza. L’ovazione che segue il celebre coro appare spontanea e inevitabile. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questo episodio. Durante tutta la serata il coro si rivela il vero motore drammatico dell’opera: ebrei oppressi, sacerdoti, guerrieri, popolo babilonese. Ogni intervento possiede una precisa identità teatrale.
Il debutto scaligero di Alessandro Talevi alla regia era atteso con curiosità. La sua lettura rinuncia al tradizionale impianto storico-archeologico per costruire un universo sospeso tra antico e contemporaneo, tra dimensione biblica e riflessione politica. L’idea centrale è quella del potere come rappresentazione. Nabucodonosor diventa una sorta di sovrano-mediatico, circondato da simboli monumentali e apparati celebrativi che progressivamente si sgretolano insieme alla sua mente. L’impostazione è coerente e abbastanza leggibile, anche se non sempre emozionante. Alcuni quadri risultano visivamente suggestivi, altri appaiono più decorativi che realmente necessari allo sviluppo drammaturgico. Particolarmente riuscita la scena della follia del re, dove spazio, luci e movimento scenico convergono efficacemente nella rappresentazione della disintegrazione psicologica del protagonista. Meno convincenti alcuni inserti coreografici e il recupero del divertissement composto da Verdi per Bruxelles nel 1848, che interrompe in parte la tensione teatrale. Ricordiamo chele coreografie sono state curate da Danilo Rubeca ei movimenti scenici ed effetti speciali da Ran Arthur Braun. Le scene e i costumi di Gary McCann costituiscono probabilmente l’aspetto più spettacolare dell’allestimento. La monumentalità domina costantemente il palcoscenico. Grandi strutture metalliche, architetture sospese e simboli di potere creano immagini di forte impatto visivo. I costumi, ricchissimi, evitano il realismo archeologico e costruiscono un immaginario orientaleggiante contaminato da suggestioni futuristiche. L’effetto complessivo è elegante e spesso affascinante. Le luci di Marco Giusti svolgono un ruolo fondamentale nel definire gli ambienti e nel conferire profondità alle scene. In particolare nelle sequenze religiose il lavoro illuminotecnico raggiunge risultati di notevole suggestione. Effetti magici a cura di Masters Of Magic.
Nel ruolo del protagonista, Luca Salsi affronta una delle parti più difficili del repertorio baritonale verdiano. L’artista possiede indiscutibilmente il fraseggio, l’accento e la conoscenza stilistica necessari. La figura scenica è credibile, autorevole, sempre controllata. Tuttavia la voce appare meno smagliante rispetto alle sue migliori serate. Alcuni passaggi evidenziano una certa fatica nella zona acuta e una minore libertà d’emissione rispetto al passato. La scena della follia resta comunque il momento migliore della sua interpretazione: qui il cantante trova sfumature espressive e colori che restituiscono umanità al personaggio. Una prova professionale e intelligente, ma non tale da imporsi come centro assoluto dello spettacolo. Attesissima dopo il cambio di distribuzione rispetto alle recite iniziali con Anna Netrebko, Marta Torbidoni si confronta con uno dei ruoli più spietati mai scritti per soprano. L’approccio è generoso e combattivo, nonostante un ingresso non proprio esplosivo, forse dato anche dalla posizione arretrata sul palcoscenico. La cantante possiede temperamento, presenza scenica e una notevole energia teatrale, una voce con un vibrato stretto evidente, ma che è spesso consono anche in questo repertorio. Le difficoltà della scrittura emergono tuttavia con una certa evidenza. Gli estremi della tessitura mettono a dura prova lo strumento e l’emissione perde talvolta omogeneità, anche nel legato in alcuni momenti. Nel complesso il personaggio viene comunque delineato con convinzione e sincerità interpretativa. Il pubblico apprezza l’impegno e la dedizione. Giorgio Berrugi sostituisce Francesco Meli nelle ultime recite. Il canto è musicalmente accurato e sempre rispettoso della linea verdiana. Manca però quel timbro luminoso e quella personalità che consentirebbero a Ismaele di emergere nei grandi assiemi. La prova resta decorosa, ma raramente memorabile. Simon Lim affronta Zaccaria con serietà e musicalità, mostrando attenzione al fraseggio e rispetto dello stile verdiano. Tuttavia, il timbro, piuttosto chiaro per un ruolo di basso così emblematico, non restituisce sempre quella profondità e quell’autorevolezza che il personaggio richiederebbe. Nei momenti solistici l’interprete si distingue per correttezza e misura, ma nei grandi concertati la voce tende talvolta a perdere incisività, faticando a emergere con sufficiente evidenza dal ricco impasto orchestrale e corale. Una prova complessivamente dignitosa e professionale, ma che lascia il personaggio privo di quel carisma vocale capace di renderlo uno dei pilastri drammatici dell’opera. Veronica Simeoni conferma ancora una volta la propria affidabilità. Fenena non è il personaggio più appariscente dell’opera, ma il mezzosoprano riesce a conferirle nobiltà e sensibilità. Il timbro è caldo, il fraseggio sempre curato. Una prestazione di classe che meriterebbe forse maggiore attenzione da parte del pubblico. Yongheng Dong disegna un Gran Sacerdote efficace e ben proiettato. Haiyang Guo, come Abdallo, svolge con correttezza il proprio compito. Laura Lolita Perešivana offre ad Anna una presenza vocale nitida e ben inserita nel tessuto dell’insieme.
Questo Nabucodonosor non sarà ricordato principalmente per il cast vocale. Con alcune lodevoli eccezioni, i protagonisti non raggiungono infatti quel livello di eccellenza che ci si aspetterebbe da una nuova produzione scaligera destinata a entrare nella storia del teatro. Sarà invece ricordato per la magnificenza della concertazione di Riccardo Chailly, per la straordinaria risposta dell’orchestra e soprattutto per un coro che si conferma fra i migliori al mondo. Alla fine è Verdi stesso a vincere la sfida. E forse è giusto così: in un’opera dove il destino di un popolo conta più delle vicende dei singoli, il vero protagonista non è mai l’individuo, ma la collettività. La Scala lo ha ricordato con una serata musicalmente imponente, teatralmente interessante e vocalmente diseguale, ma comunque degna dell’importanza storica del titolo che nel 1842 cambiò per sempre il destino del teatro milanese e della musica italiana.