Mettere in scena Nabucco significa decidere se ambientare l’opera come da libretto, tra gli antichi ebrei e babilonesi, scegliere di ricollocare la vicenda in un altro contesto storico o se astrarla nell’eterna lotta fra bene e male. Prendiamo ad esempio l’Arena di Verona, dove negli anni si sono succeduti diversi allestimenti che hanno optato rispettivamente per le tre scelte interpretative: da una parte l’allestimento kolossal-storico di De Bosio con tanto di ziqqurat in scena, dall’altra quello risorgimentale di Arnaud Bernard e in ultimo quello “atomico” di Stefano Poda, risalente all’ultimo festival areniano.
Proprio al terzo filone appartiene l’allestimento a firma di Federico Grazzini che ambienta il capolavoro giovanile in un’epoca imprecisata con elementi del passato, presente e futuro. La scena si apre durante la Sinfonia mostrando un ambiente buio, nebbioso e desolato. Le scene di Anna Bonomelli sono delle quinte bianche che rimangono fisse durante tutti i quattro quadri, raffiguranti un non ben precisato panorama fatto di guglie tanto da ricordarci la sagoma del Duomo di Milano, forse spiegando così l’eccessiva nebbia.
Se le quinte, l’oscurità e il fumo persistono in tutti i quadri, nel corso della rappresentazione compaiono un grande triangolo rovesciato – su cui ci siamo scervellati ma di cui non abbiamo trovato ragion d’essere – croci e prigioni illuminate da led fastidiosi molto simili a quelli del Nabucco areniano di Poda.
Gli ebrei sono agghindati con trench e simil-Barbour, mentre i babilonesi sono chi vestito da nazista con cappotti e stivali (ma possibile che i cattivi a teatro debbano sempre vestire così?) e chi da polizia futuristica alla Star Wars/ Hunger Games. Abigaille, Nabucco e Fenena, per non farci mancare nulla, sono truccati come i cantanti dei Kiss e la corona nera sembra uscita dalla saga de Il Signore degli Anelli.
In questo caos semantico, poi, il libretto viene adattato in modi bizzarri: il primo fulmine del secondo quadro è sostituito da un colpo alla testa di Nabucco assestato da Abigaille, il secondo fulmine divino viene omesso, e non si capisce come si arrivi allo scioglimento della vicenda. Ancora, le Tavole della Legge diventano un braciere su cui si scaldano i novelli Oliver Twist, e il Gran Sacerdote di Belo diventa Gran Maestro del Coro nel terzo quadro, istruendo i prigionieri israelitici, divenuti nel frattempo cantanti amatoriali.
Per il resto chi esce a destra entra a sinistra e viceversa, non mancano le pose stereotipate da melodramma e una tendenza alla staticità al proscenio. Insomma, si tratta di uno spettacolo troppo cupo e statico in cui troppe trovate fanno perdere il bandolo della matassa alla vicenda e in cui alla fine a prevalere è la noia.
La modernità e la reinterpretazione non sono un problema, anzi, possono essere una risorsa per rileggere e trovare una nuova chiave interpretativa, ma lo diventano quando sostituiscono il senso drammaturgico e librettistico con la ricerca del mero effetto estemporaneo.
Le cose vanno meglio da un punto di vista musicale con debite differenze. Della compagnia prevalgono sicuramente le signore: Marta Torbidoni, nei panni di un’Abigaille conciata da gerarca nazista, si mette in luce per un’interpretazione sentita e appassionata. A fronte di alcune forzature in acuto con un timbro leggermente metallico, esegue senza sforzo tutti i passaggi belcantistici e le volatine con una voce che supera la buca e che riempie la bella sala modenese.
Al suo fianco la Fenena di Chiara Mogini convince sfoggiando un timbro mezzosopranile pieno e corposo e un’interpretazione attoriale appassionata. Corretta infine l’Anna di Laura Fortino.
Discorso più articolato per la compagine maschile. Fabian Veloz, nei panni di Nabucco, alterna momenti convincenti a punti in cui il fraseggio è poco curato; ricorre al falsetto per chiudere alcune frasi e la vocalità tende più al verismo che al lirico-belcantistico, con declamati fuori stile. Si mostra però sicuro nei registri medio e grave, e la resa scenica rimane credibile.
Riccardo Zanellato dà voce a un Zaccaria lirico con centri pieni e un fraseggio eccellente, sebbene sia mancata una sorta di ieraticità e di sacralità nell’interpretazione, dovuti sicuramente anche a una mise che più che ricordare il profeta israelitico ricorda Diego Abbatantuono in un cinepanettone.
Dal timbro chiaro e limpido, Matteo Desole convince pienamente come Ismaele, facendo commuovere al “A te la strada il mio petto…” e fa quasi dispiacere che Verdi non gli abbia riservato una parte maggiore.
Vocalmente saldo e scenicamente spigliato il Gran Sacerdote di Belo di Lorenzo Mazzurchelli, mentre, sebbene sia squillante e sciolto sul palco, Saverio Pugliese declama e più che Abdallo sembra l’Abate di Chazeul.
Massimo Zanetti convince pienamente alla direzione ed è forse l’elemento migliore della produzione, restituendo senso, coerenza e respiro alla recita. I tempi staccati sono sempre ottimi, sia nei momenti marziali e bellici sia in quelli patetici e amorosi, facendo emergere tutte le finezze della partitura. L’Orchestra Filarmonica Italiana si distingue per un suono pulito e coeso in tutte le sue sezioni, specie negli ottoni, e risponde alle sollecitazioni del podio.
Ottima la prova del Coro Lirico di Modena, vero protagonista tanto dell’opera quanto della recita. Se il Va, pensiero è ben cantato e sentito, raggiunge l’apice nell’Immenso Jehovah, per compattezza, intonazione e raccoglimento.
Alla fine applausi calorosi per la compagnia vocale con ovazioni per Torbidoni e Zanetti e qualche sparuta contestazione coperta dagli applausi per Veloz. Per il team registico invece sonori dissensi provenienti tanto dalla platea quanto dai palchi e loggione, verso i quali il regista non pare scomporsi, facendo anzi il gesto della vittoria.
In sintesi, la musica salva la serata, dimostrando che l’opera può vivere della sua forza sonora, anche quando la scena vacilla.