Siamo solamente a fine novembre, le stagioni liriche sono state inaugurate da poco, eppure ci troviamo nuovamente al Teatro Comunale di Modena per Tosca, terza opera lirica in cartellone dopo una Bohème di tradizione e un Nabucco più sperimentale. Fra Belcanto Festival e Stagione 2025/26, il Teatro Comunale di Modena ha in cartellone dieci titoli operistici, numero impressionante e fuori dal comune per un teatro di tradizione, tanto da ricordare la programmazione di una fondazione lirico-sinfonica. Il programma, infatti, sia per i cast impiegati sia per la qualità complessiva, dal barocco al contemporaneo, fa del teatro modenese una delle punte di diamante dei teatri di tradizione italiani.
Un altro motivo d’interesse risiede nella presenza del doppio cast per i ruoli principali. Il secondo cast non è mai stato solo un’esigenza pratica di riserva in caso di indisposizione, ma vera fucina di talenti e occasione di scoprire nuove voci e confrontare le rispettive interpretazioni. Noi abbiamo assistito alle recite di sabato 29 con il cast alternativo e di domenica 30 con quello principale, che hanno visto il Teatro Comunale pienissimo in ogni ordine di posto.
Andiamo con ordine. L’allestimento sbarcato a Modena è frutto di una cordata di teatri toscani ed emiliani e aveva già debuttato con successo nella scorsa stagione. Si tratta di una Tosca d’impianto di tradizione, su cui s’innestano preziosismi e letture innovative del regista Luca Orsini. La regia trova ragion d’essere nelle bellissime scene di Giacomo Andrico, di cui avevamo già apprezzato il lavoro e la visione nel dittico Cavalleria Rusticana / Pagliacci nello stesso teatro la scorsa primavera. Andrico fa parte di quella scuola di scenografi che crea e fa vivere plasticamente e con immediatezza la scena, con quella materialità che dà vera somiglianza alla vicenda. E, lasciateci dire, che gioia vedere una scenografia compiuta e pervasiva, anziché quel minimalismo imperante, suddito delle proiezioni digitali.
Il primo atto si apre proprio nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle. C’è tutto: “La pila… la colonna… a piè della Madonna”, la Cappella degli Attavanti, la pala raffigurante la Maddalena, e una bellissima cancellata che viene alzata all’arrivo di Scarpia. Il plus è il fatto che, fra le scene, Orsini fa recitare molto e bene i cantanti, che non stanno impalati al proscenio, ma incarnano pienamente i rispettivi personaggi, conferendo forte autenticità emotiva alla vicenda. Pensiamo a Tosca che nel secondo atto getta impaurita il crocifisso sul cadavere di Scarpia non appena sente il tamburo dei condannati, o alla reazione stupefatta del sagrestano alla vista della Cappella degli Attavanti aperta.
Se il primo atto è il trionfo della fedeltà scenica, il secondo prende una piega più metaforica, in un Palazzo Farnese stilizzato, in cui restano frammenti di colonne di Sant’Andrea a indicare il progressivo disfacimento delle certezze della protagonista. Il terzo atto, invece, vede Castel Sant’Angelo incastonato fra quelle stesse colonne ai lati del palco, che restano in silenzio a osservare la vicenda, quasi a racchiuderla in un quadro. Scelta efficace quella di tenere fondali scuri e bui, illuminati dalle belle luci di Tiziano Panichelli: dopotutto Tosca è un’opera notturna, i cui avvenimenti si svolgono tra il tardo pomeriggio e l’alba.
I costumi di Rosanna Monti si distinguono per fattura e dettagli nei protagonisti. Apprezziamo molto e troviamo appropriata la scelta di far indossare a Tosca nel terzo atto una sottoveste e un cappotto e, anzi, a posteriori, riteniamo poco realistica la tradizione rappresentativa della protagonista che arriva sulla cima di Castel Sant’Angelo in abito da sera, dopo una mezza violenza sessuale, un omicidio e una fuga rocambolesca. Più discutibili i costumi del coro del Te Deum, tutti marroni, specie la scelta di far indossare l’abito talare anche alle voci femminili, quando sarebbe stato più appropriato rappresentare anche il popolo romano, partecipe all’inno assieme al clero.
Dal punto di vista musicale, la qualità è altrettanto elevata. Grazie alla presenza di due cast, in ventiquattro ore abbiamo avuto la fortuna di ascoltare una Tosca più lirica e una più drammatica. La Floria Tosca del primo cast è Maria Teresa Leva. Il soprano, al debutto nel ruolo, offre una prestazione sentita e convincente, tratteggiandone un’evoluzione psicologica coerente. Se nel primo atto Leva opta per un canto più lirico, nel secondo guarda più al declamato, sfoggiando una voce corposa con centri pieni e acuti pastosi. È il terzo atto quello che colpisce maggiormente, in cui la Leva trova un punto di caduta tra canto lirico e declamato, disegnando una Tosca sfaccettata, umana e verosimile. Dobbiamo segnalare l’ottimo fraseggio e la grande musicalità del soprano, che emergono a pieno in un Vissi d’arte misurato e con ottimi piani.
Il secondo cast vede impiegato quale protagonista il soprano Diana Lamar. Lamar è un vero soprano drammatico, merce rara oramai, con una di quelle voci corpose, smaltate e con un timbro di velluto che inebria gli spettatori. La Tosca della Lamar è una donna forte, velleitaria, testarda e soprattutto plausibile nel personaggio. Il soprano bulgaro-svizzero sfoggia un timbro interessante, unico, e una voce scura, corposa e ampia, che va in acuto senza problemi pur mantenendo la sinuosità del registro grave. Ci è parso che la Lamar abbia ben presente l’interpretazione della Tosca di Magda Olivero, che faceva capolino qua e là, e ciò ci piace particolarmente, poiché nella nostra visione Tosca deve essere così: con singulti, urla e declamati sentiti, per dare quella necessaria autenticità emotiva.
Sublime il Vissi d’arte, in cui emergono preziosismi fuori dal comune nell’interpretazione della Lamar: il soprano indugia più volte su perché e così, separando le sillabe; nel suo rivolgersi a Dio crea una cesura musicalissima tra remuneri e così nel finale, che restituisce perfettamente l’anima e la psiche della donna. Infine, ottima la scelta di declamare agli astri, al ciel, che ne ridean più belli, segno evidente di maturità e approfondita interpretazione del ruolo.
Giorgio Berruggi è l’interprete di Mario Cavaradossi del primo cast. Il tenore, dal timbro chiaro e cristallino, sfoggia una voce calda, in cui emergono tanto le dolcezze amorose del primo atto quanto quelle eroiche del secondo. La prestazione è in crescendo, con una Recondita armonia sul cui finale evita per poco un incidente vocale, per approntare con squillo e proiezione i successivi atti, arrivando a un ottimo E lucevan le stelle. Si tratta complessivamente di una solida prestazione, coerente con la tradizione.
Paolo Lardizzone, il Mario Cavaradossi del secondo cast, offre anch’egli una buona prova, soprattutto plausibile e intensa. Ciò che ci ha colpito di più è che, a fronte di qualche passaggio non perfettamente intonato o qualche acuto leggermente spinto, il tenore, dalla voce lirica e di velluto, crea un vero personaggio per spessore e naturalezza. Con consapevolezza dei propri mezzi e grazie a molta esperienza teatrale, Lardizzone disegna un Mario Cavaradossi di carne, di spirito e umano nelle sfumature. Pensiamo solamente alle ultime battute prima della fuga da Sant’Andrea assieme ad Angelotti, in cui bisbiglia al fuggitivo, dando estrema autenticità senza comprometterne l’udibilità in sala. Si tratta di quel modo di cantare all’italiana, sempre più raro oggi, ma che, con coscienza e piena padronanza, restituisce il personaggio in tutte le sue sfaccettature.
Eccellente Dalibor Jenis quale Scarpia. Il baritono offre una prova maiuscola, sfoggiando una voce corposa, voluminosa e squillante. Il suo Scarpia rifugge quelle interpretazioni “ripulite” o belcantistiche oggi di moda, pensate per accontentare qualche critico con la fobia del verismo. Egli declama, si sofferma sulle parole e sulle sillabe quando serve, urla e fraseggia, trovando il giusto equilibrio fra canto conversativo e lirico. Recita con grande presenza scenica, restituendo quella “romanità faccendiera” difficilmente comprensibile da cantanti stranieri, spesso causa di Scarpia anonimi. Lo Scarpia di Jenis è invece estremamente solido e convincente, consapevole delle trame e dei rapporti interpersonali. L’aver attaccato là si drizza un patibolo poco prima del gesto del direttore nella recita di domenica 30 non pregiudica una prova maiuscola, considerando anche che il baritono si è sobbarcato tre recite in quattro giorni.
Il Cesare Angelotti di Gaetano Triscari sfoggia una voce scura e corposa e, grazie al canto sulla parola, assicura perfetta intelligibilità al pubblico. Roberto Abbondanza dà una lezione di stile nell’interpretazione del sagrestano, liberandolo dai cliché tradizionali. Egli sfoggia una voce grandissima che riempie la sala e lo restituisce realisticamente e pienamente calato nella parte. Un lusso lo Spoletta di Aldo Sartori, che sfoggia voce ben proiettata, ottimo fraseggio e luminosi declamati. Voci piene e sonore anche quelle di Tamon Inue (Sciarrone) e Luca Marcheselli (carceriere). Acerbo il pastorello di Silvia Dilegue.
Stefano Ranzani, che conosce la partitura a menadito, dirige con grande precisione e sensibilità, tratteggiando un’interpretazione personale e meditata del capolavoro pucciniano. Pensiamo allo stringendo in Viva il re!… Si festeggi la vittoria! o ai rubati nel solo del violoncello prima di E lucevan le stelle. Inoltre, il direttore riesce a coordinare buca e palcoscenico senza alcun scollamento o sbandamento. L’Orchestra dell’Emilia Romagna Arturo Toscanini si distingue per la precisione in ogni sezione e per l’amalgama timbrica complessiva, rispondendo prontamente alle sollecitazioni del podio.
Eccellente anche la prova del Coro Lirico di Modena preparato da Giovanni Farina. Durante il Te Deum, si riesce finalmente a udire distintamente Adjutorium nostrum in nomine Domini, solitamente bofonchiata indistintamente. Nel secondo atto il coro è – per una volta – protagonista di una Cantata fuori scena di perfetta chiarezza e partecipazione emotiva, creando una controscena di raro effetto. Bene anche le Voci Bianche del Teatro Comunale di Modena, dirette da Paolo Gattolin.
Al termine di entrambe le recite, il numeroso pubblico ha decretato pieno successo, con punte di entusiasmo per direttore e protagonisti, chiudendo due rappresentazioni italianissime, in cui tradizione e ricerca hanno trovato perfetta armonia.