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Napoli, Teatro di San Carlo: Falstaff

  • Napoli, Teatro di San Carlo Falstaff - ph.Luciano Romano - recensione Opera Mundus

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In una giornata triste per il panorama culturale partenopeo, e per la città di Napoli, ferita dal rogo che ha distrutto il Teatro Sannazaro nelle prime ore del mattino, un comunicato di solidarietà della Fondazione del Teatro di San Carlo ha preceduto l’alzata di sipario della seconda replica del Falstaff di Giuseppe Verdi.

Dopo aver aperto il 2026 con Nabucco, primo trionfo giovanile del compositore bussetano, il Massimo napoletano propone ora l’ultima sua fatica: Falstaff, commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito, tratta da Le allegre comari di Windsor (e in parte da Enrico IV e Enrico V) di William Shakespeare. Nel salutare il teatro musicale, Verdi torna quindi all’opera buffa dopo il deludente esordio di Un giorno di regno, circa cinquant’anni prima. Nel farlo, ricorre all’amato Bardo adattando una commedia, forse non tra le più celebri, ma ideale per esprimere quella che era diventata ormai la sua filosofia e anche quella di Boito, nelle cui mani, le vicende di sir John Falstaff acquisiscono ancor di più uno spessore se non amaro quantomeno grottesco che non fa sconti allo spettatore. Questi ride sì della baldanza e sicumera del panciuto sir, così come degli sgangherati scherzi delle comari, eppure avverte, in sottofondo, una nota stonata: ossia quella disillusione, quel cinismo e quella critica che gli autori stanno rivolgendo anche a lui, e che si fa sempre più insistente man mano ci si avvicina al finale. E in questo allestimento la regia di Laurent Pelly (ripresa in questa produzione da Benoit De Leersnyder) riesce molto bene a far luce (o per meglio dire a restituire le ombre) su questi aspetti.

Affascinato dalla compenetrazione tra comicità e “oscurità”, Pelly propone un allestimento che possa far emergere il carattere universale della trama in tutta la sua efficacia. A questo scopo, egli predilige un’atmosfera contemplativa e onirica (per usare le sue parole) a scapito degli aspetti storici e realistici, accentuando così l’abisso tra il mondo di Falstaff e quello borghese di Ford e delle comari in un’estetica “urban” e contemporanea, aiutato in questo dalle scene essenziali ma sorprendenti di Barbara de Limburg

Tanto per cominciare, la taverna de La Giarrettiera, rifugio di Sir John, viene trasformata in un piccolo pub anni ‘90, illuminato malamente da luci al neon e racchiuso a creare uno spazio oltremodo angusto e sovraccarico entro tre pareti sbilenche. Queste si aprono nel secondo atto per dare luogo ad un’ampia sala che rispecchia il momento di massima fiducia in sé stesso di Falstaff, per poi richiudersi strettissime nel terzo, quando lo stesso, infreddolito, torna con la coda tra le gambe dopo essere stato gettato nel Tamigi. In questa scena, inoltre, le pareti si aprono in angoli strani, permettendo agli altri personaggi di spiare la conversazione tra Falstaff e Mrs. Quickly che prelude alla burla finale.

Parimenti assurda, per quanto estremamente differente nello stile, è la casa di Ford: un ampio ingresso circondato da tantissime scalinate senza sbocco, esplicita citazione alla celebre litografia Relatività di Escher. Mentre ancora più essenziale è il bosco, luogo in cui si svolge l’ultima parte della commedia, costituito da pannelli semi specchianti la cui parte superiore evoca le fronde degli alberi.

La dimensione onirica è infine rafforzata dalla sensazione che tutto si svolga di notte (le finestre de La giarrettiera mostrano un paesaggio urbano notturno costellato dalle luci provenienti dalle finestre dei palazzi vicini), e dal fatto che le figure dei protagonisti emergano dal buio, come se si materializzassero in un sogno, merito dei tagli di luce molto suggestivi di Joël Adam. La regia (cui Pelly ha lavorato con Lois Heirman come assistente) inoltre è decisamente fluida: i personaggi si muovono sulla scena con fare cartoonesco o da musical, i loro movimenti e i loro passi seguono il ritmo della musica e in generale la gestione degli spazi è molto dinamica e coinvolgente. Alla gradevolezza visiva dell’allestimento contribuiscono senz’altro anche i bei costumi, firmati dallo stesso Pelly e da Jean-Jacques Delmotte: in particolare gli abiti eccentrici di Falstaff e dei suoi due scagnozzi Bardolfo e Pistola, le vesti d’uno spento color pastello per le comari e l’etereo abito bianco con velo per regina delle fate, ovvero Nannetta.

Sul versante musicale, la direzione di Marco Armiliato restituisce l’essenzialità densa di significato che contraddistingue, al pari del libretto, anche la partitura verdiana. Se non sapessimo che l’autore è lo stesso di Nabucco, di Aida o di Un Ballo in Maschera, faremmo fatica a credere che la partitura del Falstaff sia stata concepita dalla stessa mente. Qui il lirismo e i movimenti di ampio respiro orchestrale sono più circoscritti rispetto alle opere citate, la musica segue in larga parte gli umori e gli scatti dei personaggi. Nervosa e frammentata essa accompagna le frasi dei cantanti ora rimarcandole, ora liquidandole in un soffio. L’Orchestra del Teatro di San Carlo risponde bene alle indicazioni del direttore, dando spesso il giusto peso a questa atipica varietà, nonostante alcuni piccoli scollamenti tra buca e palco nella prima parte del primo atto e per quanto talvolta il volume sovrasti il canto sulla scena. 

Nel cast vocale, complessivamente di ottimo livello, spicca (e come potrebbe essere altrimenti) la figura di John Falstaff, resa con grande intelligenza e bravura da Luca Salsi. Il baritono parmense domina la scena, delineando un personaggio sfaccettato: energico ed esuberante, ma anche placido e perfino malinconico. Alla sua consueta potenza vocale, sempre ben centrata, e al timbro incisivo, che qui si arricchisce dalla necessità di maneggiare continui e repentini cambi di registro tra cantato, declamato e sussurrato, unisce una superba verve attoriale. Per nulla impacciato dal costume che simula le enormi fattezze del personaggio, restituisce appieno l’impaccio della sua fisicità e l’ampiezza della sua immaginazione. I suoi gesti e la mimica divertono, la sua espressività è magnetica e lo rende giustamente il fulcro dell’intera opera.

Notevole è anche il Ford vestito da Ernesto Petti. Il burbero marito di Mrs. Alice è un uomo rigido e a tratti autoritario (pur capace di dissimulare questi aspetti del suo carattere quando sotto le mentite spoglie di Messer Fontana) che il baritono salernitano restituisce con una presenza scenica efficace, controllo vocale impeccabile e una gestione del registro esente da sbavature, in particolare nel suo monologo sul finale del primo quadro del secondo atto (il cui incipit dà ragione al regista della sua interpretazione): E’ sogno? o realtà….

Presenza più leggiadra ed elegante è quella del Fenton interpretato da Francesco Demuro. Il tenore sardo si distingue per la sua agilità e raffinatezza nel canto. Al suo personaggio e a quello di Nannetta sono riservate le parentesi più liriche, come il ripetuto motto Bocca baciata non perde ventura cui rende adeguata giustizia. 

Segreta amante di Fenton e figlia del severo Ford, Nannetta è interpretata da Désirée Giove. Il talentuoso soprano napoletano, reduce dall’Accademia del San Carlo e fresco del ruolo di Glauce in Medea a dicembre, conferma una volta di più le sue qualità. Raffinata nella linea di canto, padroneggia con agilità gli acuti e i virtuosismi richiesti dalla sua parte. L’eleganza del fraseggio e la limpidezza del timbro brillano nella romanza Sul fil d’un soffio etesio dove la soave espressività del canto si coniuga con un’altrettanta leggiadra presenza scenica che ben si addice al personaggio vagamente fiabesco di Nannetta che nel terzo atto diverrà appunto la regina delle fate.

Torna sul palcoscenico del San Carlo, dopo la produzione inaugurale di Medea, anche Anita Rachvelishvili, qui al debutto nel ruolo di Mrs. Quickly, vivace ambasciatrice di Mrs. Ford e Mrs. Page presso Falstaff. Presenza scenica catturante, il mezzosoprano georgiano coniuga un timbro scuro e caldo e una saldezza vocale notevole a una spiccata comicità, che si manifesta non solo nei gesti ma anche nella modulazione della voce, capace di scorrere con sicurezza dal cantato al declamato.

La frizzante Mrs. Alice Ford è invece una bravissima Maria Agresta, che delinea una donna brillante e sagace tanto sul piano scenico quanto su quello vocale. La sua voce luminosa tesse con eleganza le frasi musicali, mostrando una tenuta sicura degli acuti e delle note lunghe.

Degna compagna di ventura di Mrs. Ford è la Mrs. Meg Page interpretata da Caterina Piva. Il mezzosoprano eguaglia la compagna in brillantezza scenica e vocale, seppur avendo una parte più contenuta.

Completano degnamente il cast un terzetto ben assortito formato dal Dottor Cajus, Bardolfo e Pistola rispettivamente interpretati da Gregory Bonfatti, Enrico Casari, Piotr Micinski.

In quest’opera così insolita per gli standard verdiani, anche il coro perde la centralità che invece possiede in tante altre pagine del compositore. E tuttavia, pur entrando in scena solo nella seconda parte del terzo atto, il Coro del Teatro di San Carlo, diretto da Fabrizio Cassi, si fa trovare pronto: dà spessore alla scena del bosco e arricchisce degnamente l’amaro finale, la fuga con la quale Verdi saluta per sempre il mondo del melodramma, Tutto nel mondo è burla condensando il suo pensiero più cinico e disilluso. Con questi versi, compositore e librettista non invitano tanto a prendere le sventure “con filosofia”, quanto piuttosto ad acquisire la consapevolezza che il prossimo, e la vita stessa, gabberà tutti prima o poi, ed è bene fare i conti subito con questa prospettiva.

È con questo saluto che dal riso si piega nel tetro monito di trombe, tromboni, grancassa e timpani che si chiude il sipario su uno spettacolo che il pubblico ha molto gradito, tanto sul versante musicale quanto, per una volta, sul fronte di una regia non convenzionale.

17 febbraio 2026 – Falstaff – Teatro di San Carlo

Commedia Lirica in tre atti
Libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

CAST

Falstaff Laurent Pelly

Direttore | Marco Armiliato
Scene | Barbara de Limburg
Costumi | Laurent Pelly
Luci | Joël Adam

Sir John Falstaff | Luca Salsi
Ford | Ernesto Petti
Fenton | Francesco Demuro
Dott. Cajus | Gregory Bonfatti
Bardolfo | Enrico Casari
Pistola | Piotr Micinski
Mrs. Alice Ford | Maria Agresta
Nannetta | Désirée Giove
Mrs. Quickly | Anita Rachvelishvili
Mrs. Meg Page | Caterina Piva

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Maestro del Coro | Fabrizio Cassi

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A CURA DI

Antonio De Benedittis

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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