“So che da mia bontà
aver potrò sventura;
ma so che in cor non ho
d’un tiranno il rigor.”
Questi versi, pronunciati da Creonte nel secondo atto, segnano lo snodo della tragedia già presagita nel primo, e che qui, in un dialogo serrato con Medea, trova la sua causa scatenante. È proprio questo gesto di pietà del re di Corinto nei confronti della maga a innescare la spirale di follia e orrore che condurrà al terribile epilogo.
Una storia che affonda le radici nel mito greco e che la letteratura e il teatro hanno ripreso innumerevoli volte: da Euripide a Corneille passando per Seneca. Proprio le trasposizioni teatrali qui menzionate sono state d’ispirazione a Luigi Cherubini che, nel 1797, ne trasse un’opéra comique in tre atti su libretto di François Benoît Hoffmann. In Francia l’opera non riscosse successo, ma con successivi rimaneggiamenti (la trasformazione dei dialoghi parlati in recitativi musicati da Franz Lachner) divenne invece popolare in Germania e tradotta in tedesco e poi in italiano.
Ed è questa la versione che il Teatro di San Carlo di Napoli ha scelto per inaugurare la sua stagione di Opera e Danza 2025/2026. Una scelta quanto mai naturale considerata la presenza di Sondra Radvanovsky, la cui vocalità drammatica si adatta perfettamente alla Medea “italiana”.
Dopo la fiaba della Rusalka di Dvořák dello scorso anno, il massimo napoletano si affida a un’altra pagina d’opera poco frequentata nei teatri italiani. Addirittura, questa è la prima Medea mai allestita al San Carlo. Eppure il dramma di Cherubini, così strettamente connesso al mito classico, ha ancora tanto da dire risultando più che mai attuale, col suo portare in scena temi come l’esclusione, il disagio sociale, la depressione e l’infanticidio. E la regia, mix di cinema, teatro antico e sperimentazione, di Mario Martone, che si ispira esplicitamente a Melancholia di Lars von Trier, getta sulla vicenda una luce quanto mai contemporanea, non solo nell’ambientazione e nei costumi, ma anche nei gesti e nei comportamenti degli attori sulla scena.
Il sipario si leva su una scena (firmata da Carmine Guarino coadiuvato da Mauro Rea e Francesca Tunno) che cita letteralmente una delle ambientazioni del prologo del film di von Trier. L’atmosfera notturna, illuminata da Pasquale Mari e Gianni Bertoli, si apre su un giardino ben curato che occupa l’intero palcoscenico e si estende alle sue appendici: passerelle poste ai lati della buca orchestrale che, come vedremo, collegano palco e platea in un unico spazio scenico.
Il giardino è addobbato a festa: eleganti tavoli illuminati da candelabri suggeriscono che una cerimonia è in corso. La conferma di ciò arriva dalla folla allegra che si intravede dalle finestre del maniero che domina sullo sfondo. Si stanno celebrando le nozze tra Giasone e Glauce, ma quest’ultima, in abito da sposa (ulteriore richiamo al film), non riesce a partecipare alla gioia collettiva, al contrario delle ancelle e degli invitati, i quali sono vestiti con bellissimi abiti colorati e luminosi firmati da Daniela Ciancio con il supporto di Concetta Nappi.
Il timore che Medea giunga a turbare la sua nuova vita perseguita Glauce. Lo testimoniano i suoi movimenti inquieti e il rifiuto di lanciare il bouquet, momento tanto atteso dalle ancelle. In questo contesto, i movimenti delle masse appaiono accuratamente studiati dal regista e dal suo collaboratore Raffaele Di Florio: gli elementi del coro e le comparse occupano il palcoscenico con grande naturalezza. Da segnalare, a proposito di naturalezza, la scena in cui gli Argonauti donano a una Glauce ancora smarrita il vello d’oro, vestendola del manto e portandola in trionfo, nulla di eccessivamente caricato, tutto sembra procedere spontaneamente.
Ma come anticipato, l’azione non si limita al palcoscenico. Glauce si è già affacciata ai bordi delle passerelle laterali, quasi a voler sfogare i suoi timori rivolgendosi al pubblico. Questo è il primo esempio di rottura della quarta parete, preludio di quello ben più evidente che accompagna l’ingresso di Medea. Ella, che già aleggiava nel giardino come un’oscura presenza, compare ora dal fondo della platea, unendosi non invitata ai festeggiamenti.
La separazione spaziale tra Medea da un lato e i novelli sposi, Creonte e gli invitati dall’altro ci palesa (più che la differenza di abbigliamento, nero quello di Medea in contrasto con i coloratissimi ed eleganti abiti degli invitati) l’abisso che separa la maga dal popolo di Corinto, che la teme e la odia, ricambiato. Questa frattura tra i due mondi torna, capovolta, nel finale del secondo atto, quando la celebrazione del sacrificio per propiziare il matrimonio avviene nel cuore della platea mentre Medea, folle e furibonda, assiste dal palco.
In questo preciso istante, che segue la meditazione della maga di compiere la sua orrida vendetta, Martone, come a voler allentare la tensione, pone al centro della scena del tempio non solo gli sposi ma anche il pubblico, che si vede attorniato dal coro che circonda la platea portando doni e innalzando canti di giubilo. È l’ultima parvenza di felicità, subito dissolta dalla folle corsa di Medea durante l’introduzione orchestrale del terzo atto. Ella si sveste del corsetto e completa così la trasformazione da madre lacerata tra amore e vendetta a spietata assassina.
In una visione che riprende ancora una volta il prologo di Melancholia, assistiamo agli ultimi istanti di Glauce e Creonte, che periscono a causa del diadema e del mantello avvelenati donati da una fintamente pentita Medea. Il compimento della catastrofe, con il popolo che corre in tondo, travolto da spavento e orrore, trova eco nel pannello che, negli ultimi due atti, sostituisce il palazzo di sfondo, proiettando il video (realizzato da Alessandro Papa) di una collisione di due corpi celesti (di nuovo, vedasi von Trier).
La furia di una calamità che si concretizza atto dopo atto con incedere inesorabile viene bilanciata da una lettura estremamente equilibrata della partitura. Riccardo Frizza dirige l’Orchestra del Teatro di San Carlo proponendo un’interpretazione più “Settecentesca” (mi si passi il termine) che “Pre-Romantica” (anche qui tra molte virgolette).
Gli slanci drammatici dal sapore quasi beethoveniano presenti nella partitura del compositore fiorentino, che riserva ampio spazio alla sola orchestra (oltre all’ouverture vi sono infatti due introduzioni orchestrali che precedono gli altri due atti) vengono in gran parte smussati a vantaggio di un discorso musicale sicuramente elegante, ma privo di forti contrasti dinamici e ritmici. Anche nei momenti di massima tensione, come il finale del preludio del terzo atto e la conclusione dell’opera, l’impeto orchestrale non supera mai il limite di un rigore “classico”. I professori dell’orchestra assolvono comunque al compito con grande precisione e coesione tra le varie sezioni, offrendo un’esecuzione impeccabile.
L’equilibrio e il calore che si respirano ascoltando l’orchestra li si può avvertire anche nel primo atto, nella lieta scena corale “Dio d’amor! Dolce Imen!”. Ma l’incantesimo di pace si spezza con l’ingresso di una Medea spaventosa, interpretata da una magistrale Sondra Radvanovsky. Giungendo dal fondo della platea al limitare della buca, il suo canto fremente d’ira e di dolore produce l’effetto di un improvviso calo di temperatura nella sala.
La Medea del soprano statunitense appare fin dall’inizio una donna sopraffatta dal dolore e dal desiderio di vendetta, dove la ragione ha già ceduto all’istinto. Presenza scenica magnetica, cattura per la precisione con cui mette in scena l’evoluzione della follia. La sua vocalità sempre perfettamente controllata si apre a un profondo lirismo ed espressività nella scena in cui rievoca a Giasone l’antico amore, il suo “pietà” con cui termina l’aria “Dei tuoi figli la madre” viene cantato con tale enfasi da far rabbrividire (quantomeno chi vi scrive ha provato un brivido di compassione misto a terrore). È notevolmente realistica, nel secondo atto, nel suo contorcersi disperata ai piedi di Creonte implorando la grazia e nel suo fingersi madre amorevole con i due figli (i quali, cresciuti con Giasone, sono abbigliati alla maniera del popolo di Corinto, sottolineando ancora una volta la distanza emotiva e non solo dalla madre).
Sempre più presente sulla scena man mano che il dramma volge al termine, Radvanovsky sfoggia un eccellente controllo su un ampio registro passando da canto a declamazione con disinvoltura, e impressionando per tenuta e qualità degli acuti. Vera mattatrice della serata.
Ancella devota e fedele, pur preoccupata per le conseguenze del dolore della sua signora, si presenta la Néris di Anita Rachvelishvili. Il mezzosoprano georgiano si distingue per la bella voce dal timbro caldo e ovattato. Ottima la sua prova nei panni dell’ancella di Medea, sia dal punto di vista vocale che scenico: raccoglie meritati applausi al termine dell’unica aria vera e propria destinata al personaggio, “Solo un pianto con te versare”.
A dare vita a Glauce, l’antagonista sentimentale di Medea e figlia di Creonte, è l’interessante voce di Désirée Giove. Il giovane e promettente soprano, ormai di casa al San Carlo dopo aver calcato più volte le sue scene come allieva dell’Accademia (percorso da poco concluso), possiede un timbro luminoso e vocalità chiara e potente che sfoggia con sicurezza e naturalezza. Protagonista nella prima metà del primo atto, colpisce il pubblico sia per l’intensità della recitazione (mite sposa che si vede crollare addosso il mondo come profeticamente aveva presagito), sia per la limpidezza e la proiezione del canto, in particolare nell’espressiva interpretazione dell’aria “O amore, vieni a me!”.
Marito di Glauce ed ex marito di Medea, oggetto della sua rabbia e causa della sua follia, Giasone è interpretato da Francesco Demuro. Il tenore offre un’ottima prova sul piano attoriale, tratteggiando un amante affettuoso e padre premuroso, sentimenti che vacillano fugacemente scacciati da un passionale ritorno di fiamma quando Medea rievoca i tempi del loro amore. Per quanto la gestione del registro più acuto, la proiezione e la tenuta vocale non si siano sempre rivelate adeguate, esse sono state compensate da un’ottima presenza scenica coniugata a una buona dose di espressività nei momenti più spiccatamente lirici.
Chiude il quintetto dei personaggi principali Creonte, cui Giorgi Manoshvili ha prestato la sua bella e potente voce. Il basso georgiano dimostra di possedere ottima emissione e controllo vocale. Il suo timbro luminoso e omogeneo e la sua presenza scenica decisamente incisiva, danno corpo e spessore al personaggio che inconsapevolmente dà il la a tutti gli orrori di cui sarà artefice Medea.
Bravissime nei panni delle due ancelle di Glauce Maria Knihnytska e Anastasiia Sagaida. Anche loro ex-allieve dell’Accademia del San Carlo, si fanno notare per presenza scenica sicura e disinvolta, e per un canto chiaro e ben proiettato. Chiude il cast un bravo Giacomo Mercaldo nei panni di Un capo della Guardia del Re.
Il coro del San Carlo, diretto da Fabrizio Cassi, al netto di qualche lieve mancanza di coesione iniziale nel primo atto, si dimostra come sempre di gran livello fornendo un’ottima prova e sorprendendo il pubblico nel finale del secondo atto dove, pur nella scomoda disposizione lungo tutto il perimetro della sala, lungi dallo scomporsi, ha invece dato il meglio di sé.
Un allestimento nel complesso molto gradevole alla vista e all’ascolto che, una volta calato giù il sipario, è stato accolto con grande entusiasmo: ai cantanti, al direttore e al regista il pubblico ha tributato una lunghissima ovazione.