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Napoli, Teatro di San Carlo: Nabucco

  • Napoli, Teatro di San Carlo Nabucco - ph. Luciano Romano - recensione Opera Mundus

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Un successo prevedibile ha accolto, giovedì al Teatro San Carlo, una rappresentazione del Nabucco che ha avuto nel cast e sul podio i suoi punti di forza: Ludovic Tézier in stato di grazia, Marina Rebeka, Michele Pertusi e Piero Pretti in eccellente forma. La bacchetta di Riccardo Frizza ha saputo tirare fuori il meglio dall’orchestra. Tutto ciò a dispetto di una regia che, pur armata delle migliori intenzioni, si è lasciata andare a scelte di dubbio gusto e di dubbia utilità. Ma andiamo con ordine.

Assente dal massimo napoletano dal 2018, Nabucco torna sul palcoscenico in una produzione con regia firmata da Andreas Homoki, insieme agli assistenti Jodok Schweizer e Claudia Blersch. Il regista tedesco interpreta il libretto su due piani di lettura: da un lato lo scontro tra Babilonesi ed Ebrei, dall’altro il conflitto familiare. Il primo è visto come un confronto tra due civiltà: da un lato il vecchio mondo politeista, dall’altro un mondo nuovo che si affida alla forza e alla misericordia di un unico Dio per realizzare un progetto di umanità utopico (per usare le parole delle note di regia). Su questo assunto si basa, quindi, la scelta di collocare l’azione all’epoca di Verdi, sfruttando il parallelismo che nell’Ottocento vedeva contrapporsi borghesia e aristocrazia, quest’ultima, riprendendo ancora testualmente le note di regia, “percepita come odiosa alleata del dominio straniero”.

Il popolo ebreo, abbigliato alla maniera ottocentesca (con i costumi realizzati da Wolfgang Gussmann e Susana Mendoza con l’aiuto di Concetta Nappi), diventa così una comunità di lavoratori oppressi dal giogo della nobiltà. Zaccaria, da sacerdote, è trasformato in un membro dell’alta borghesia che si assume il compito di guidare il popolo verso la libertà. Parimenti, i Babilonesi rappresentano il vecchio mondo aristocratico: Nabucco e le figlie vestono come nobili del XIX secolo e sono circondati da sudditi in uniformi da servitù. Al Gran Sacerdote tocca la stessa sorte del suo omologo ebreo, trasformandosi da autorità religiosa in una sorta di autorità politica difensore dell’ordine costituito.

Il conflitto familiare è invece incentrato sul dramma personale di Abigaille: scoperta l’amara verità di non essere la legittima figlia del sovrano, ella non accetta di essere messa da parte nella guida del regno. Da questo momento l’amore per la sorella Fenena – nel frattempo convertitasi all’ebraismo per amore di Ismaele – e per il padre Nabucco viene meno, e prende posto nel suo cuore l’odio, e il desiderio di vendetta. Il tutto è attraversato però da laceranti sensi di colpa, che il regista mostra attraverso diversi contatti senza parole tra le due sorelle. 

Per valorizzare tutti questi aspetti e le azioni dei personaggi, Homoki si serve di una scenografia estremamente sobria, realizzata da Wolfgang Gussmann e illuminata da Franck Evin: un blocco mobile di finto marmo verde che separa dinamicamente, in due ambienti di dimensioni variabili, il palcoscenico e che rappresenta di volta in volta il Tempio di Salomone o gli ambienti della reggia di Nabucco.

Fin qui nulla da dire; la realizzazione di questa interpretazione, però, ha dato adito a scelte registiche alcune quantomeno discutibili, altre palesemente e inutilmente in contrasto con il libretto. Durante la sinfonia, una fugace apertura del sipario mostra due bambine sul palcoscenico che litigano per la corona del padre; egli arriva subito a calmare la lite, ma cade a terra una volta indossata la corona. Una sorta di trailer, dunque, di quella che sarà la prima parte del dramma e che ci porta a immaginare come la rivalità tra Fenena e Abigaille (le due bambine) abbia origini lontane. Ma il risultato è didascalico e, in definitiva, inutile. Peraltro, le apparizioni delle due sorelle da bambine continuano ad affiorare nel corso dell’opera, risultando talvolta anche fuorvianti.

Fuorviante è anche, nel secondo atto, la scena che vede Abigaille strappare la lettera in cui si attestano i suoi umili natali dal petto del padre, che si accascia a terra privo di sensi (ci si permetta una scherzosa similitudine: in questo allestimento Nabucco cade a terra privo di sensi quasi quanto Dante nella Divina Commedia). Il sovrano privo di sensi ci viene presentato ancora all’inizio del terzo atto quando, da libretto, dovrebbe apparire provenendo dalle sue camere: soluzione che sarebbe anche più logica, alla luce del successivo dialogo con la figlia usurpatrice. Infine, altro aspetto,  per chi scrive, inspiegabile è la sostituzione del pugnale di Zaccaria e della spada di Nabucco con delle pistole, come se nell’Ottocento l’arma bianca fosse stata definitivamente rimpiazzata dalle armi da fuoco.

Legate alle armi da fuoco sono poi altre due scene, entrambe nella quarta parte, che stonano molto con quanto scritto nel libretto: la prima, e forse la più grave, mostra Nabucco uccidere a colpi di pistola il Gran Sacerdote, invece di distruggere l’idolo di Belo. La seconda è quella in cui Abigaille si toglie la vita con un colpo di pistola, anziché con il veleno. In entrambi i casi ci domandiamo perché. A ciò si aggiungono piccole coreografie forzate che puntellano alcune scene corali, presumibilmente per compensare la staticità di altre.

Tuttavia, le scelte rivedibili sul versante registico sono state largamente compensate da quelle che hanno contraddistinto la direzione d’orchestra. Riccardo Frizza, che torna a guidare l’Orchestra del Teatro di San Carlo dopo il doppio appuntamento di dicembre con Medea e Partenope, dona alla partitura verdiana quel sotteso vigore risorgimentale unito a un respiro sinfonico dal sapore mitteleuropeo. Avendo assistito alla rappresentazione dalla barcaccia, abbiamo potuto notare con quale agio e con quale apparente assenza di sforzo Frizza abbia guidato non solo i professori d’orchestra, attraverso l’esecuzione di una partitura che hanno dimostrato di conoscere molto approfonditamente, ma anche coro e cantanti, curando ogni attacco e assicurando una coesione perfetta tra buca e palco. Una menzione speciale va al “Va’ pensiero”, eseguito in maniera magistrale: senza cedere a un eccessivo tono lamentoso, ma esplorando tutte le sfumature dinamiche di voci e strumenti e andando a sfumare nel “virtù” del verso finale con tale grazia da rendere inevitabile una insistita richiesta di bis. Richiesta a cui il direttore non ha ceduto, probabilmente sia per non interrompere il flusso drammatico, sia perché sarebbe stato forse impossibile replicare, con quella cura e con tutti gli opportuni dettagli, l’unicità di quel momento.

Fiore all’occhiello di questa produzione è poi un cast vocale davvero invidiabile: su tutti, debuttante nel ruolo del titolo, uno splendido Ludovic Tézier. Il baritono francese non è solo un cantante come pochi ce ne sono in circolazione, ma con la sua presenza scenica, i movimenti sul palco e la mimica è anche un grande attore. Impeccabile dalla prima all’ultima nota, sfoggia una proiezione vigorosa e una salda tenuta vocale, dando grande spessore drammatico al personaggio e risultando convincente sia nella protervia sacrilega sia nel momento del dubbio e della debolezza. Da segnalare, tra le altre cose, il meraviglioso e intenso duetto con Marina Rebeka nella terza scena della terza parte: “Donna, chi sei? – Oh, di qual onta”.

Marina Rebeka, anche lei debuttante nel ruolo, fornisce una prova eccezionale nei panni di Abigaille. Con la sua voce potente e il timbro pieno e luminoso delinea un’Abigaille fiera e feroce, pur continuamente attraversata dal ricordo doloroso del passato. Sfoggia una grande padronanza dei registri vocali: dal registro centrale, morbido e pieno, a un acuto contraddistinto da grande agilità e salda tenuta. Con emissione quasi sempre ben centrata, salvo un breve passaggio subito dopo il primo ingresso in scena, il soprano lettone regala momenti di grande intensità e bravura tecnica, come nel già menzionato duetto con Nabucco nella terza parte e nell’aria in apertura della seconda, “Ben io t’invenni”.

Eccezionale Michele Pertusi nel ruolo di Zaccaria, la guida saggia e autorevole degli Ebrei. Presenza scenica imponente, tratteggia un personaggio saldo nella fede e nel coraggio, unendo alle qualità fisiche e attoriali quelle vocali: il basso esibisce una granitica padronanza della parte, sempre perfettamente centrato, con emissione potente e calibrata. Una garanzia, come sempre.

Di gran pregio anche l’Ismaele interpretato da Piero Pretti: il tenore, dopo un iniziale e brevissimo momento di incertezza, dipinge un personaggio mite e generoso, sfoggiando una vocalità squillante e cristallina, sostenuta da un timbro luminoso e ampio.

Cassandre Berthon è invece una Fenena dolente e buona, perfetta nemesi della sorellastra con cui cerca, con gli sguardi e con i gesti, una riappacificazione. Questa distanza si osserva anche sul piano vocale: il soprano francese, con il suo timbro chiaro e leggero, evidenzia una vocalità sottile ed elegante, con una linea di canto eterea e rifinita che ha potuto mettersi bene in mostra nell’aria del finale, “Oh dischiuso è il firmamento”.

Molto bravi, con belle voci e un’adeguata presenza scenica, anche Lorenzo Mazzucchelli, Francesco Domenico Doto e Caterina Marchesini nei ruoli, rispettivamente, di Gran Sacerdote, Abdallo e Anna.

Infine, che dire del Coro del Teatro di San Carlo? Preparato egregiamente da Fabrizio Cassi e diretto con la maestria (di cui abbiamo già parlato) di Riccardo Frizza, il coro si esalta in una partitura, quella del Nabucco, che lo vede in scena tanto quanto i personaggi principali. Fin dal principio, nella potente e accalorata introduzione “Gli arredi festivi”, mostra profonda coesione e incisività. Di vibrante effetto è l’interpretazione del coro “Maledetto dal Signor!” nella seconda parte: un sussurro fremente di rabbia. Infine, ricordiamo ancora una volta l’ottima esecuzione del “Va’ pensiero”, struggente ma non lamentevole: una preghiera che non abbandona del tutto la speranza e che si spegne soavemente in un decrescendo impalpabile ed etereo.

Davanti a questo sfavillio di voci e musica, le ombre della regia sono passate in secondo piano, e il pubblico del teatro ha salutato con lunghissimi applausi l’intero cast al termine della rappresentazione.

22 gennaio 2026 – Nabucco – Teatro di San Carlo

Dramma lirico in quattro parti di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

CAST

Direttore | Riccardo Frizza

Regia | Andreas Homoki 
Scene | Wolfgang Gussmann
Costumi | Wolfgang Gussmann, Susana Mendoza
Luci | Franck Evi

Nabucco  | Ludovic Tézier
Ismaele | Piero Pretti
Zaccaria | Michele Pertusi
Abigaille | Marina Rebeka
Fenena | Cassandre Berthon
Il gran Sacerdote | Lorenzo Mazzucchelli
Abdallo | Francesco Domenico Doto
Anna | Caterina Marchesini

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Maestro del Coro | Fabrizio Cassi

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Antonio De Benedittis

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