Accade a volte nei sogni di essere raggiunti da un’esigenza improvvisa e urgente: trovare qualcuno o raggiungere un luogo. Eppure, per quanto gli sforzi sembrino promettenti, la meta sfugge sempre per un soffio. Se non fosse per la vividezza e la drammaticità con cui tali situazioni si impongono nella mente di chi dorme, questa ricerca affannosa apparirebbe perfino buffa.
È proprio su questa dimensione onirica, in cui leggerezza e tragedia camminano sottobraccio, che si snoda la vicenda della Donna protagonista di Picture a Day Like This, opera musicata da George Benjamin su testo di Martin Crimp, presentata in prima italiana al Teatro di San Carlo di Napoli dal 24 al 26 ottobre.
La breve opera in un atto (appena 70 minuti), rappresentata in prima assoluta al Festival d’Aix-en-Provence nel 2023 e frutto di una vasta co-produzione (che ha coinvolto, oltre al Festival, la Royal Opera House, l’Opéra national du Rhin, l’Opéra Comique, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, l’Oper Köln e il San Carlo), racconta un viaggio allegorico e spirituale all’interno di sé stessi, alla ricerca della felicità.
Quarta collaborazione tra Benjamin e Crimp – coppia creativa che lavora con un’unità di intenti quasi simbiotica – Picture a Day Like This prende ispirazione dal racconto popolare La camicia dell’uomo felice, dal Romanzo di Alessandro [Magno] e dai Commenti al Dhammapada della tradizione buddhista, per dar vita a una fiaba che, pur nell’universalità delle convenzioni formali di questo genere e delle tematiche affrontate, parla in modo sorprendentemente contemporaneo.
Una Donna ha appena perso il proprio bambino, ma le viene detto che potrà riportarlo in vita se riuscirà a trovare una persona felice e a prendere dalle sue vesti un bottone. Rincuorata, parte “nel mondo” con una lista di nomi e la speranza del miracolo.
Incontra così, in rapida successione, una coppia di amanti, un artigiano fabbricante di bottoni, una compositrice e il suo assistente, un collezionista e, infine, Zabelle, donna custode di un giardino strabiliante. Tutti sembrano inizialmente sereni e soddisfatti della propria vita, e ben disposti ad aiutare la donna, ma presto a ognuno di essi cadrà la maschera della felicità, palesando così i propri tormenti e dolori: gli amanti si tradiscono a vicenda; l’artigiano è felice solo quando è sedato, in quanto la sua sanità mentale è stata compromessa dopo aver perso il lavoro; la compositrice vive nel terrore di perdere la fama; il collezionista nasconde la solitudine dietro le opere d’arte. Perfino Zabelle, la serafica padrona del giardino (forse alter ego della protagonista), confessa di essere “felice solo perché non esisto”.
La Donna, dopo un viaggio carico di speranza e disillusione, si ritrova così al punto di partenza: ma aprendo il palmo della mano trova un bottone dorato. Un finale aperto, che lascia intravedere una luce oltre il dolore che accompagna la vita di ognuno di noi.
Benjamin e Crimp trattano questo viaggio di ricerca con estremo tatto e rifuggendo facili moralismi. Grande importanza viene data alla parola – asciutta, diretta ed essenziale- e all’azione. L’aspetto teatrale è centrale, e i due autori, per la resa scenica, si sono affidati a un’altra collaudata coppia con la quale avevano già collaborato: Daniel Jeanneteau e Marie-Christine Soma. I due firmano, oltre alla drammaturgia, la regia, le scene e le luci (aiutati rispettivamente da Sèrine Mahfoud, Peggy Sturm e Laurent Irsuti), e danno vita a un allestimento estremamente suggestivo, sobrio e scorrevole nella sua delicatezza.
Per quanto, infatti, non manchino momenti di maggiore concitazione e “violenza”, la regia si distingue per la sua soavità e discrezione. Le scenografie sono essenziali: il palcoscenico appare circondato sui tre lati da pannelli metallici semiriflettenti che aumentano il senso di alterità e creano un clima ovattato. È attraverso porte in questi pannelli che i personaggi entrano in contatto con la Donna (condotti dalle silenziosissime figure degli attori, interpretati molto bene da Lisa Grandmottet, Eulalie Rambaud e Matthieu Baquey), che in realtà è come chiusa in questa specie di stanza mentale.
La scena cambia solo nel finale, dove l’aggiunta di teli semitrasparenti permette la proiezione del fantasmagorico giardino di Zabelle, ideato da Hicham Berrada (e ripreso qui da Mattéo Reydant), che crea una sorta di “acquario” dalla flora rigogliosa ma evidentemente malsana, come a sottolineare l’irrealtà del giardino e la vacuità della sua pretesa di essere “paradisiaco”.
A completare la messa in scena, i costumi di Marie La Rocca, semplici ma adattissimi allo scopo, tra i quali si distingue il macabro vestito dell’artigiano, costellato da migliaia di bottoni.
Sul versante musicale, Corinna Niemeyer dirige con grande perizia l’Orchestra del San Carlo, in una formazione ridotta come previsto dalla partitura, concepita da Benjamin per la Mahler Chamber Orchestra. La direttrice mette in risalto con meticolosa attenzione la scrittura raffinata e complessa del compositore, accompagnando con naturalezza e sensibilità l’azione scenica e il canto dei protagonisti. La musica di Benjamin si dispiega come un caleidoscopio sonoro: una trama di colori cangianti, armonie spesso stridenti e sospese ma sempre cariche di tensione espressiva. Pur nel suo andamento frammentato, il discorso musicale conserva una sorprendente fluidità, fino a sfiorare, in alcuni momenti, un andamento quasi ipnotico. Il suono, ora più aspro, ora più lieve, si modella costantemente sulle esigenze drammatiche, anticipando o prolungando il canto dei personaggi in un dialogo continuo e vitale con il testo.
Anche sul fronte vocale la mano di Benjamin ha tracciato le note pensando a specifici interpreti, molti dei quali presenti anche in questo allestimento. Il ruolo della Donna, concepito per Marianne Crebassa, è qui affidato all’eccellente Xenia Puskarz Thomas. Il soprano australiano delinea una protagonista il cui personale viaggio interiore ne fa un personaggio di grande impatto emotivo. Oltre che sul piano attoriale ella dimostra anche una grande padronanza della complessa parte che spazia su un ampio registro e su passaggi di grande difficoltà tecnica. Alterna con eleganza soave lirismo a sofferto declamato. Di grande intensità e tenuta vocale poi è Cold earth – dead stems, l’unica aria in senso più tradizionale dell’intera opera.
La Zabelle di Anna Prohaska – voce per la quale Benjamin ha cucito la parte – è un personaggio etereo e mistico, caratterizzata da un limpido canto argentato ricco di sfumature.
Nei doppi ruoli della coppia di amanti e della compositrice con il suo assistente troviamo Marion Tassou e Cameron Shahbazi: ottima la loro intesa scenica, come pure la resa vocale. Il soprano si distingue per brillantezza e sicurezza nell’affrontare un’ampia tessitura, mentre il controtenore, con la sua voce flessuosa e acuta, richiama sonorità barocche che donano un respiro universale alla vicenda.
Di grande qualità anche la prova di John Brancy, nei panni dell’Artigiano e del Collezionista: il baritono delinea con sensibilità la follia del primo e la malinconia del secondo, mettendo a disposizione delle due figure una vocalità salda e ben controllata.
Picture a Day Like This è uno spettacolo intenso che, nella semplicità della forma, apre a un profondo scavo interiore, nel quale più che la meta è il cammino a dare un senso alla vita, dove dolore e felicità si riflettono l’uno nell’altra, come due facce della stessa medaglia. O, forse, dello stesso bottone.