Tosca di Giacomo Puccini è una delle opere più rappresentate al mondo e il Teatro di San Carlo conferma questa predilezione avendola inserita in cartellone per ben sei volte negli ultimi dieci anni. E il pubblico, affatto stanco di queste riproposizioni, dimostra il proprio amore per il capolavoro pucciniano affollando la sala del massimo napoletano con inconsueto anticipo rispetto all’orario di inizio.
Per l’occasione viene riproposto l’allestimento audace e tenebroso andato in scena per la prima volta sullo stesso palcoscenico nel gennaio 2020 per la regia di Edoardo De Angelis, qui ripreso da Paolo Vettori. Le suggestive scenografie di Mimmo Paladino (con la collaborazione di Luigi Ferrigno), di notevole impatto visivo, trasportano la vicenda dalla fastosa Roma papalina in un luogo che solo lontanamente ricorda la futura capitale d’Italia: potrebbe essere una qualunque periferia degradata, in mano a un potere violento e opprimente. I costumi di Massimo Cantini Parrini, ripresi da Concetta Iannelli, e le luci spettrali di Cesare Accetta che illuminano le scene contribuiscono a creare quest’atmosfera distopica.
L’impatto distruttivo di questo potere è ben visibile nella trasfigurazione della chiesa di Sant’Andrea della Valle, essa diventa qui una chiesa tetra e abbandonata, dove il quadro della Maddalena (qui sostituito da una donna, o un manichino di donna raffigurante la santa) è incorniciato da quattro blocchi di cemento a mo’ di croce. È un’evocazione dell’anticlericalismo di Puccini, e prima di lui di Sardou, che nella Chiesa vedeva un’istituzione bramosa di potere temporale, dimentica del suo scopo di guida spirituale – come conferma il minuscolo e abbandonato altarino della Madonna, con la statua altrettanto piccina della Vergine.
In questo contesto la figura solitamente buffa del sagrestano si trasforma in un personaggio scuro come l’abito che indossa, severo e intransigente emblema del servilismo verso il potere costituito. Allo stesso modo Scarpia e i suoi scagnozzi, anch’essi in “total black”, rappresentano con il loro agire da clan malavitoso i guardiani terribili di quest’ordine.
A conferma di ciò l’ambientazione del secondo atto: la sala di Scarpia a Palazzo Farnese assomiglia a un’anticamera degli inferi. La tavola imbandita con stoviglie dorate è circondata da un’infinità di candelabri spettrali e dominata da un coccodrillo imbalsamato a testa in giù. Un luogo angosciante che esalta la tensione drammatica di questo atto, soprattutto ai danni di Tosca: il suo abito da diva dorato, in pendant con le suppellettili del desco di Scarpia, la trasforma simbolicamente nell’oggetto prezioso desiderato del malvagio capo della polizia.
Nel terzo atto il dramma si trasforma in tragedia. Simbolo del disfacimento del potere spirituale, la scena è dominata dalla statua crollata dell’Arcangelo Michele, con la testa staccata dal corpo. Sotto un nero cielo stellato proiettato sullo sfondo e curato da Alessandro Papa, l’esecuzione di Cavaradossi avviene non per mano di un plotone di soldati ma per i colpi di pistola esplosi da due sicari, in linea con il carattere distopico che ha contraddistinto lo svolgersi della vicenda.
A sostenere questa audace rivisitazione del libretto, una musica che si manifesta in tutta la sua energia e vigore. Il direttore Dan Ettinger alla guida dell’orchestra del Teatro esalta la ricchezza dei colori e la brillantezza del suono pucciniano, fornendo una lettura a tratti quasi wagneriana. L’orchestra, pur non dimenticando il lirismo soffuso e avvincente di alcune pagine – come la lunga sezione strumentale all’inizio del terzo atto – si abbandona a grandi slanci sonori di notevole sinfonismo.
Tuttavia, proprio questi momenti di maggiore intensità hanno talvolta soverchiato le voci dei cantanti, in particolare durante la concitata scena del confronto tra Scarpia e Tosca nel secondo atto. Nel complesso però l’organico ha fornito una prova di alto livello, dimostrando grande attenzione alle varie sfumature dinamiche. La direzione si è inoltre distinta nel far risaltare nitidamente tutte le voci della partitura, sia quelle interne all’orchestra sia nei momenti in cui sul palco si sovrapponevano più piani vocali. Magistrale in questo senso la sezione iniziale del secondo atto, dove il dialogo tra Scarpia e Cavaradossi si incastra organicamente con il canto di Tosca e del coro fuori scena, creando un contrasto drammaturgico di grande effetto.
Fiore all’occhiello di questa produzione, che nei ruoli principali di Tosca e Cavaradossi prevede addirittura il triplo cast, è senza dubbio rappresentato dalla compagnia di canto, a cominciare da Carmen Giannattasio nel ruolo del titolo. Dal punto di vista attoriale il soprano delinea fin dal primo ingresso in scena le caratteristiche che contraddistinguono la protagonista: donna più gelosa che diva, ella è preda di dubbi e timori piuttosto che intraprendente e sicura di sé. Anche nella scena finale del secondo atto l’assassinio di Scarpia si configura come il gesto disperato di una donna a un passo dalla sconfitta piuttosto che come un protervo atto di vendetta. Tutto ciò si manifesta anche nel canto, limpido e appassionato: struggente nella celeberrima aria “Vissi d’arte”, ella si addentra tra le pieghe della linea melodica con crescente pathos. Abile nel cambiare registro e sempre ben centrata vocalmente, dosa con calibrata accuratezza gli accenti ora più lirici ora drammaticamente più declamati.
In grande spolvero anche Vittorio Grigolo nel ruolo di Mario Cavaradossi. Il tenore, il cui personaggio del pittore sembra cucito su misura per lui, appare in ottima forma sfoggiando uno spiccato talento istrionico, sia nei momenti più “romantici” in duetto con Tosca (dove nel primo atto è molto credibile nel ruolo di amante che nasconde qualcosa) sia nella parte di irriducibile rivoluzionario nel secondo atto. Esibisce un timbro cristallino e una vocalità squillante. Impeccabile tecnicamente in “Recondita armonia” con una cura del fraseggio e delle dinamiche molto precisa, dà il suo meglio nell’altra grande aria “E lucevan le stelle”, dove unisce alle doti appena esposte anche un’intensità e una partecipazione emotiva che gli hanno garantito una selva di applausi entusiasti appena terminata l’ultima nota.
Ottima anche la prova di Claudio Sgura che con la sua figura imponente e il suo timbro vocale scuro e pastoso ha ben rappresentato i panni del temibile barone Scarpia. Il baritono ha mostrato un grande controllo vocale e una notevole abilità nell’affrontare i vari registri previsti dalla sua parte, da quello più poderoso dell’imponente scena del Te Deum ai toni più sottili ma ugualmente minacciosi del secondo atto, dove è indiscusso protagonista.
Buone le prove anche di Lorenzo Mazzucchelli e Pietro Di Bianco rispettivamente nei panni di Cesare Angelotti e del sagrestano, quest’ultimo nell’insolita veste di severo e intransigente censore. Completano il cast i bravi Francesco Domenico Doto, Giuseppe Todisco e Giuseppe Scarico nei ruoli rispettivamente di Spoletta, Sciarrone e di un carceriere.
Infine, grande prova sia del coro di voci bianche diretto da Stefania Rinaldi sia del coro “adulto” del San Carlo diretto da Fabrizio Cassi. Il primo ha partecipato con credibile naturalezza e vitalità alla grandiosa scena del Te Deum, il secondo ha dimostrato notevole controllo e coesione nella medesima scena e nei momenti fuori scena del secondo atto.
Lo spettacolo è stato un successo di pubblico che ha tributato all’intero cast e al direttore entusiasti applausi. Le repliche sono previste fino a martedì 23 settembre.