Si chiude con un brillante L’Elisir d’Amore la Stagione 2025 del Teatro Coccia di Novara, puntando su una riuscita coproduzione del circuito OperaLombardia che si riconferma fucina di progetti spesso agili nella struttura, ma ben costruiti e pensati.
Come sappiamo, nascosto dietro all’apparente leggerezza, il capolavoro donizettiano cela un intreccio di relazioni profonde e contraddittorie: desiderio, apparenza, esclusione sociale, ingenuità emotiva, affetto e opportunismo si mescolano in una trama che alterna il sorriso al dolore e il gioco alla crudeltà. Nel complesso, tutto questo è ben reso nell’allestimento surreale che porta la firma di Andrea Chiodi, con una lettura ambientata in uno spazio sospeso e straniante, efficace ed aderente al soggetto nell’ironica malinconia che lo pervade. La scena si sposta dalle originarie colline basche previste dal libretto in un pastificio artigianale anni ’50, dove pullulano e si avvicendano uova, galline, scatoloni, sacchi, tagliatelle, ponteggi, farine, con una piccola comunità operaia che ivi si muove tra ruoli codificati e rituali quotidiani. Un mondo chiuso ma autosufficiente, che basta a se stesso nella sua inerzia finché un elisir magico – o la fumosa promessa della sua esistenza – non rompe gli equilibri.
L’impianto scenico di Guido Buganza, in perfetta sinergia con i costumi di Ilaria Ariemme, ricrea un’atmosfera domestica e familiare onirica nella sua rappresentazione fatta di tinte pastello, con un’aura sognante arricchita da vari inserti surreali dai tratti volutamente infantili (tricicli, piumati travestimenti grotteschi, palloncini) che, se a tratti sfiorano la caricatura, ben suggeriscono un sottotesto favolistico impregnato di amaro disincanto. Lo spazio dove si muovono i protagonisti si fa teatro astratto delle pulsioni collettive: lavoro, relazioni, solitudine, istinto, delusione, desiderio.
In questo contesto, Nemorino non è più solo un sempliciotto ingenuo: figura marginale e umiliata, ricorda un Quasimodo alla Victor Hugo, destinato ad entrare nelle grazie altrui solo tramite il valore economico che le improvvise circostanze gli attribuiscono (la “cospicua, immensa eredità” dello zio), ma che trova anche il giusto riscatto nel finale per la sua purezza d’animo e di cuore. Adina, qui direttrice a capo della fabbrica, è presenza carismatica e ambigua nel suo essere inarrivabile oggetto del desiderio di tanti ma prim’ancora deus ex machina, insieme padrona e regista del proprio e altrui destino. Dulcamara, con la sua fluidità seduttiva, incarna un piacere narcisistico, slegato da qualsiasi etica nel business e nelle relazioni. Il coro si fa invece fondamentale rappresentanza di una voce popolare, portatore di dinamiche opportunistiche, di ammiccamenti e giudizi superficiali.
Il tutto viene orchestrato con coerenza e cura dalla regia di Chiodi, che non sembra forzare mai la mano su esagerati vaneggi concettuali, ma intende far emergere per trasparenza uno sguardo disilluso, eppure tenero, su un’umanità affamata d’amore e riconoscimento. Le scelte visive, così come la concezione più ampia dell’allestimento, accompagnano la narrazione con chiarezza e originalità: la regia si fa talora didascalica in alcuni movimenti e gesti, ma riesce sempre a mantenere un non semplice equilibrio tra il grottesco e l’autenticità.
È perfetta in tal senso questa sorta di linguaggio visivo patinato alla Wes Anderson, a metà tra sogno e realtà. L’intuizione del pastificio non è così clamorosamente distante dal contesto originario: una comunità chiusa, regolata da ruoli precisi, in cui il potere si misura in termini economici e di apparenza, dove l’amore resta oggetto di scambio, aspirazione, merce o utopia. In questo spazio produttivo e insieme relazionale, le dinamiche interpersonali si colorano di desideri, strategie, fragilità: esattamente come nel libretto di Romani, dove a contare non è tanto il luogo quanto l’equilibrio (sempre instabile) tra ingenuità e calcolo. La trasposizione funziona proprio perché non si limita a sostituire uno scenario all’altro, ma ne traduce con coerenza i codici relazionali e simbolici.
Sul versante sonoro, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali si conferma solida ed affidabile, restituendo con precisione e omogeneità la fresca e stratificata essenza della partitura donizettiana. Il suo apporto si distingue per chiarezza, equilibrio timbrico e una dinamica sempre ben calibrata, al servizio del racconto musicale e teatrale. Enrico Lombardi, ormai frequentatore abituale di questo titolo, dirige con mestiere e misura, mantenendo coesione tra buca e palcoscenico, disegnando una narrazione musicale coerente e piacevolmente dinamica. Il gesto è fluido e la concertazione rispetta con intelligenza la leggerezza insita nella partitura donizettiana, evitando tanto l’enfasi quanto la superficialità (purtroppo spesso immotivatamente associata all’Elisir). La scelta di proporre l’opera in versione integrale, con tagli di tradizione riaperti e più di una variazione ben eseguita, offre ulteriore valore alla lettura musicale. Prezioso anche l’apporto del Coro OperaLombardia preparato da Massimo Fiocchi Malaspina, che si disimpegna con espressiva solidità in una prova di livello.
Giovane e talentuoso il cast solista che, aldilà di qualche sporadica acerbità vocale e interpretativa, dà prova di grande affiatamento musicale e scenico.
Nico Franchini è un Nemorino dalla voce chiara e luminosa, autentico tenore di grazia: affronta il ruolo con sensibilità e intelligenza, cogliendone il registro sentimentale senza cedere a flessioni caricaturali. La sua vocalità, omogenea e ben proiettata nonostante la struttura sottile, valorizza in particolare i passaggi più lirici senza mai perdere di slancio ed espressività. “Una furtiva lagrima” è resa con misura e un tocco di consapevole e sognante malinconia, segno di una lettura sobria ma vissuta con la giusta intenzione.
Adina trova in Sabrina Sanza un’interprete carismatica e disinvolta, che restituisce con grande efficacia attoriale una figura femminile forte, autonoma, ma pronta a mettersi in discussione. Il timbro è luminoso, il fraseggio nitido e, se il settore medio-grave si fa talvolta opaco, la musicalità resta sempre preziosa e ben controllata. Notevoli anche le variazioni precedentemente citate, in gran parte affidate a lei, che si destreggia con particolare freschezza in colorature e abbellimenti.
Spicca anche il Dulcamara di Giacomo Nanni, dalla vocalità ben modulata anche se non particolarmente possente (ascoltiamo un baritono piuttosto chiaro timbricamente, lontano dal bass-baritone che siamo soliti ascoltare in questo ruolo). Seppur prezioso anche nella linea di canto, il suo punto di forza è certamente una presenza scenica magnetica, che cattura l’attenzione con naturalezza e dà forma ad uno scanzonato venditore affascinante, ambiguo, qui perfettamente a suo agio nei panni di una sorta di ipocrita e cinico agente di commercio. Il fraseggio è scorrevole, la mimica vivace, come anche una gestione scenica ed espressiva funzionale alla narrazione.
Meno sfaccettato e solido Giovanni Accardi nel ruolo di Belcore: la voce ha buone potenzialità, anche se l’emissione resta talvolta rigida e tendente al monocorde. La presenza scenica è invece spavalda e ben ritmata, restituendo un militare vanitoso, superficiale e a tratti bonariamente irritante come richiede il suo personaggio.
La Giannetta di Rosalba Ducato si distingue infine per precisione musicale, buon gusto e un’intenzione teatrale vivace e ben calibrata.
Ottimo il riscontro finale del pubblico con un partecipe e caloroso applauso finale che va a chiudere in bellezza la stagione novarese, con uno spettacolo che – senza la pretesa di grandi rivoluzioni – dà una lettura in qualche modo fuori dagli schemi ma rispettosa della natura di quest’opera, in una leggerezza ben più stratificata e complessa di quanto appaia.