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Novara, Teatro Coccia: L’Italiana in Algeri

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L’Italiana in Algeri al Teatro Coccia di Novara: un Rossini di classe fra raffinatezza musicale, precisione teatrale e grandi interpreti maschili

La rappresentazione de L’Italiana in Algeri andata in scena il 17 maggio 2026 al Teatro Coccia di Novara ha offerto uno spettacolo di notevole livello artistico, capace di restituire con intelligenza e coerenza tutta la complessità del teatro rossiniano: non soltanto comicità e brillantezza ritmica, ma anche raffinatezza stilistica, precisione musicale e una costruzione drammaturgica che richiede equilibrio assoluto fra buca e palcoscenico.
La nuova produzione, affidata alla regia di Marco Gandini e alla direzione musicale di Alessandro Cadario, si è distinta proprio per la volontà di evitare ogni banalizzazione farsesca, scegliendo invece una linea elegante, teatrale e profondamente musicale. Ne è nato uno spettacolo fluido, visivamente raffinato e musicalmente molto curato, nel quale sono emerse con particolare evidenza le prove di Chuan Wang come Lindoro, di Emmanuel Franco nel ruolo di Taddeo e di Giorgio Caoduro nei panni di Mustafà, autentici motori teatrali e musicali dell’intera serata.
Marco Gandini costruisce una regia di grande intelligenza ritmica. Il pregio maggiore del suo lavoro sta nella capacità di comprendere il funzionamento interno della macchina rossiniana: tutto è calibrato sui tempi musicali, sugli incastri del sillabato, sulla progressione quasi matematica dei concertati. Non vi sono trovate registiche invasive né forzature concettuali; al contrario, lo spettacolo si sviluppa con una naturalezza che permette alla musica di respirare e alla comicità di nascere organicamente dalle situazioni.
Particolarmente riuscita la gestione dei grandi pezzi d’assieme, vero banco di prova di qualsiasi Italiana in Algeri. Il Finale Primo, con il celebre accumulo ritmico e psicologico che conduce alla follia collettiva, è stato costruito con eccellente senso della progressione scenica: ogni personaggio rimane riconoscibile, ogni movimento appare funzionale all’insieme, evitando quel caos indistinto che spesso compromette la chiarezza teatrale di queste pagine.
Le scene di Italo Grassi hanno contribuito in maniera determinante alla riuscita dello spettacolo. L’impianto scenico, basato su quinte mobili, tende e fondali dalle suggestioni orientaleggianti, riesce a evocare un’Algeri immaginaria senza cadere nell’esotismo kitsch. Lo spazio cambia continuamente conformazione mantenendo però fluidità narrativa e leggerezza visiva, qualità essenziali in Rossini, dove il ritmo scenico deve quasi “danzare” insieme alla musica. Molto belli anche i costumi di Anna Biagiotti, eleganti nella linea, così come il lavoro di Ivan Pastrovicchio alle luci, capace di scolpire la scena con tonalità calde e tagli luminosi particolarmente efficaci nei momenti notturni e nei concertati.
Sul piano musicale, Alessandro Cadario ha diretto con stile e piena consapevolezza linguistica. La sua lettura si è distinta soprattutto per chiarezza e misura. Cadario evita deliberatamente un Rossini rumoroso o eccessivamente frenetico, privilegiando invece trasparenza orchestrale, precisione ritmica e grande attenzione alle dinamiche. La concertazione appare continuamente pensata per sostenere il palcoscenico, accompagnando i cantanti con elasticità e lasciando spazio alla parola scenica.
L’Orchestra Filarmonica Italiana ha risposto con buon livello complessivo, distinguendosi in particolare nei legni, molto precisi negli interventi solistici e capaci di dare brillantezza al tessuto orchestrale. Ben costruiti anche i crescendo rossiniani, mai trasformati in semplice effetto meccanico ma sviluppati progressivamente con controllo dinamico e chiarezza di articolazione. Ottimo il sostegno del fortepiano di Mirco Godio nei recitativi, vivaci e ben integrati nel ritmo teatrale dell’azione.
Qualche limite è invece emerso nella prova della Schola Cantorum San Gregorio Magno preparata da Elvis Zini. Pur garantendo buona presenza scenica e partecipazione teatrale, il coro è apparso talvolta non perfettamente compatto, soprattutto negli attacchi e nelle sezioni più ritmicamente serrate. Nulla di realmente compromettente per la riuscita generale dello spettacolo, ma abbastanza evidente da impedire quella lucidità assoluta che Rossini richiede nelle pagine corali più intricate.
Fra gli interpreti, il vero trionfatore della serata è stato probabilmente Chuan Wang nel ruolo di Lindoro. Il tenore ha offerto una prova di autentica scuola rossiniana, distinguendosi non soltanto per qualità vocale ma soprattutto per stile. La voce, luminosa e ben timbrata, sale agli acuti con naturalezza e mantiene omogeneità lungo tutta la tessitura. Ma ciò che impressiona maggiormente è la precisione tecnica: le agilità sono pulite, scolpite con nitidezza quasi strumentale, sempre sostenute da un perfetto controllo del fiato.
In “Languir per una bella” Wang ha sfoggiato fraseggio elegante, legato morbido e una gestione delle mezzevoci di grande raffinatezza. Mai una forzatura, mai un suono spinto artificialmente: tutto appare governato da una tecnica saldissima e da un gusto musicale molto maturo. Anche scenicamente il cantante convince pienamente, delineando un Lindoro credibile, ironico senza eccessi manieristici. Nei concertati emerge inoltre la sua notevole intelligenza musicale: pur immerso nella complessità ritmica dell’ensemble, riesce sempre a mantenere chiarezza di dizione e precisione metrica.
Straordinariamente riuscita anche la prova di Emmanuel Franco come Taddeo. Il baritono, anche se non evita completamente la trappola della macchietta caricaturale, costruisce un personaggio finemente sfumato, umanissimo nella sua goffaggine e musicalmente impeccabile. La qualità del sillabato è eccellente: ogni parola arriva con chiarezza, ogni accento è pensato teatralmente ma sempre integrato nella linea musicale.
Franco possiede inoltre un tempo comico naturale. Nel celebre episodio dei Pappataci dimostra una padronanza assoluta dei meccanismi rossiniani: pause, inflessioni e reazioni sceniche sono calibrate con precisione quasi millimetrica. Vocalmente la linea è sempre controllata, sostenuta da un’emissione ben appoggiata, proiettata, e da un fraseggio intelligentissimo. Una prova di grande maturità artistica e teatrale.
Giorgio Caoduro affronta Mustafà con autorevolezza e notevole presenza scenica, oltre che con una tecnica ineccepibile. La sua interpretazione evita intelligentemente il grottesco facile, scegliendo piuttosto una comicità che nasce dall’autocompiacimento del personaggio. Vocalmente il basso-baritono dispone di mezzi importanti: la voce è sonora, ben proiettata e sostenuta da una dizione chiarissima. Nei grandi pezzi d’assieme emerge con forza grazie a una scansione ritmica molto precisa e a un fraseggio energico e ben scolpito. Molto efficace anche l’interazione scenica con Emmanuel Franco, dalla quale nascono alcuni dei momenti più riusciti dell’intera produzione.
Più problematica, pur all’interno di una prova musicalmente seria e stilisticamente corretta, la prestazione di Mara Gaudenzi nel ruolo di Isabella. L’interprete possiede musicalità e buona presenza scenica, delineando un personaggio vivace e disinvolto, ma vocalmente la sua prova è apparsa meno incisiva rispetto ai colleghi maschili. La voce, infatti, pur gradevole nel colore, tende a non proiettarsi pienamente in sala, soprattutto nel registro centrale, risultando talvolta coperta dall’orchestra nei momenti di maggiore densità sonora. Anche il fraseggio, pur corretto, avrebbe beneficiato di una maggiore varietà dinamica e di un accento più deciso nei momenti di seduzione ironica che caratterizzano il personaggio. Rimane comunque apprezzabile la sicurezza tecnica con cui affronta le difficoltà della scrittura rossiniana.
Ben curate anche le prove di Paola Leoci come Elvira e di Danbi Lee nel ruolo di Zulma, entrambe precise musicalmente e ben inserite nell’economia dello spettacolo. Positivo anche Lorenzo Liberali come Haly, efficace soprattutto nella gestione scenica e nel rapporto con il ritmo teatrale della produzione, seppur vocalmente molto chiaro per colore e con una prima ottava debole.
Nel complesso, questa Italiana in Algeri del Teatro Coccia si è rivelata uno spettacolo di qualità, fondato su un’idea di Rossini elegante, teatrale e stilisticamente consapevole. Una produzione che ha avuto il merito di far emergere la modernità del capolavoro rossiniano senza deformarlo, sostenuta da una direzione musicale raffinata e da tre interpreti maschili — Chuan Wang, Emmanuel Franco e Giorgio Caoduro — davvero di alto livello. Pur con qualche lieve imperfezione corale e con una protagonista non sempre pienamente sonora in sala, il risultato complessivo è stato quello di una serata di autentico teatro musicale, accolta con entusiasmo convinto dal pubblico novarese.

17 maggio 2026 – L’Italiana in Algeri – Teatro Coccia di Novara

Musica di Gioachino Rossini (versione di Milano, 1814)

Libretto di Angelo Anelli

Produzione Fondazione Teatro Coccia di Novara

CAST

Mustafà Giorgio Caoduro

Elvira Paola Leoci

Zulma Danbi Lee

Haly Lorenzo Liberali

Lindoro Chuan Wang

Isabella Mara Gaudenzi

Taddeo Emmanuel Franco

 

Direttore Alessandro Cadario

Regia Marco Gandini

Scene Italo Grassi

Costumi Anna Biagiotti

Light designer Ivan Pastrovicchio

Maestro al fortepiano Mirco Godio

Orchestra Filarmonica Italiana

Schola Cantorum San Gregorio Magno di Trecate

Maestro del Coro Elvis Zini

FOTO
© Ph credit: Mario Finotti
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A CURA DI

Dante Muro

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