Macbeth al Teatro Coccia: anatomia verdiana di un dramma del potere.
Macbeth al Teatro Coccia: anatomia verdiana di un dramma del poter
Nel panorama delle opere di Giuseppe Verdi, Macbeth occupa un luogo di assoluta centralità non solo per la sua aderenza al modello shakespeariano, ma soprattutto per il deciso superamento delle convenzioni melodrammatiche coeve. L’allestimento presentato, il 25.1.2026, dal Teatro Coccia di Novara ha avuto il merito di restituire con chiarezza questa natura sperimentale dell’opera, proponendo una lettura in cui la dimensione musicale e quella teatrale procedono in stretta e consapevole simbiosi.
Il risultato è dovuto in primo luogo alla direzione di Jordi Bernàcer, che affronta la partitura con un approccio analitico e rigoroso. Il maestro mette in evidenza la funzione strutturale dell’orchestra, non più mero accompagnamento del canto ma vero motore drammaturgico. Particolarmente riuscito il lavoro sui colori scuri dell’impasto orchestrale, della Orchestra Filarmonica Italiana, sugli accenti spezzati e sui bruschi cambi dinamici che Verdi utilizza per rappresentare l’instabilità psicologica dei personaggi. Bernàcer valorizza inoltre la scrittura corale, conferendole una tensione quasi rituale, in linea con la visione tragica dell’opera.
La regia di Daniele Piscopo si muove in sintonia con questa lettura musicale, scegliendo un linguaggio scenico contemporaneo e fortemente simbolico. L’azione è corredata da grande decorativismo e proiezioni cinematografiche, ma si concentra sulla dimensione interiore del dramma: il potere come ossessione, la colpa come presenza costante e deformante: le Parche che muovono tutta l’azione. Piscopo dimostra particolare attenzione al rapporto tra gesto scenico e frase musicale, evitando interferenze registiche che possano alterare il ritmo interno della partitura. Piscopo firma regia, scene e costumi. Assistente alla regia è Erika Chilò. Ottimo lavoro del light designer Ivan Patrovicchio.
La recita è stata segnata dalla sostituzione dell’ultimo momento del soprano titolare con Maria Cristina Bellantuono nel ruolo di Lady Macbeth. L’interprete affronta la parte con professionalità (un plauso speciale per affrontare eroicamente per ben tre giorni consecutivi il ruolo, facendo parte del cast alternativo), offrendo una lettura musicalmente ordinata; tuttavia, la sua vocalità è di natura più lirica, seppur restituendo quella ruvidità timbrica e quella violenza espressiva che Verdi richiede esplicitamente per il personaggio, concepito come figura anticanonica, lontana da ogni ideale belcantistico. Una prova rispettosa della partitura, ma che rimane necessariamente in secondo piano nell’economia complessiva della serata.
Il cuore pulsante dell’allestimento risiede invece nelle voci maschili, a partire dal protagonista. Sergio Vitale, al debutto nel ruolo di Macbeth, costruisce un personaggio vocalmente solido e drammaturgicamente coerente, con ottimo colore timbrico. Il baritono mostra attenzione al declamato verdiano e una buona gestione del fraseggio, riuscendo a delineare la parabola discendente del personaggio senza cedere a eccessi veristici, ma mantenendo un controllo stilistico apprezzabile.
Di assoluto rilievo, e autentico perno morale dell’opera, è il Banquo di Roberto Scandiuzzi, che si impone come una delle prove più significative della produzione. Il basso affronta il ruolo con una vocalità ampia, profonda e perfettamente proiettata, mettendo in evidenza la nobiltà arcaica del personaggio. Il suo canto, sempre sorvegliato e ricco di sfumature, restituisce con chiarezza la funzione drammaturgica di Banquo come figura speculare e antagonista etico di Macbeth. Memorabile l’aria “Come dal ciel precipita”, affrontata con fraseggio scolpito e un uso esemplare del colore vocale, capace di rendere il senso di presagio e fatalità che attraversa il personaggio. Scandiuzzi conferisce a Banquo una statura quasi monumentale, che continua a gravare sull’azione anche dopo la morte, secondo la logica profondamente teatrale voluta da Verdi, ed incrementata dalla regia di Piscopo.
Accanto a lui, Ivan Magrì offre un Macduff di grande intensità espressiva. La celebre aria “Ah, la paterna mano” diventa uno dei vertici emotivi della serata, grazie a un canto generoso, ben sostenuto e partecipe, che ha suscitato una reazione entusiastica della platea. Magrì riesce a coniugare slancio lirico e chiarezza declamatoria, restituendo al personaggio la sua funzione di portavoce morale e politica dell’opera; ella voce ed ottima tecnica, con un acuto filato molto interessante.
Solido e ben caratterizzato anche il contributo degli interpreti dei ruoli minori, perfettamente inseriti nel disegno musicale e scenico. Omar Cepparolli dà voce al Medico accurato e funzionale; Xiaosen Su come Malcolm si distingue per chiarezza di emissione negli acuti; Elena Malakhovskaya nel ruolo di Dama di Lady Macbeth offre una presenza buona e musicalmente precisa, che si distingua anche nel gran concertato; efficace anche Piero Santi come Araldo e Domestico, ruoli brevi ma essenziali nell’economia narrativa dell’opera. Completano il cast: Luigi Varriale (Sicario), Roberto Messina (Prima apparizione), Erika Fornero (Seconda apparizione), Agnese Jurkovska (Terza apparzione), Marco Baldino (Re Duncano).
Di grande importanza il lavoro del coro della Schola Cantorum San Gregorio Magno di Trecate, dirette dal Maestro Mauro Trombetta, protagonista imprescindibile di Macbeth. La compagine corale del Teatro Coccia si distingue per compattezza, precisione ritmica e intensità espressiva, risultando particolarmente efficace nei momenti di maggiore tensione drammatica, dove il coro assume una funzione quasi collettiva e rituale, in linea con l’estetica tragica dell’opera.
Nel complesso, il Macbeth del Teatro Coccia si configura come un allestimento di notevole interesse musicologico, capace di mettere in luce la modernità della scrittura verdiana e la centralità del rapporto tra musica e dramma. Una produzione che trova nella direzione di Bernàcer, nella regia di Piscopo e soprattutto nelle eccellenti interpretazioni maschili i suoi punti di massima forza.