Avventurarsi a rappresentare opere verdiane al Teatro Regio di Parma è un atto di audacia e coraggio. Ben si conosce la tempra esigente, orgogliosa e custode verso Giuseppe Verdi, loro idolo, degli spettatori parmensi soprattutto della compagine melomane che occupa il loggione.
L’amore viscerale che parmensi e parmigiani dimostrano verso il Cigno di Busseto è comprensibile e condivisibile, e si manifesta ancora di più durante l’annuale Festival Verdi – quest’anno alla sua XXV edizione con dedica a Shakespeare – quando la città si veste totalmente, a partire dalle effige del Maestro sulle vetrine, ristoranti e ritrovi, luminarie con il “Và pensiero…” da Nabucco che guidano i percorsi, fino ai testi delle sue arie tratte dalle opere più famose che appaiono scritte sulle saracinesche di quelle attività chiuse durante i giorni festivi. Capita infatti, che girando per le vie del centro, dietro la Cattedrale di Santa Maria Assunta ed il suo Battistero o vicoli attigui ad esempio, una serranda riporta “Tu vedrai che amore in terra mai del mio non fu più forte… vinse il fato in aspra guerra, vincerà la stessa morte.” (da Il Trovatore – il supplizio scena I), un’altra poco più in là “Ah! presso alla morte, sì giovine, sono! Oh ciel, per gl’empi ti chiedo perdono! Perdona tu, o padre, a questa infelice!… Sia l’uomo felice ch’or vado a salvar.” (da Il Rigoletto – atto III scena sesta), qualche metro più avanti “Dite alla giovine sì bella e pura ch’avvi una vittima della sventura, cui resta un unico raggio di bene che a lei il sacrifica e che morrà!” (da La Traviata – atto II – scena quinta) e così via per via. Un’immagine stilizzata di Leonora da una parte, di Gilda da un’altra e non manca il volto Aida o il profilo di Desdemona.
Il monito è chiaro: che sia per sbrigare commissioni, andare passeggio o fare shopping; che tu sia un habitué o ti ritrovi a passare di lì per caso, la già Capitale Italiana della Cultura, ti guida all’opera lirica e non ti permette di dimenticare Verdi. Pensate al peso di responsabilità esperienziale che grava sulla regia di Federico Tiezzi in questo Otello di Verdi messo in scena a Parma.
L’opera è molto complessa, tra le più gravose per tinte musicali e pesanti per impegno vocale dei protagonisti. Molteplici gli aspetti di lettura psicologica e introspettiva dei personaggi e plurime le possibilità di contestualizzazione storica che il libretto di Arrigo Boito del 1884 trae dall’opera del drammaturgo e poeta inglese scritta agli inizi del XVII secolo, non ultima la sua costante e rinnovata modernità che vede coinvolti tutti quegli aspetti di violenza emozionale purtroppo quasi routinari che assistiamo ai giorni nostri.
La vicenda è intrisa di violenza e dolore, tessuta senza respiro dalla profonda “malitia” dell’estesa latina malvagità di Jago nella quale tutti soccomberanno. Ma il prezzo più alto lo paga Otello: viene circuito, ingannato, smembrato nella volontà, obnubilato nelle decisioni, fatto prigioniero nelle scelte ed infine, nel gesto suicidario, morto per la sua stessa incapacità di ascoltare. Definirlo solo quale assassino di Desdemona è riduttivo e la psicanalisi, che nasceva in Europa in quegli anni, ne svelerà del personaggio, conflitti e metafore studiati ancora oggi.
In questa lettura trovano contesto le nere scenografie di Margherita Palli, scarne e pur claustrofobiche; non si vedono frontiere o linee di demarcazione ma si avvertono, soffocano. I fulmini e saette di luci stroboscopiche (Gianni Pollini) che squarciano improvvise, sono foriere non solo della tempesta che accoglie la nave del Moro di Venezia, ma anche la violenza che con sé porterà. I severi costumi (Giovanna Buzzi) conferiscono autorevolezza e profilo a ciascun protagonista e ne definiscono i caratteri. Nell’atto finale il focus scenico del tragico epilogo converge nel cubo metafisico dalle tinte pallide che avanza lentamente sul proscenio: il letto sfatto, la finestra chiusa sul nulla, l’abbandono di Desdemona, l’abito nuziale come fantasma appeso e le lunghe ombre alle pareti, annunciano la camera ardente dell’imminente lutto di un tossico amore.
La musica di Verdi è protagonista assoluta, ciascuna battuta orchestrale di grande efficacia e tempismo. A partire dall’enfasi iniziale corale che anticipa l’esplosione dell’ “Esultate!”, descrive la violenza se deve, il tormento se c’è, il dolore se affligge ed il dubbio se rode.
In partitura ogni tinta del linguaggio verdiano è condotta con tecnica assoluta da Roberto Abbado seguito in vibrante attenzione dalla Filarmonica Arturo Toscanini. Il Coro del Teatro Regio diretto da Martino Faggiani è pregevole unisono: esalta, sostiene le voci e offre sensibile pathos in ogni pagina ad esso affidata (notevoli anche le voci bianche preparate dal maestro Massimo Fiocchi Malspina).
Il ruolo di Otello è sempre temuto dai tenori per la fatica e l’impegno vocale che richiede: potenza sì – ma e soprattutto – infinite colorature, delicate sfumature, tenuta espressiva ed ingaggio perfetto con orchestra di importanti dimensioni strumentali.
Fabio Sartori possiede indubbia voce tenorile verdiana ed è sicuro. Il suo Moro di Venezia è dipinto con una moderna umanità assoluta senza derogare al rispetto interpretativo classico. La voce ampia e penetrante, volge in belle delicatezze e, virtuosi filati accompagnano le armoniche sfumature dei tormenti. L’accurato lavoro di studio di Sartori si sente e risulta così un Otello di taglio sartoriale su misura, nuovo e raro.
Anche Mariangela Sicilia interpreta una Desdemona specifica per sé: apparentemente fragile per essere una giovane sposa, rivela tenacia e risolutezza nelle scelte che reputa giuste e che perora con armi di femminilità. Anche nell’abbandono al suo destino, accetta ma non supina, confermando la sua innocenza. Il soprano lirico puro è dotato di acuti squillanti, argentini, è ricco di bei levigati, un fraseggio curato e colorature drammatiche di resa emozione.
Ariunbaatar Ganbaatar possiede talento prorompente. Il baritono mongolo interpreta Jago con padronanza scenica che incombe cupa e mefistofelica accentuata da un fisico statuario. Il timbro è sostenuto, brunito ed elegante per ampiezza, accento ed un ottimo fraseggio.
Ben inserito e credibile nel ruolo anche il tenore Davide Tuscano, Cassio, che con la sua vivacità e lucentezza timbrica ben esprime lo smarrimento nell’essere capro espiatorio della lotta tra i due titani.
Bravo il mezzosoprano Natalia Gavrilan che dipinge con vigore protettivo una Emilia di carattere e bene inseriti i ruoli di Francesco Pittari, Roderigo, Alessio Verna in Montano e Francesco Leone nel suo Lodovico. Cesare Lana è l’Araldo.
A fine spettacolo ovazioni e tanti minuti di applausi decretano indiscutibilmente il successo di questa nuova produzione di Otello che ha superato il severo esame del Loggione parmense.