Rossini non avrebbe mai immaginato che quella cantata scenica concepita nel 1825 per l’incoronazione di Carlo X a Reims – un incarico politico, festoso e di assoluta immediatezza, senza alcuna aspettativa di futuro scenico – sarebbe finita, due secoli dopo, per diventare una delle partiture più celebrate del suo catalogo. Musica troppo buona per essere condannata al letargo, Il viaggio a Reims venne riciclata interamente appena un anno più tardi in Le comte Ory, con libretto nuovo e in francese. Per più di un secolo e mezzo, senza che le successive adattazioni Andremo a Parigi? (1848) e Un viaggio a Vienna (1854) lo impedissero, cadde nel più assoluto oblio. La sua resurrezione avrebbe dovuto attendere il ROF del 1984, sotto la bacchetta di Claudio Abbado e con un cast vocale formato dalle stelle del momento, che la restituì alle scene come ciò che realmente è: una brillante vetrina di virtuosismo vocale in mezzo a un guazzabuglio di situazioni sconnesse e banali; vale a dire, un’opera senza vero protagonista, dove ogni personaggio compete per lasciare la propria impronta. È per questo che non manca di senso che ormai da un quarto di secolo Il viaggio – e ancor di più nel 200º anniversario della partitura – sia il veicolo di presentazione dei giovani talenti dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, all’interno del quadro del Festival Giovane; tanto più in questo 2025, poiché il livello dimostrato dai partecipanti è stato superiore a quello di recenti promozioni.
Ciò che invece comincia a mostrare segni di esaurimento è la produzione di Emilio Sagi, con scenografia e costumi della compianta Pepa Ojanguren. Efficace e funzionale, sì, bianca come una moderna stazione termale, ma a questo punto prevedibilmente meccanica, persino per i suoi riprenditori. Matteo Anselmi (ricordiamo: ieri travestito da orso bruno), che la riprende da anni, riesce a mantenere ritmo e chiarezza in scena; ciononostante, sarebbe auspicabile che il festival facesse il passo verso una nuova produzione che consenta di rivitalizzare questo ormai imprescindibile rituale iniziatico pesarese. Per ora, il mio desiderio non si realizzerà per la prossima edizione, visto il desolante taglio di bilancio subito dal festival, che commenteremo più a fondo in una futura recensione de L’italiana in Algeri rappresentata quella stessa sera.
Gli allievi dell’Accademia hanno avuto una guida di lusso in Alessandro Mazzocchetti, che ha saputo estrarre un suono trasparente dall’Orchestra Sinfonica Gioachino Rossini. I tempi, in generale convenzionali, sono stati tuttavia sfumati da un tocco personale nei contrasti e nell’accentuazione. Va sottolineato, in modo particolare, l’ammirevole lavoro svolto nei recitativi orchestrali, con attenzione precisa al testo e all’azione scenica, come è risultato evidente nel recitativo che precede l’aria della Contessa di Folleville. Per muovere un appunto, va menzionato un eccesso un po’ ripetitivo di fortissimo bandistico, a discapito di una maggiore sottigliezza dinamica. Magistrali, d’altra parte, gli assoli di flauto di Fabiola Santi nell’aria di Lord Sidney.
Per quanto concerne il canto, è emersa sopra gli altri, in questo secondo cast, la Madama Cortese del soprano Rosalba Ducato, dal timbro carnoso e impeccabile nella coloratura e nel vertiginoso sillabato dell’aria “Di vaghi raggi adorno”. Merita una menzione speciale anche il soprano russo Laura Khamzatova come la ridicola Contessa di Folleville, che ha affrontato con disinvoltura e vis comica la sua ardua aria “Partir, oh ciel! desio”, dove ha sfoggiato un acuto ben saldo e brillante e un centro che lascia intravedere possibilità di una maggiore espansione. Ben riuscita la poetessa Corinna di Antonella Granata, risplendente soprattutto – in attesa di una maggiore varietà nel suo canto – nelle sue incantevoli, seppur reiterative, interventi con arpa, “Arpa – valga la ridondanza – gentil che fida”, nel sestetto, e “All’ombra amena”. Molto graziosa, inoltre, nel suo duetto con il Cavaliere Belfiore, esilarantemente incarnato dal tenore francese Abel Zamora, sempre disinvolto in scena.
Un po’ più discreta è risultata la Marchesa Melibea di Anna-Helena MacLachlan, corretta nel suo intervento accanto al Conte di Libenskof di Hiroki Kono, tenore dal timbro biancastro ed estremamente fragile, ma dotato di una linea di canto elegante e di buon gusto espressivo. Huigang Liu ha offerto un Lord Sidney sobrio, con gravi ben sostenuti e un’emissione controllata. La sua grande scena “Ah! perché la conobbi?” è stata difesa con solidità tecnica e uno stile adeguato al carattere introspettivo del personaggio. Jiazhou Wang, come Don Alvaro, ha adempiuto con esattezza, sebbene devo dire – se mi si permette una nota scherzosa – che ha margine di miglioramento come ballerino di flamenco.
D’altro canto, Maurizio Bove ha composto un Barone di Trombonok simpatico e spigliato nello stile buffo. Adeguato buffo, altresì, il baritono Nicola Farnesi, nel ruolo del venditore di antichità Don Profondo, che si è guadagnato il pubblico con un’interpretazione carismatica dell’aria “Medaglie incomparabili”, giocando alle imitazioni dei diversi accenti, sulla scia del leggendario Ruggero Raimondi. Sorprendente registro grave quello del mezzosoprano Valeria Gorbunova come la furiosa Maddalena, corrispondendo in pieno al pregiudizio “cantante russa = timbro scuro”. Hanno completato il giovane cast Vittoria Brugnolo (Delia), Arina Verevkina (Modestina), Jacob Harrison (Don Prudenzio), Aldo Sartori (Don Luigino), Mateo Torcaso (Antonio) e Krzysztof Lachman (Zefirino/Gelsomino).
Come di consueto in questo contesto formativo, non c’è stato un coro propriamente detto, sicché gli interventi corali sono stati assunti dai cantanti dei ruoli secondari, risolvendosi con dignità seppur con inevitabile mancanza di corpo. È mancato, però, il coro “L’allegria è un sommo bene”, parodia di un altro coro dell’opera Maometto II, incluso nella scena finale. In ogni caso, lo spirito festoso, la freschezza degli interpreti e l’energia contagiosa che caratterizza questo progetto accademico hanno offerto ai presenti al Teatro Rossini una mattinata di musica viva e ben servita, riaffermando il valore pedagogico e artistico di questo appuntamento imprescindibile del festival.
Jamás habría imaginado Rossini que aquella cantata scenica concebida en 1825 para la coronación de Carlos X en Reims –un encargo político, festivo y de absoluta inmediatez, sin expectativa alguna de futuro escénico– acabaría, dos siglos después, convertida en una de las partituras más celebradas de su catálogo. Música demasiado buena para ser condenada al letargo, Il viaggio a Reims fue reciclada por completo apenas un año más tarde en Le comte Ory, con libreto nuevo y en francés. Durante más de siglo y medio, sin que las posteriores adaptaciones Andremo a Parigi? (1848) y Un viaggio a Vienna (1854) lo impidiesen, cayó en el más absoluto olvido. Su resurrección habría de esperar al ROF de 1984, bajo la batuta de Claudio Abbado y contando con un plantel vocal formado por las estrellas del momento, que la restituyó a los escenarios como lo que realmente es: un brillante escaparate de virtuosismo vocal en medio de un batiburrillo de situaciones inconexas y banales; esto es, una ópera sin verdadero protagonista donde cada personaje compite por dejar su impronta. Es por ello que no deja de tener sentido que desde hace ya un cuarto de siglo Il viaggio –y más en el 200º aniversario de la partitura– sea el vehículo de presentación de los jóvenes talentos de la Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, dentro del marco del Festival Giovane; con más motivo este 2025, pues el nivel demostrado por los participantes ha sido superior al de promociones recientes.
Lo que sí empieza a mostrar signos de agotamiento, en cambio, es la producción de Emilio Sagi, con escenografía y vestuario de la difunta Pepa Ojanguren. Eficaz y funcional, sí, blanca como un moderno balneario, pero a estas alturas previsiblemente mecánica, incluso para sus repositores. Matteo Anselmi (recordemos: ayer embutido en un disfraz de oso marrón), quien la retoma desde hace años, consigue mantener ritmo y claridad en escena; aun así, sería deseable que el festival diese el paso hacia una nueva producción que permita revitalizar este ya imprescindible ritual iniciático pesarés. Por lo pronto, no se cumplirá mi deseo para la próxima edición, visto el desolador recorte presupuestario sufrido por el festival, que comentaremos más a fondo en una futura crítica de L’italiana in Algeri representada esa misma tarde.
Los «allievi» de la Accademia contaron con un guía de lujo en Alessandro Mazzocchetti, que supo extraer un sonido transparente de la Orchestra Sinfonica Gioachino Rossini. Los tempi, en general convencionales, fueron sin embargo matizados por un toque personal en los contrastes y la acentuación. Cabe destacar, muy especialmente, el encomiable trabajo realizado en los recitativos orquestales, con atención precisa al texto y a la acción escénica, como quedó patente en el recitativo previo al aria de la Contessa di Folleville. Por poner una pega, cabe mencionar un exceso algo reiterativo del fortissimo chimpunero, en detrimento de una mayor sutileza dinámica. Magistrales, por otra parte, los solos de flauta de Fabiola Santi en el aria de Lord Sidney.
En cuanto al apartado vocal, destacó por encima, en este segundo reparto, la Madama Cortese de la soprano Rosalba Ducato, de timbre carnoso, e impecable en la coloratura y en el vertiginoso sillabato del aria “Di vaghi raggi adorno”. Digna de mención especial también la soprano rusa Laura Khamzatova como la ridícula Contessa di Folleville, que abordó con desparpajo y vis cómica su difícil aria “Partir, oh ciel! desio”, donde lució un agudo bien asentado y brillante y un centro que apunta posibilidades de una mayor expansión. Bien lograda la poetisa Corinna de Antonella Granata, rutilando especialmente, a espera de una mayor variedad en su canto, en sus encantadoras aun de más de reiterativas intervenciones con arpa, “Arpa –valga la redundancia– gentil che fida”, en el sestetto, y “All’ombra amena”. Muy salada, asimismo, en su dueto con el Cavalier Belfiore, hilarantemente encarnado por el tenor francés Abel Zamora, siempre desenvuelto en escena.
Algo más discreta resultó la Marchesa Melibea de Anna-Helena MacLachlan, correcta en su intervención junto al Conte di Libenskof de Hiroki Kono, tenor de timbre blanquecino y extremadamente frágil, mas dotado de una línea de canto elegante y buen gusto expresivo. Huigang Liu ofreció un Lord Sidney sobrio, con graves bien apoyados y una emisión controlada. Su gran escena “Ah! perché la conobbi?” fue defendida con solidez técnica y un estilo adecuado al carácter introspectivo del personaje. Jiazhou Wang, como Don Alvaro, cumplió con exactitud, aunque he de decir –si se me permite un comentario jocoso– que tiene margen de mejora como bailaor flamenco.
Por otro lado, Maurizio Bove compuso un Barone di Trombonok simpático y desparpajado en el estilo bufo. Adecuado bufo, asimismo, el barítono Nicola Farnesi, en el papel del vendedor de antigüedades Don Profondo, quien se ganó al público con una interpretación carismática del aria “Medaglie incomparabili”, al jugar a las imitaciones de los distintos acentos, siguiendo la estela del legendario Ruggero Raimondi. Sorprendente registro grave el de la mezzosoprano Valeria Gorbunova como la furiosa Maddalena, respondiendo a pies juntillas al prejuicio de «cantante rusa = timbre oscuro». Completaron el joven cast Vittoria Brugnolo (Delia), Arina Verevkina (Modestina), Jacob Harrison (Don Prudenzio), Aldo Sartori (Don Luigino), Mateo Torcaso (Antonio) y Krzysztof Lachman (Zefirino/Gelsomino).
Como viene siendo habitual en este contexto formativo, no hubo coro propiamente dicho, por lo que las intervenciones corales fueron asumidas por los cantantes de los roles secundarios, resolviéndose con dignidad aunque inevitable falta de cuerpo. Sí se echó de menos, sin embargo, el coro “L’allegria è un sommo bene”, parodia de otro coro de la ópera Maometto II, incluido en la escena final. En todo caso, el espíritu festivo, la frescura de los intérpretes y la contagiosa energía que caracteriza a este proyecto académico brindaron a los reunidos en el Teatro Rossini una mañana de música viva y bien servida, reafirmando el valor pedagógico y artístico de esta cita imprescindible del festival.
18 agosto 2025 – Pesaro, Rossini Opera Festival (ROF): Il viaggio a Reims
Dramma giocoso in un atto di Luigi Balochi
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Janet Johnson
Produzione 2001, riallestimento
Allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”
Corinna ANTONELLA GRANATA
Marchesa Melibea ANNA-HELENA MACLACHLAN
Contessa di Folleville LAURA KHAMZATOVA
Madama Cortese ROSALBA DUCATO
Cavalier Belfiore ABEL ZAMORA
Conte di Libenskof HIROKI KONO
Lord Sidney HUIGANG LIU
Don Profondo NICOLA FARNESI
Barone di Trombonok MAURIZIO BOVE
Don Alvaro JIAZHOU WANG
Don Prudenzio JACOB HARRISON
Don Luigino ALDO SARTORI
Delia VITTORIA BRUGNOLO
Maddalena VALERIA GORBUNOVA
Modestina ARINA VEREVKINA
Zefirino / Gelsomino KRZYSZTOF LACHMAN
Antonio MATTEO TORCASO
ORCHESTRA SINFONICA GIOACHINO ROSSINI
Direttore ALESSANDRO MAZZOCCHETTI
Elementi scenici e Regia EMILIO SAGI
Ripresa della Regia MATTEO ANSELMI
Costumi PEPA OJANGUREN
Luci FABIO ROSSI
COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche
Non sei ancora registrato/a?
Nessun problema, bastano pochi minuti!
Vuoi fare ancora di più?
Diventando socio, supporti la nostra missione e accedi a vantaggi esclusivi.
Associarsi a Opera Mundus ti offre l’opportunità di contribuire a progetti innovativi, accedere a risorse esclusive e partecipare a eventi internazionali.
Scopri come puoi fare la differenza con la tua adesione. Diventa socio di Opera Mundus!
E’ detraibile un importo, pari al 30%, delle erogazioni in denaro o in natura effettuate a favore degli enti del Terzo settore.
Nel caso in cui la persona opti per la detrazione, essa ammonterà al 30% dell’importo della donazione stessa, su una donazione massima di 30.000 euro. Ciò significa che sulla donazione massima di 30.000 euro si avrà un risparmio d’imposta di 9.000 euro.
Per quanto riguarda le erogazioni effettuate, invece, da enti e società, per esse è prevista la sola possibilità di deduzione dal reddito imponibile, nel medesimo limite del 10% del reddito complessivo dichiarato previsto per le persone fisiche.
Opera Mundus APS ETS
BANCA: BANCA DI CIVIDALE S.P.A.
IBAN: IT65J0548412100000005000208
BIC/SWIFT: CIVIIT2C
CAUSALE: donazione/erogazione liberale