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Pesaro, Rossini Opera Festival 2025: L’italiana in Algeri

  • Pesaro, ROF 2025 L’italiana in Algeri - ph Amati Bacciardi - recensione Opera Mundus

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IN ITALIANO

ORIGINALE

  • Quarta (se consideriamo Il viaggio dell’Accademia Rossiniana) e ultima opera di questo 46º Rossini Opera Festival, L’italiana in Algeri si è presentata come il piatto popolare dell’edizione, nello stesso posto che occupò Il barbiere di Siviglia nel 2024; una scommessa sul Rossini più riconoscibile per il grande pubblico e un tentativo di fare cassa, obiettivo raggiunto in pieno, poiché è stato esposto il cartello di sold out in tutte le recite. 

    Per l’occasione si è contata una nuova proposta scenica di Rosetta Cucchi, oltre che regista, pianista e direttrice artistica del Festival di Wexford. Questa ruota intorno a un concetto molto chiaro: rovesciare i codici tradizionali, incorporare una lettura contemporanea e presentare una satira che si colleghi al presente. Il problema non sta nel cosa, ma nel come; non basta riempire la scena di lustrini e parrucche. Inoltre, a tratti, L’italiana della Cucchi sembra più interessata a trasmettere un messaggio che a raccontare una storia e far ridere. Con tutto ciò, l’estetica drag attraversa la proposta dall’inizio alla fine: Isabella, trasformata in leader di una troupe di drag queen, arrestate dal corpo di polizia del bey Mustafà, entra in scena dopo una performance al ritmo di Dancing Queen degli ABBA in Piazza Rossini, e viene condotta in un’Algeri/Abu Dhabi retro-pop a metà tra Barbie e Scooby-Doo. 

    La maggiore paura di chi scrive queste righe era che la Cucchi forzasse i simboli e assumesse un tono militante; tuttavia, i simboli non si impongono, si integrano, e il messaggio sulla diversità e libertà sessuale fluisce con una certa naturalezza. Come era prevedibile, la proposta non è stata di gradimento per tutti. Il momento più “polemico” (tra virgolette, perché bisogna essere davvero permalosi per offendersi per questo e poi acclamare ciò che usciva dalla buca dell’orchestra) avviene durante la celebre aria patriottica “Pensa alla patria”, cantata da Isabella senza trucco e in abiti maschili, mentre si proiettano immagini delle prime marce dell’Orgoglio e di una bandiera arcobaleno al posto del tricolore italiano. Se già ci furono defezioni nell’intervallo, questo momento fu l’ultima goccia per alcuni, come testimoniò una porta sbattuta fragorosamente da un palco quando qualche spettatore offeso lasciò la sala. La scenografia a due livelli di Tiziano Santi, i costumi abbaglianti – non in senso positivo – di Claudia Pernigotti (palo con reminiscenze di plug anale per il povero Taddeo incluso), le luci da discoteca di Daniele Naldi e le videoproiezioni di Nicolás Boni contribuirono a completare uno spettacolo che, visivamente, sembra uscito dall’Eurovision dopo una sbornia a base di Aperol Spritz. 

    Dmitry Korchak, eccellente tenore rossiniano – a testimoniarlo il suo magnifico Contareno in Bianca e Falliero dell’edizione precedente – insiste ora nel reinventarsi come “agita-pali” con risultati più che discutibili. Sebbene non così disastrosa come nella sua Cambiale di matrimonio del 2020 – questa volta almeno tutto era al suo posto – Korchak ha offerto una lettura assolutamente ortopedica e meccanica (1, 2, 3, 4 e avanti), pesante, priva di dettagli e di nullo senso teatrale. Tutto è suonato a fortissimo, con tempi tra il letargico e lo scolastico. Il finale primo, una delle pagine più abbaglianti e originali di tutta l’opera buffa, è mancato, per quanto rapido fosse il tempo, di qualsiasi traccia di comicità o delirio. Nel quintetto del secondo atto, semplicemente, si è sfiorato il crimine musicale. La magnifica ed esperta Orchestra del Teatro Comunale di Bologna è riuscita a evitare il naufragio. Se non fosse stato per loro, lo spettacolo sarebbe stato inguardabile. È curioso che Korchak, grande stilista nel cantare Rossini, non sappia trasferire lo stesso senso dal podio. Mentre continua a giocare a fare il “bacchettatore”, altri giovani direttori davvero preparati continuano ad aspettare la loro occasione. Un vero peccato. Dal canto suo, il Coro del Ventidio Basso, diretto da Pasquale Veleno, ha avuto un rendimento solido sia sul piano vocale che attoriale, integrandosi pienamente nell’orgia kitsch della messa in scena. 

    Fortunatamente, il cast vocale ha contato due nomi capaci di mitigare le carenze della buca: Daniela Barcellona e Giorgi Manoshvili. La prima ritorna, dopo trent’anni di carriera e avendo debuttato al ROF in un lontano 1996 (con la mitica produzione di Ricciardo e Zoraide di Luca Ronconi, segnata da un galoppante blackface e che, per ragioni più che ovvie, non rivedremo più, purtroppo, su un palcoscenico), al ruolo di Isabella, e non sembra avere alcun problema a farlo caratterizzata come drag. Vocalmente, gli inevitabili segni del tempo ci sono: acuti tesi, proiezione irregolare, qualche stecca e un brillante in diminuzione. Troviamo, in cambio, stile rossiniano, dominio tecnico, fraseggio raffinato e una vis comica traboccante che fa dimenticare qualsiasi problema vocale. In “Cruda sorte” e “Per lui che adoro” ogni frase è una lezione di canto, ma è in “Pensa alla patria” che riappare la Barcellona di razza, ferma e vibrante, in un numero che ha infiammato il pubblico. 

    Quanto a Manoshvili, si fa progressivamente strada come uno dei migliori bassi della sua generazione. Vocalmente, è stato impeccabile: centro carnoso, gravi solidi, agilità controllata e stile raffinato. Ha abbracciato, inoltre, il delirio imposto dalla Cucchi con totale naturalezza, senza cadere nella caricatura grossolana. La sua trasformazione in drag (con stivali col tacco e scollatura pelosa) durante la scena del Pappataci è divenuta uno dei momenti più comici e meglio riusciti della produzione. Come mi faceva notare il mio connazionale Josep Subirá, abbiamo davanti – salvando le distanze, di anni luce – il nuovo Ramey del ROF. 

    Il Lindoro del canadese Josh Lovell è risultato il punto più fragile del cast, dotato di un timbro da tenore lirico-leggero biancastro e sguarnito, stretto nell’acuto e di emissione irregolare, pur ben proiettato. La sua cavatina “Languir per una bella”, cantata con gusto, ha evidenziato la mancanza di sostegno tecnico nel registro alto, compensando il deficit nella seconda, “Oh come il cor di giubilo”, anonima pagina opera di un collaboratore ignoto. Non si è nemmeno posto, com’era prevedibile, di affrontare la versione alternativa più impegnativa “Concedi amor pietoso”, questa sì di mano di Rossini. Scenicamene, irreprensibile. 

    Il georgiano Misha Kiria si è incaricato di Taddeo con la solidità che lo caratterizza, grande proiezione e una comicità un po’ più fisica che vocale, con una certa tendenza al brusco. Molto efficace il suo intervento nel duetto con Isabella “Ai capricci della sorte” e, soprattutto, nella scena del Kaimakan, sempre con il feticcio del palo rosa che oscillava sulla sua testa. 

    Corretti, ugualmente, i comprimari. La coppia formata da Vittoriana De Amicis come Elvira (tanto stridente quanto richiede il suo personaggio) e Andrea Niño come Zulma ha lasciato ancora una buona impressione dopo le Soirées musicales del giorno precedente, apportando presenza scenica, amalgama vocale nel finale primo e nel quintetto, e una notevole intesa attoriale. Gurgen Baveyan come Haly ha difeso con teatralità l’aria anonima “Le femmine d’Italia”, benché gli sia mancato un po’ di volume in sala; il suo palo/plug rosa è stato quasi coprotagonista. Le quattro drag figuranti – Calypso Fox, Elecktra Bionic, Ivana Vamp e Maruska Starr – non hanno cantato, ma hanno apportato scioltezza scenica, comicità ed energia all’insieme. 

    Con L’italiana in Algeri si chiude il mio passaggio per questa memorabile 46ª edizione del ROF, la terza per il sottoscritto. Sappiamo già che l’edizione del 2026 sarà, in attesa dei cast, più modesta, con una previsione di tagli di bilancio selvaggi da parte del comune di Pesaro che condizioneranno sia i titoli che gli allestimenti. Dei tre titoli principali, due saranno farse in un atto (quindi, senza coro) in vecchie produzioni del festival, come parte di una programmazione di contenimento che richiama la memoria storica del festival; ancor più nel caso di L’occasione fa il ladro, per la quale si recupera la mitica produzione del 1987 di Jean-Pierre Ponnelle, ricordata per un Rockwell Blake che faceva virtuosismi con una “messa di voce inversa” quasi impossibile. Anche in tempi di austerità, finché il ROF continuerà a puntare sulla sua essenza (l’eccellenza musicale, il rigoroso recupero filologico e la valorizzazione del genio rossiniano), il successo è assicurato. L’anno prossimo, se Dio vuole, ancora di più.

  • Cuarta (si consideramos Il viaggio de la Accademia Rossiniana) y última ópera de este 46º Rossini Opera Festival, L’italiana in Algeri se presentó como el plato popular de la edición, en el mismo lugar que ocupara Il barbiere di Siviglia en 2024; una apuesta por el Rossini más reconocible para el gran público e intento por hacer caja, objetivo conseguido con creces, pues se colgó el cartel de sold out en todas las funciones. 

    Para la ocasión se contó una nueva propuesta escénica de Rosetta Cucchi, además de directora de escena, pianista y directora artística del Festival de Wexford. Esta gira en torno a un concepto muy claro: dar la vuelta a los códigos tradicionales, incorporar una lectura contemporánea y presentar una sátira que conecte con el presente. El problema no está en el qué, sino en el cómo; no basta con llenar el escenario de brilli-brilli y pelucas. Además, por momentos, L’italiana de Cucchi parece más interesada en transmitir un mensaje que en contar una historia y hacer reir. Con todo ello, la estética drag atraviesa la propuesta de principio a fin: Isabella, transformada en la líder de una troupe de drag queens, detenidas por el cuerpo policial del bey Mustafá, entra en escena tras una performance al ritmo de Dancing Queen de ABBA en la Plaza Rossini, y es conducida a un Argel/Abu Dabi retro-pop a caballo entre Barbie y Scooby-Doo. 

    El mayor miedo de quien escribe estas líneas era que Cucchi forzase los símbolos y adquiriese un tono militante podemita; sin embargo, los símbolos no se imponen, se integran, y el mensaje sobre diversidad y libertad sexual fluyen con cierta naturalidad. Como era de esperar, la propuesta no fue plato de buen gusto para todos. El momento más “polémico” (entre comillas, porque hay que tener la piel bien fina para ofenderse por esto y luego bravear lo que emanó del foso) tiene lugar durante la célebre aria patriótica “Pensa alla patria”, cantada por Isabella sin maquillaje y con ropa masculina, mientras se proyectan imágenes de las primeras marchas del Orgullo y de una bandera arcoíris en lugar de la tricolor italiana. Si ya hubo deserciones en el intermedio, este momento terminó por ser la gota que colmó el vaso para algunos, como atestiguó un sonoro portazo desde los palcos al abandonar la sala algún espectador ofendido. La escenografía a dos alturas de Tiziano Santi, el vestuario deslumbrante –no en el buen sentido de la palabra– de Claudia Pernigotti (palo con reminiscencias de plug anal para el pobre Taddeo incluido), las luces discotequeras de Daniele Naldi y las videoproyecciones de Nicolás Boni sirvieron para redondear un espectáculo que, visualmente, parece salido del festival de Eurovisión tras una cogorza a base de Aperol Spritz. 

    Lo que sí que fue digno de un festival, pero no del ROF, sino de San Remo, es la dirección musical de Dmitry Korchak, excelente tenor rossiniano –para muestra su magnífico Contareno en Bianca e Falliero de la edición precedente–, que ahora insiste en reconvertirse en «agitapalos» con resultados más que discutibles. Si bien no tan desastrosa como en su Cambiale di matrimonio de 2020 –esta vez al menos todo está en su sitio–, Korchak ofreció una lectura absolutamente ortopédica y mecánica (1, 2, 3, 4 y p’alante), plúmbea, ayuna en detalles y de nulo sentido teatral. Todo sonó a fortissimo, con tempi entre lo letárgico y lo escolar. El finale primo, una de las páginas más deslumbrantes y originales de toda la ópera bufa, careció, por muy rápido que fuese el tempo, de cualquier atisbo de comicidad o delirio. En el quinteto del segundo acto, simplemente, se rozó el crimen musical. La magnífica y experimentada Orchestra del Teatro Comunale di Bologna logró evitar el naufragio. De no haber sido por ellos, la función habría sido infumable. Es curioso que Korchak, gran estilista cantando Rossini, no sepa trasladar ese mismo sentido desde el podio. Mientras sigue jugando a los «batuteros», otros jóvenes directores realmente preparados siguen esperando su oportunidad. Una lástima. Por su parte, el Coro del Ventidio Basso, dirigido por Pasquale Veleno, tuvo un rendimiento sólido tanto en lo vocal como en lo actoral, integrándose de lleno en la orgía kitsch de la puesta en escena. 

    Afortunadamente, el elenco vocal contó dos nombres capaces de mitigar las carencias del foso: Daniela Barcellona y Giorgi Manoshvili. La primera regresa, tras treinta años de carrera y habiendo debutado en el ROF en un lejano 1996 (con la mítica producción de Ricciardo e Zoraide de Luca Ronconi, marcada por un galopante blackface y que, por razones más que obvias, no volveremos a ver, lamentablemente, sobre un escenario), al papel de Isabella, y no parece tener problema alguno en hacerlo caracterizada como drag (la pobre, con ese maquillaje, parece Carmen de Mairena…). Vocalmente, los inevitables signos del tiempo están ahí: agudos tirantes, proyección irregular, algún gallo y un brillo menguante. Encontramos, a cambio, estilo rossiniano, dominio técnico, refinado fraseo y una vis cómica desbordante que hace olvidar cualquier problema vocal. En “Cruda sorte” y “Per lui che adoro” cada frase es una lección de canto, pero es en “Pensa alla patria” donde reaparece la Barcellona de raza, firme y vibrante, en un número que enardeció al respetable. 

    En cuanto a Manoshvili, se abre progresivamente paso como uno de los mejores bajos de su generación. Vocalmente, estuvo impecable: centro carnoso, graves sólidos, agilidad controlada y estilo depurado. Abrazó, además, el disparate impuesto por Cucchi con total naturalidad, sin caer en la caricatura burda. Su transformación en drag (con botas de tacón y escote peludo) durante la escena del Pappataci devino en uno de los momentos más cómicos y mejor resueltos del montaje. Como bien me apuntaba mi compatriota Josep Subirá, tenemos delante –salvando las distancias, en años luz– al nuevo Ramey del ROF. 

    El Lindoro del canadiense Josh Lovell fue el eslabón más débil del reparto, dotado de un timbre de tenorino lírico-ligero blanquecino y desguarnecido, estrecho en el agudo y de emisión desigual, eso sí, bien proyectado. Su cavatina “Languir per una bella”, cantada con gusto, evidenció la falta de sostén técnico en el registro alto, compensando el déficit en la segunda, “Oh come il cor di giubilo”, anodina página obra de un colaborador anónimo. Ni se planteó, como era de esperar, abordar la versión alternativa más exigente “Concedi amor pietoso”, esta sí de la pluma de Rossini. Escénicamente, intachable. 

    El georgiano Misha Kiria se hizo cargo de Taddeo con la solvencia que le caracteriza, gran proyección y una comicidad algo más física que vocal, con cierta tendencia a lo brusco. Muy efectiva su intervención en el dueto con Isabella “Ai capricci della sorte” y, especialmente, en la escena del Kaimakán, siempre con el fetiche del palo rosa oscilando sobre su cogote. 

    Correctos, igualmente, los secundarios. La dupla formada por Vittoriana De Amicis como Elvira (tan estridente como requiere su personaje) y Andrea Niño como Zulma vovió a dejar una buena impresión tras las Soirées musicales del día anterior, aportando presencia escénica, empaste vocal en el finale primo y el quinteto, y una notable compenetración actoral. Gurgen Baveyan como Haly defendió con teatralidad el aria anónima “Le femmine d’Italia”, aunque le faltó algo de volumen en la sala; su palo/plug rosa fue casi coprotagonista. Las cuatro drags figurantes –Calypso Fox, Elecktra Bionic, Ivana Vamp y Maruska Starr– no cantaron, pero aportaron soltura escénica, comicidad y energía al conjunto. 

    Con L’italiana in Algeri se cierra mi paso por esta memorable 46ª edición del ROF, tercera para un servidor. Sabemos ya que la edición de 2026 será, a espera de repartos, más modesta, con una previsión de salvajes recortes presupuestarios por parte del ayuntamiento de Pésaro que condicionarán tanto títulos como montajes. De los tres títulos principales, dos serán farsas en un acto (por ende, sin coro) en viejas producciones del festival, como parte de una programación de contención que apela a la memoria histórica del festival; más en el caso de L’ocassione fa il ladro, para la que se rescata la mítica producción de 1987 de Jean-Pierre Ponnelle, recordada por un Rockwell Blake haciendo virguerías con una «messa di voce inversa» casi imposible. Aun en tiempos de ajuste, mientras el ROF siga apostando por su esencia (la excelencia musical, el rescate filológico riguroso y la puesta en valor del genio rossiniano), el éxito está asegurado. El próximo año, si Dios quiere, más.

18 agosto 2025 – Pesaro, Rossini Opera Festival (ROF): Litaliana in Algeri

Dramma giocoso per musica in due atti di Angelo Anelli

Musica di Gioachino Rossini

Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Azio Corghi

Nuova produzione

CAST

Mustafà GIORGI MANOSHVILI
Elvira VITTORIANA DE AMICIS
Zulma ANDREA NIÑO
Haly GURGEN BAVEYAN
Lindoro JOSH LOVELL
Isabella DANIELA BARCELLONA
Taddeo MISHA KIRIA

CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del coro PASQUALE VELENO

ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Direttore DMITRY KORCHAK

Regia ROSETTA CUCCHI
Scene TIZIANO SANTI
Costumi CLAUDIA PERNIGOTTI
Video designer NICOLÁS BONI
Luci DANIELE NALDI

FOTO
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A CURA DI

Mario Varela

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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